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Lo sviluppo di una mente capace di pensare

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on . Postato in Infanzia e adolescenza | Letto 1826 volte

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Un articolo di Alfredo Ferrajoli che, attraverso l'analisi del pensiero di alcuni eminenti psicoanalisti infantili, ci illustra lo sviluppo della mente del bambino e della capacità di pensiero, le sue potenzialità e le possibili problematicità.

Lo sviluppo di una mente capace di pensareErik Erikson ha introdotto l’espressione “fiducia di base” per indicare quel periodo della vita umana, corrispondente alla fase orale di Freud, durante la quale il bambino è in grado di percepire e riconoscere i sentimenti di accoglienza e amore da parte dell’ambiente circostante.

La presenza di traumi e frustrazioni intense in questo fase della vita del bambino può incidere sulla sua fiducia di base con conseguenti ripercussioni nella psicologia dell’adulto. Questo autore avverte però che non sono le frustrazioni a rendere nevrotici i bambini ma la mancanza, in queste frustrazioni, di un “significato sociale”.

Bowlby, un altro studioso, elaborò le sue ipotesi grazie anche agli studi degli etologi secondo i quali i piccoli dei mammiferi sono predisposti a mantenere la vicinanza con un individuo particolare. Tale comportamento, definito dall’etologia con il termine di imprinting, si verificherebbe in una fase limitata dello sviluppo e molte osservazioni inducono a pensare che un meccanismo analogo sia presente anche nell’uomo.

Secondo questo studioso, esso si svilupperebbe anche negli esseri umani indipendentemente dalla soddisfazione dei bisogni biologici. A tal proposito egli fa riferimento anche agli studi dei coniugi Harlow che hanno dimostrato nei piccoli di scimmia una preferenza per il soddisfacimento dei bisogni di contatto fisico e calore legati all’affettività e alla qualità della relazione piuttosto che al soddisfacimento dei bisogni biologici legati dell’alimentazione.

I risultati dell’esperimento dei coniugi Harlow smentirono addirittura la spiegazione tradizionale secondo cui il legame di attaccamento era collegato al piacere della suzione e al soddisfacimento della fame. In realtà la soddisfazione di un bisogno fisico amorevole, quale la tenerezza, nelle prime fasi della vita risultò essere un bisogno molto forte, anzi il fattore più importante nel legame di attaccamento. I piccoli di scimmia si affezionavano alla loro madre di pezza, cosa che non si verificava per le madri di ferro sebbene fossero fornite di biberon. Nella formazione del senso di sicurezza e nell’adattamento del piccolo giocano anche altri fattori come una madre che si muove, che abbraccia, che risponde ai movimenti del piccolo e che lo stimola in tanti modi diversi.

In particolare, nell’uomo, la “sindrome di abbandono” consisterebbe in un senso di insicurezza di fondo connessa a esperienze affettive precoci di deprivazione, durante le quali il bambino non avrebbe avuto modo di sperimentare la presenza rassicurante dei genitori, né avrebbe potuto vivere esperienze affettive significative.

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E’ stato visto che questi vissuti emozionali profondi finirebbero per condizionare la vita di relazione dei bambini, a partire dalle loro realtà ludiche; questi bambini tenderebbero infatti a non giocare o quando tenterebbero di farlo, le loro modalità di gioco sarebbero “povere”, sia per il loro basso livello di coinvolgimento che per la loro scarsa complessità.

Dalle ricerche psicosociali si apprende che questi bambini, crescendo, correrebbero il rischio, più di altri bambini, di sviluppare anche tendenze antisociali, scarsa applicazione nelle attività scolastiche, irrequietezza, scarsi livelli di autostima e un senso di sfiducia di base.

La psicoanalisi infantile, con J. Bowlby e R. Spitz, parla di “anaffettività” come di una caratteristica tipica di questi bambini.

M. Balint parla di “amore primario” intendendo “quella forma di amore passivo che, fin dalla nascita, si esprimerebbe come bisogno cieco e violento di essere amati ‘sempre’, dovunque, senza la minima critica, senza il più piccolo sforzo, senza contraccambio”.

Secondo S. Freud, l’esistenza intrauterina dell’essere umano appare, in confronto a quella della maggioranza degli animali, relativamente più breve; il bambino viene mandato nel mondo più incompleto degli animali … i pericoli del mondo esterno aumentano in significato e il valore dell’oggetto si accresce enormemente. Questo fattore biologico produce quindi le prime situazioni di pericolo e genera nel bambino il bisogno di essere amati: bisogno che non abbandonerà l’uomo mai più. Secondo U. Galimberti, Freud attribuirebbe la situazione di dipendenza del bambino alla paura di perdere l’amore dei genitori da cui il bambino si difenderebbe con quella ‘sottomissione educativa’, che nell’adulto si trasformerebbe in ‘sottomissione sociale’, per il timore di essere disapprovato dalla comunità.

L’espressione “depressione anaclitica” è stata introdotta, invece, da R. Spitz per indicare i disturbi che sopraggiungono nel bambino privato della madre dopo aver trascorso con lei almeno sei mesi di vita.

In particolare, questo autore riferisce il quadro clinico che vedrebbe in un primo momento (primo mese di vita) la presenza del pianto e della disperazione, al quale farebbero seguito i vissuti caratterizzati da rifiuto del contatto, insonnia, continua perdita di peso, blocco dei processi di crescita e rigidità dell’espressione facciale; al termine di questo periodo si stabilizzerebbe la rigidità del volto, i pianti cesserebbero e subentrerebbe la letargia.

A questo punto, dalle osservazioni di questo autore, se entro la fine del quinto mese si riuscisse a restituire la madre al suo bambino o se si riuscisse a trovare un sostituto accettabile per il lattante, i disturbi scomparirebbero con sorprendente rapidità.

In ambito fenomenologico, L. Binswanger inserisce l’esperienza dell’esser-ci, intesa come originaria apertura, da parte del genere umano, al noi, al senso dell’altro e all’esperienza della socialità. Secondo questo, autore, il centro dell’uomo è il “cuore” che esprimerebbe l’apertura del singolo essere al “noi”: l’amore materno, secondo Binswanger, sarebbe il prototipo delle altre forme di amore e di socialità.

Per Winnicott, la madre “sufficientemente buona” si preoccupa non solo di fornire cibo ma anche di soddisfare i bisogni di relazione; il “genitore quasi perfetto” di Bettelheim, è il genitore che commette degli errori, perché non è infallibile ed è in grado di imparare dagli stessi errori, riflettere e riparare, sapendo che il suo “lavoro” è destinato a molteplici frustrazioni.

Per questo autore, l’errore sarebbe un elemento importante della nuova genitorialità; è dall’errore che bisognerebbe ripartire quando si incontrano ostacoli, inteso in questo senso, l’errore è risorsa e forma di apprendimento che servirebbe per “riprogrammare” altre scelte.

Per Bettelheim, l’autismo ha radici psicologiche, in particolare, egli afferma che “la causa iniziale del ritiro autistico sembrerebbe risiedere nell’interpretazione corretta da parte del bambino dell’attitudine negativa con la quale gli si accostano le figure più significative del suo ambiente". Ciò, secondo questo autore, provocherebbe nel bambino accessi di collera fino a quando comincerebbe a interpretare il mondo a immagine della sua propria ira.

Il bambino autistico, pertanto, non sarebbe capace di instaurare un rapporto con il mondo, al contrario del comportamento dello schizofrenico che, invece, ritirerebbe il suo interesse dal mondo.

Questo autore vede nell’autismo i caratteri dell’inaccessibilità, dell’incapacità di mettersi in rapporto e a stabilire relazioni con il mondo e la vita, non a caso egli afferma che il bambino autistico tenderebbe a sostituire, nel suo scarso linguaggio comunicativo, il pronome personale “Io” con “Egli” e sposterebbe il discorso di sé in terza persona.

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L’ipersensibilità materna primaria di cui ci riferisce, invece, Winnicott è quella sorta di preoccupazione sana della madre che nutre lo sviluppo della mente del suo bambino.

La madre “sufficientemente buona”, avverte questo autore, è quella madre che sa concedersi di “regredire”, di diventare “piccola, piccola”, come il suo bambino, per meglio potersi sintonizzare su di lui, sul suo mondo interno e sui suoi bisogni.

In questo senso, la mamma “sciocca” sarebbe la mamma che gioca con il suo bambino godendo del gioco che lei fa con lui, e più questo atteggiamento sarebbe presente, maggiormente ella sarebbe in empatia con suo figlio e lui in sintonia con lei.

Questa sensibilità materna, secondo molti autori, andrebbe a nutrire lo sviluppo della mente dei bambini; sarebbe chiaro che, allora, in questo contesto, lo sviluppo di “una mente che pensa”, di una mente, cioè, capace di cogliere e sviluppare un apprendimento di tipo cognitivo, ha inevitabilmente bisogno di “una mente emozionale”, capace di sentire le esperienze della vita intorno a sé e di godere del piacere di un ambiente a lei esterno.

Nel bambino in età precoce (ma non solo) lo sviluppo di una mente emozionale è fondamentale per lo sviluppo di una mente capace di pensare.

Da ciò si evince che molte forme di ritardo cognitivo o di difficoltà di apprendimento, presenti nei bambini potrebbero essere “curate” meglio se fosse presente, o di sviluppare, qualora non fosse presente, la capacità materna di prendersi cura dei bisogni emozionali dei figli.

In questo senso si parla oggi di interventi rivolti alla genitorialità, al prendersi cura, da parte dei genitori, del soddisfacimento dei bisogni dei figli.

All’inizio della vita umana l’essere nutriti equivale all’essere amati, il bisogno biologico legato all’alimentazione è presente insieme a un altro bisogno, anch’esso fondamentale, quello di essere amati, nutriti di amore, di essere desiderati, voluti, accettati per quello che si è.

Una madre che è capace di godere delle gioie dell’allattamento, di comunicare amore al suo bambino mentre fornisce a lui il latte, che lo guarda con uno sguardo particolare che solo lei sa quanto amore esso esprima, è una madre che sta creando le basi affinché avvenga lo sviluppo della “mente emozionale”, garanzia per uno sviluppo di una “mente cognitiva”.

Dice Winnicott che una madre “sufficientemente buona” permette al bambino di esprimere le sue angosce, le tollera e le contiene senza angosciarsi a sua volta, in questo modo ella restituirebbe al figlio le emozioni di lui, filtrate dall’operazione di contenimento e di conseguente bonifica che lei ne fa.

Ekstein afferma che il seno materno sarebbe, infatti, il primo programma di apprendimento del lattante e base fondante per gli apprendimenti successivi.

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L’ipotesi fondante di D.W.Winnicott consisterebbe, quindi, nel constatare che il neonato non esisterebbe se non nella diade madre-bambino, pertanto egli non sarebbe un essere isolato e dopo un periodo di relazione simbiotica, dove la comunicazione è ancora allo stato pre-verbale, egli si avvierebbe verso l’acquisizione del linguaggio, attraverso quelle esperienze transizionali rese possibili grazie alla disponibilità di oggetti come pupazzi o copertine morbide che il bambino adopererebbe prima di addormentarsi.

Secondo questo autore, questi primi oggetti transizionali fornirebbero al bambino un senso di sicurezza, basilare per le successive esperienze affettive.

Questi vissuti emozionali, secondo Winnicott, si situerebbero a ”metà strada” tra la realtà interna e la realtà esterna, tra Io e non-Io, in quel mondo intermedio dell’esperienza umana che è il campo dell’illusione.

Tali fasi sarebbero riconducibili a fenomeni normali dello sviluppo del bambino e consentirebbero di superare l’esperienza di fusione con la madre e inizierebbero, al contempo, lo sviluppo della mente critica.

Secondo Winnicott, anche il linguaggio verbale potrebbe essere inteso come “oggetto transizionale”, come oggetto intermedio tra il mondo interno e il mondo esterno, come ”momento di passaggio” e base dello sviluppo della vita immaginativa e per lo sviluppo di tutte quelle facoltà che andranno a costituire una mente capace di pensare.

 

 (Articolo a cura del Dottor Alfredo Ferrajoli)

 


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