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Morire a quindici anni per droga

on . Postato in Infanzia e adolescenza

Come è possibile morire a quindici anni per una dose di droga? Quali i motivi che portano un adolescente a cercare rifugio o fuga in strumenti che vanno al di là della sua capacità di gestione. Dal punto di vista psicologico, cosa accade?

morire a quindici anni per la drogaL’ANTEFATTO
La madre si rivolge nientepopodimeno che alla Guardia di Finanza per denunciare lo spaccio di sostanze stupefacenti davanti alla scuola frequentata dal figlio quindicenne. Per completare l’opera denuncia l’uso di sostanze stupefacenti, un tipo di hashish marocchino chiamato in gergo “merda”, da parte del figlio, chiede ai militi di perquisirlo all’uscita della scuola e di eseguire possibilmente anche una perquisizione in casa. La complessa operazione, quasi privata, ha la nobile finalità di riportare il figlio e gli altri giovani traviati sulla giusta strada della salute mentale attraverso la deterrenza della Legge e della punizione, della serie “facciamoli cagar tutti sotto e così ritornano in qua!”.

I FATTI
I militi della Guardia di Finanza eseguono tutto alla perfezione. Fermano il ragazzo di Lavagna all’uscita della scuola. Lui stesso accusa il possesso di un pezzettino di “merda” in tasca e di un altrettanto pezzettino, sempre di “merda”, in casa, per la precisione in camera sua.
L’operazione ha avuto successo, ma ancora non basta. I militi della Guardia di Finanza accompagnano il ragazzo a casa e trovano la madre complice. Il ragazzo consegna il pezzettino di “merda” e si siede sul divano mentre i protagonisti della farsa confabulano, ammoniscono e sentenziano. All’improvviso il ragazzo di Lavagna si alza, apre la finestra e si lancia nel vuoto dal terzo piano della palazzina. L’ambulanza arriva e carica il corpo straziato del giovane. L’elicottero attende inutilmente di poterlo trasportare nell’ospedale vicino e più attrezzato. Il ragazzo di Lavagna era spirato a quindici anni nell’autoambulanza per quindici grammi di “merda” sotto le paradossali sferzate della madre e dell’autorità militare costituita.  
LE ESEQUIE FUNEBRI
Al funerale la madre si esibisce dalla balaustra di fronte al corpo ancora caldo del figlio e legge la sua esortazione ai giovani a non fumare hashish per non bruciare il cervello e per non cadere nella dipendenza. Dopo l’ammonizione ringrazia la Guardia di Finanza per la giusta e nobile operazione effettuata. Conclude il suo intervento augurando al feretro del suo “piccolino” di fare un “buon viaggio”. Il padre dichiara alla stampa il suo grande dolore per non essere stato vicino al figlio e per non averlo capito. Il feretro del ragazzo di Lavagna è stato sepolto tra lo sgomento sbalordito degli amici e dei compagni di squadra. 

CONCLUSIONE
Mi ripeto: il ragazzo di Lavagna è morto a quindici anni per due pezzettini di “merda” e per … l’idea che vi farete leggendo la mia analisi sulla  psicodinamica inscritta nella fenomenologia clinica di questo tragico caso.  

LE DOMANDE

Perché un ragazzo di quindici anni fuma un po’ di “merda” al giorno?
Quale stato psichico e quale pulsione dominano in un ragazzo di quindici anni e lo spingono in quella specifica situazione a saltare dalla finestra?
Quale psicodinamica è alla base della dipendenza psicofisica da sostanze stupefacenti più o meno perniciose?
Quali meccanismi psichici di difesa sono stati istruiti dai protagonisti di questo psicodramma malignamente evoluto nella tragedia?

LE RISPOSTE

Si assumono sostanze stupefacenti per la necessità psicofisica di variare lo stato di coscienza. Questa è la pulsione in questione.

Si tratta di un fattore psichico, dal momento che la dipendenza organica ha bisogno di tempo per insorgere nelle pratiche delle cosiddette “droghe leggere”. La dipendenza psichica è subdola e s’insinua di giorno in giorno nei rituali individuali e di gruppo dell’assunzione e del consumo.

Cosa dice la Psicopatologia in proposito?
Il quadro nosografico della necessità di variare lo stato di coscienza attesta di una psicopatologia depressiva più o meno grave. Nella “formazione psichica reattiva”, la struttura psichica, tutti incameriamo un tratto depressivo nella primissima infanzia, un dato che si può esaltare nel corso della vita grazie a cause scatenanti fortuite come la morte di una persona cara o un evento caratterizzato da un processo di “perdita” che evoca il “fantasma” collegato.

Questa è la “psiconevrosi depressiva” legata alla “angoscia di castrazione”.
La “depressione patologica”, quella pericolosissima che può portare all’autoannientamento, invece, s’inquadra in una “organizzazione psichica reattiva” di sostanza e qualità squisitamente depressive.   

Cosa dice la Psicologia dinamica?
La sostanza stupefacente viene scelta perché funge da terapia farmacologica in risoluzione temporanea dell’angoscia di base, lo stato psicofisico che contraddistingue il depresso nevrotico, borderline e psicotico.

Ma che cos’è l’angoscia?

L’angoscia è lo struggimento psicofisico che non ha l’oggetto fuori ma dentro. Il soggetto sente la sofferenza nella Mente e nel Corpo, ma non sa in che cosa si attesta questo stato psicofisico di malessere, non sa collegarlo ad alcun evento, non sa dargli alcuna giustificazione.

L’angoscia nevrotica è legata al “fantasma di castrazione”, un vissuto specifico di limite e di perdita che non fa smarrire il contatto con la realtà o il “principio di realtà”. L’Io cosciente è ancora padrone in casa sua. Le persone che soffrono di “angoscia nevrotica” possono uscire dalla dipendenza psicofisica della droga, dal momento che la pratica insana non trova radice profonda e terreno fertile, per cui non attecchisce in maniera irreversibile.

Le persone che psicologicamente si trovano ai “bordi” tra la nevrosi e la psicosi, riescono a risolvere l’angoscia e la dipendenza psicofisica rigettandola nella psiconevrosi. Quest’angoscia è legata alla “perdita d’oggetto”, al mancato riconoscimento di vissuti interiori e di energie positive da investire nella realtà. 

Nel caso contrario lo “stato limite” travalica nella psicosi e nella depressione conclamata con la perdita del contatto con la realtà e con l’istruzione di un delirio riparatore, una risoluzione estrema.

L’angoscia psicotica o di “frammentazione” si lega a impulsi distruttivi in riguardo a oggetti d’amore interni ed esterni e si basa sul delirio. Si stabilisce nei primi anni di vita a seguito di un’evoluzione infausta della primitiva organizzazione mentale ed è anche legata a situazioni effettive di ordine altamente traumatico come la separazione affettiva dalla figura materna.
Quest’angoscia trova nella droga la medicina sbagliata, ammesso che esista una medicina, per cui, non essendo risolta, ristagna e si dirige verso esiti infausti. La persona non ne viene fuori sballandosi con tutto e del tutto. La psicoterapia e la comunità terapeutica si prospettano come l’ultima frontiera per evitare l’autodistruzione.

Cos’è successo psicologicamente al ragazzo di Lavagna?
L’uso della sostanza stupefacente serviva a lenire la sua angoscia di base, ignota nella causa a lui stesso e altrettanto ignota a chi gli stava vicino. In quella situazione improvvisa di forte pressione psichica e relazionale il suo sistema psichico è andato in sovraccarico emotivo e ha perso il contatto con la realtà, il suo “Io” è andato in crisi profonda perdendo il ruolo di comprensione e di mediazione tra le condanne e le colpe dell’istanza “Super-Io” e le pulsioni libertarie e trasgressive dell’istanza “Es”. Se a questo drammatico e improvviso conflitto intrapsichico, tra sé e sé nella sua interiorità, aggiungiamo quello che c’era fuori di lui, sua madre e i gendarmi in alleanza e contro di lui, il quadro paradossale è drammaticamente disposto alla tragedia. Il ragazzo di Lavagna ha sentito la pulsione urgente di risolvere quello stato di grande sofferenza: la sua vecchia angoscia sommata alle tensioni neurovegetative del caso. Il suo sistema psichico non ha fatto ricorso alla funzione vigilante e mediatrice dell’Io, ma ha dato realtà alla pulsione di sfuggire alla sofferenza e all’assurda relazione con la madre  e con i militi. All’uopo ha usato gli strumenti che aveva a portata di mano: la finestra e il salto nel vuoto. Il ragazzo di Lavagna è entrato in grande confusione e ha realizzato la “pulsione-compulsione” come la contingente e benefica salvezza da se stesso e dal suo dolore, dalla madre e dal suo ruolo di matrigna, dalle guardie e dal loro ruolo di persecutori del reato.

Questa è stata la soluzione auto-psicoterapeutica a una sindrome paranoica autoindotta e indotta.
Il ragazzo di Lavagna ha interpretato la realtà in base alle sue fortissime emergenze psichiche indotte nello spazio di poco meno di un’ora. Una pulsione e un delirio hanno indotto alla fuga da quella realtà ormai emotivamente ingestibile. Il tilt neurovegetativo ha fatto perdere la giusta valutazione del caso al povero ragazzo di Lavagna.

Una domanda si profila e chiede risposta?
La sua angoscia era “borderlines” e gli spinelli quotidiani erano i farmaci che lo aiutavano a lenire la sua sofferenza costante di base o il suo vizio assurdo nel giudizio dei superficiali detrattori?
L’angoscia è diventata psicotica sotto lo stimolo di un’improvvisa amplificazione dei fatti e di conseguenza dei vissuti?
Il ragazzo di Lavagna non era vocato al suicidio nell’età adulta perché non aveva una “organizzazione psichica reattiva” depressiva? 

Avrebbe campato cent’anni fumando la “merda”?
Oggettivamente è fuor di umano dubbio che la sua “Psiche” e il suo “Soma” sono stati oltremodo forzati con poderosi e assurdi grimaldelli, per cui l’angoscia di base è tralignata in una soluzione psicotica, quella descritta in precedenza.    

Resta da evadere l’ultima domanda: quali meccanismi psichici di difesa sono stati istruiti dai protagonisti, madre e figlio, di questo psicodramma malignamente evoluto in tragedia?
Madre e figlio istruivano con naturalezza il meccanismo psichico di difesa dell’”acting out” o dell’”agire” in copertura delle angosce personali profonde. Il suddetto meccanismo si attesta in un conflitto che non si può tradurre e scaricare in parole, per cui viene agito difensivamente senza conoscere le ragioni del conflitto sotteso e della conseguente angoscia. L’azione sta sempre al posto di un dato psichico e impedisce di cogliere l’origine e il carattere ripetitivo di ciò che mette in atto. La persona agisce anziché ricordare ed elaborare, per cui si struttura una “coazione a ripetere”, un agire compulsivo inconsapevole che diminuisce la tensione interna e comporta una scarica parziale degli impulsi tenuti a freno. Il presente viene associato al passato e  viene usato attraverso il fare e l’agire, “acting out”,  come scarica delle energie rimosse.  
Le “organizzazioni” caratteriali reagiscono alle frustrazioni istintuali prodotte dal mondo esterno. Questo meccanismo di difesa dall’angoscia si origina in famiglia e si conserva tutta la vita come metodo tipico di reazione a ogni frustrazione.

Questo è il meccanismo di difesa dell’ “acting out”.

Tornando ai protagonisti del tragico evento in esame, è evidente che la madre usava la “messa in atto” nella sua pratica quotidiana e di fronte alla frustrazione della mancata conversione del figlio alla normalità, per cui pensa e organizza, “istruisce”, il progetto con la Guardia di Finanza contro o a favore del figlio per scaricare l’angoscia di essere impotente, insignificante, ininfluente e soggetto di minor diritto. Il persistere del figlio nella pratica degli stupefacenti infliggeva tante frustrazioni per cui la psiche reagisce e istruisce in escalation la sceneggiata su esposta.
Il figlio a sua volta istruiva la “messa in atto” sorbendo droga come cura dell’angoscia di base e ha tragicamente usato lo stesso meccanismo per uscire fuori da quella situazione impossibile da gestire saltando dalla finestra.

CONSIDERAZIONI
Uno psicologo per il figlio, no?
Uno psicoterapeuta per il ragazzo di Lavagna, no!
E la Guardia di Finanza non poteva suggerire alla madre uno psicologo per il ragazzo di Lavagna?
E poi, perché la madre si rivolge proprio alla Guardia di Finanza, l’autorità preposta al caso e alla repressione del reato?
Non bastava il padre e la madre, le autorità autorevoli naturalmente costituite ad aiutare il ragazzo di Lavagna a superare questo momento di crisi nella sua giovane esistenza?
Ci voleva la Forza armata in divisa?
E tutti questi soggetti non si sono minimamente chiesti quale effetto psicosomatico potevano suscitare in un giovane di quindici anni in bisogno e in colpa, malato d’angoscia e colpevolmente sgamato.
Questo è aiutare un cittadino italiano, ma soprattutto questo è voler bene e accudire un figlio?

Sono state stravolte le leggi fondamentali del buon senso a favore di una  spedizione armata punitiva contro un povero indifeso.
Veramente incredibile, ma vero!
Psicologi e psicoterapeuti di tutto il mondo unitevi!
Fate sentire la vostra presenza e la vostra competenza!
Siete chiamati a capire e a curare i mali più umani ed estremi!
Un ultimo dato: il ragazzo di Lavagna era uno sportivo. Sulla bara poggiava la maglia della sua squadra. Il ragazzo di Lavagna sublimava nell’attività sportiva le sue angosce. Per lui non c’era soltanto lo sballo quotidiano con il pezzetto di “merda”. 

MEMORIA E DEDICA
Si chiamava Naisha ed era nata inToscana.
Correva l’anno 1996 nella desolata città di Siracusa.
Contava quarantacinque anni quando ha fatto il salto estremo nella guarigione definitiva.
Soffriva d’angoscia? Era nevrotica, borderline o psicotica?
Naisha era una delicata donna e una tenera madre.
Era in ospedale per accertamenti. Aveva paura di avere un tumore in qualche parte del corpo. In quel tempo andava in confusione mentale e in panico.
Quel mattino il medico è entrato per la visita e lei è saltata dal balcone dell’ospedale civile. Il terzo piano era troppo alto per risparmiarla, come per il ragazzo di Lavagna.
Voleva soltanto essere amata da qualcuno, ma non si sentiva amata da nessuno. A nulla valsero le presenze del padre e della madre, delle sorelle e dei fratelli, del marito e delle figlie.
Non riusciva ad amarsi.
Non lo aveva imparato da sé e nessuno gliel’aveva insegnato bene.     
Chissà come sarebbe stata la sua vita!      
La ricordo affacciata al balcone di via Minerva in Ortigia, bianca in viso e nell’abbigliamento, mentre guarda le colonne del tempio di Minerva, al tempo allestito anche a moschea e nell’attualità adattato a cattedrale.
La ricordo giovinetta mentre scende la via Diodoro siculo tornando da scuola, sempre bianca nella carnagione e delicata nel gracile fisico.
La ricordo…

 

(Articolo a cura del Dottor Salvatore Vallone)

 

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Tags: adolescenza droga

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