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Anoressia e Bulimia. Quali Emozioni? Intervista a Paolo Palvarini

on . Postato in Le interviste di Psiconline® | Letto 973 volte

Paolo Palvarini è psicologo e psicoterapeuta, da anni si occupa di psicoterapia dei disturbi del comportamento alimentare ed ha pubblicato, con Edizioni Psiconline nella Collana Strumenti, il volume Anoressia e Bulimia. Quali emozioni? L'approccio dinamico esperienzale.

paolo palvarini anoressia e bulimiaL'ipotesi di partenza che ha ispirato il libro è che le pazienti che soffrono di anoressia e bulimia presentino un deficit nella regolazione delle emozioni e che i sintomi costituiscano delle modalità disfunzionali atte a regolare le emozioni stesse.

Quindi il testo propone un modello di trattamento finalizzato ad aiutare le pazienti a prendere contatto con le proprie emozioni conflittuali inconsce e a esprimerle in seduta.

Nella prima parte del libro presenta le teorie concernenti la patogenesi dei disturbi del comportamento alimentare, ponendo un’attenzione pressoché esclusiva nei confronti dei modelli di matrice psicodinamica. Riassume poi i principi di teoria e tecnica delle psicoterapie dei disturbi del comportamento alimentare. Infine, affronta il tema della gestione e della regolazione delle emozioni nelle pazienti anoressiche e bulimiche.

Nella seconda parte presenta i concetti fondanti la psicoterapia dinamico-esperienziale, cercando di introdurre il lettore alle diverse scuole esistenti di questa corrente della psicoterapia, evidenziandone le peculiarità tecniche e i concetti portanti di relazione reale ed esperienza emozionale correttiva.

La seconda parte include un glossario, che consente al lettore, non avvezzo alla terminologia dinamico-esperienziale, di chiarire il significato di alcuni termini che sono specifici di questo approccio, e lo aiuta a seguire al meglio l’esposizione dei casi clinici.

Nella terza e ultima parte, il lettore troverà la trascrizione dettagliata di alcune sedute, tratte da due prove di relazione – la prima con una paziente bulimica e la seconda con un’anoressica restrittiva – e da una psicoterapia, durata complessivamente venticinque sedute, con una paziente bulimica.
Nonostante il volume si rivolga principalmente a chi si occupa del trattamento di questi disturbi, la lettura risulta molto scorrevole, appassionante e rende il lettore emotivamente partecipe, soprattutto nella terza parte.

Abbiamo pensato di rivolgere alcune domande direttamente all'autore, il quale si è mostrato decisamente cordiale e disponibile e non ha smentito l'impressione che deriva dalla lettura del suo volume, cioè quella di essere un professionista dotato di sensibilità non comune.

Decidiamo di incontrare il Dott. Palvarini nella saletta di un delizioso e tranquillo locale vicino alla nostra sede, dove ci vengono serviti degli ottimi pancakes alla frutta accompagnati da un buon caffè alla panna. Qui è possibile chiacchierare tranquillamente al caldo e rilassarsi un po' prima di iniziare l'intervista.

D. La ringrazio innanzitutto a nome anche dei nostri lettori, per aver accettato di farci visita e trascorrere qualche ora con la nostra redazione, si discute molto delle patologie del comportamento alimentare, e molto viene scritto in proposito. Quali sono le novità che il suo volume propone?

R. In primo luogo il mio libro non tratta la questione da un punto di vista prettamente teorico. Il mio sforzo è stato quello di cercare di conciliare, e mi auguro di esserci riuscito, gli aspetti teorici con quelli clinici.
Se infatti le prime due parti del testo sono prevalentemente teoriche nell’affrontare la problematica dei disturbi del comportamento alimentare e nell’introdurre i principi della terapia dinamico-esperienziale, la terza parte è invece prettamente clinica.
In quest’ultima parte vengono infatti presentati tre casi clinici, due che riguardano pazienti bulimiche e uno di un’anoressica restrittiva.
L’aspetto che mi pare assolutamente peculiare del mio lavoro è che questi casi sono presentati attraverso delle vignette cliniche, ove vengono riportati i dialoghi che intercorrono tra paziente e terapeuta.
Mi pare che ciò possa essere di grande aiuto per il lettore, che in questo modo ha la possibilità di entrare nel vivo del trattamento.

D. Perché ritiene che questo modello di psicoterapia sia particolarmente indicato nel trattamento delle patologie del comportamento alimentare?

R. La risposta a questa domanda mi consente di integrare la risposta a quella precedente, nel senso che mi permette di mettere a fuoco il nesso forte che esiste tra, da un lato, concettualizzazione teorica circa la patologia del comportamento alimentare e, dall’altro, tecnica dinamico-esperienziale.
Sono molteplici le motivazioni che mi fanno ritenere particolarmente indicato l’approccio dinamico-esperienziale per il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare.
In primo luogo la ricerca ha messo in evidenza che i processi di regolazione emozionale sono deficitari in queste pazienti; nel mio libro dedico un intero capitolo a questo argomento, che rappresenta dal punto di vista teorico il cuore pulsante di questo mio lavoro. Se quindi, come io ritengo, il sintomo alimentare diventa un mezzo per regolare le emozioni, peraltro in maniera disfunzionale, ecco allora che una terapia focalizzata sull’esperienza emozionale, e sulla sua regolazione diadica, nel qui ed ora della seduta, diviene a mio parere uno strumento principe nel trattare questa patologia.
Un altro elemento a favore di questo approccio riguarda la qualità della relazione che si instaura tra paziente e terapeuta.
Già in passato Hilde Bruch, una delle maggiori studiose dell’enigma anoressico, mise in evidenza l’importante di favorire nella relazione con la paziente un’atmosfera carica di umanità e di genuino coinvolgimento da parte del terapeuta.
Il terapeuta dinamico-esperienziale, nel suo porre in primo piano il ruolo della relazione reale, intesa come relazione umana e personale, valorizza in maniera peculiare questo aspetto, senza peraltro sminuire il ruolo di altri fattori, quali il transfert o l’alleanza di lavoro.

D. Da anni lei si occupa di psicoterapia dei disturbi del comportamento alimentare, come è approdato a questo modello di psicoterapia?

R. In realtà prima mi sono approcciato alla terapia dinamico-esperienziale e solo successivamente ho iniziato a trattare pazienti con disturbi del comportamento alimentare. Il primo contatto con questo approccio lo ebbi partecipando ad un seminario di Habib Davanloo, il caposcuola di questa corrente della psicoterapia.
Fui immediatamente colpito da quanto il ruolo insolitamente attivo di questo terapeuta, oltre alle sue tecniche innovative, fossero capaci di imprimere una potente accelerazione al processo terapeutico, in modo che già nella prima seduta si potevano vedere sorprendenti cambiamenti terapeutici. E questo comunemente non accade in un trattamento psicoterapeutico tradizionale ad orientamento psicodinamico.
Dopo questa esperienza per me illuminante iniziai la mia formazione con Ferruccio Osimo e Diana Fosha, allievi di Davanloo, oltre che di David Malan.
Come poi scrivo nella premessa del mio libro, alcuni anni fa, nel dipartimento di salute mentale presso cui lavoro, fu attivato un servizio per il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare.
A quel tempo nessuno dei professionisti che entravano a far parte dell’equipe aveva una specifica preparazione nella cura di questi disturbi, per cui ciascuno di noi cercò di portare all’interno del gruppo di lavoro le proprie competenze acquisite in altri ambiti.
Io a quel tempo stavo ultimando la mia formazione con Ferruccio Osimo nella psicoterapia dinamico-esperienziale, ed ero quindi in grado di offrire il mio fresco bagaglio di conoscenza ed esperienza, applicandolo nella valutazione e nel trattamento di queste pazienti.
Mi sono accorto ben presto che un lavoro di facilitazione atto a favorire l’esperienza e l’espressione delle emozioni si dimostrava fattibile con queste pazienti; o meglio era abbastanza agevole con le pazienti bulimiche o con patologia binge eating, mentre risultava sicuramente più ostico con le anoressiche.
Queste osservazioni alquanto grezze mi hanno portato ad approfondire, da un lato, lo studio sull’elaborazione e la regolazione delle emozioni nei disturbi del comportamento alimentare e, dall’altro, la possibilità di mettere a punto un intervento psicoterapeutico efficace nel trattamento di queste pazienti.
Da queste considerazioni preliminari ha preso poi piede l’idea di scrivere questo libro.

D. Qual è la percentuale di successi nel trattamento delle pazienti anoressiche e bulimiche rispetto ai metodi più largamente utilizzati?

R. Devo dire con tutta onestà che non sono stati condotti degli studi specifici in grado di valutare l’esito dei trattamenti dinamico-esperienziali nella cura dei disturbi del comportamento alimentare, e quindi non vi è la possibilità al momento di fare un raffronto con altre tipologie di trattamento.

D. Quali difficoltà si incontrano nella cura della paziente adolescente e di quella adulta?

R. La paziente adulta presenta solitamente una condizione che si caratterizza per aspetti di cronicità, e ciò rappresenta un elemento ovviamente non favorevole per il buon esito del trattamento. Quando infatti il sintomo alimentare diviene incistato nella persona, assumendo le caratteristiche di un’abitudine, il lavoro da farsi affinché venga sradicato è ben arduo.
La paziente adolescente, d’altro canto, presenta solitamente meno consapevolezza del proprio disturbo, e ciò può rappresentare un ostacolo rispetto al costruire una solida alleanza di lavoro. Mentre la presa in carico della donna adulta è solitamente di tipo individuale, con l’adolescente è preferibile, accanto alla psicoterapia individuale, ricorrere ad un approccio di tipo familiare.

D. È possibile prevenire queste patologie? Un genitore può cogliere dei segnali di disagio nel bambino prima che si manifesti questa patologia?

R. Partendo dal presupposto che il sintomo alimentare non è altro che l’espressione di un disagio più profondo, che appunto si manifesta attraverso il rapporto con il cibo e con il proprio corpo, la prevenzione può farsi unicamente attraverso il prendersi cura da parte dei genitori, e in particolare della madre, fin dai primi momenti di vita, della relazione affettiva che si costruisce con il bambino.
D’altra parte la capacità di regolare le emozioni da parte del bambino trova le sue radici nella capacità e adeguatezza della madre di regolare, sin dai primi giorni di vita, le emozioni del bambino.
Il fallimento in questo compito può causare un deficit nella regolazione emozionale, con il possibile insorgere di una vulnerabilità rispetto allo sviluppo, successivamente, di un disturbo del comportamento alimentare.
Per quanto riguarda la possibilità di riconoscere dei segni in qualche modo premonitori di un disagio, posso dire che per esempio l’anoressica restrittiva, prima di sviluppare la malattia, si presenta come una bambina perfezionista con tratti di tipo ossessivo-compulsivo.

D. Quali emozioni, sensazioni riferiscono le sue pazienti durante le sedute, sofferenza, impotenza, rabbia, senso di abbandono, senso di vuoto, indifferenza?

R. Il lavoro dinamico-esperienziale con le pazienti con un disturbo del comportamento alimentare si caratterizza sostanzialmente per l’esistenza di due differenti tipologie di pazienti. Da un lato abbiamo l’anoressica restrittiva, che presenta un blocco rispetto al prendere contatto con le proprie emozioni; qui il lavoro da farsi è quello di cercare di aprire piccoli varchi nella diga che la paziente pone rispetto ai propri vissuti emozionali bloccati.
Quando la breccia è aperta emergono perlopiù vissuti di vuoto e di angoscia abbandonica che solitamente riguardano la relazione con la figura materna.
L’altra tipologia di pazienti è quella delle anoressiche purgative e delle bulimiche, che invece del blocco emozionale presentano perlopiù vissuti di caos emozionale, gestiti attraverso il ricorso a comportamenti alimentari patologici.
Il lavoro esperienziale con queste pazienti porta alla luce una molteplicità di vissuti emozionali, ovviamente diversi paziente per paziente. Posso però affermare che è alquanto comune per queste pazienti esprimere in seduta potenti vissuti carica di rabbia, che si accompagnano ad altri intrisi invece di tristezza e dolore nel prendere contatto con un passato di trascuratezza da parte della propria madre.

D. Il suo libro a dispetto delle circa quattrocento pagine risulta di agevole lettura e molto coinvolgente soprattutto nella terza parte dove vengono riportate trascrizioni di sedute, quale aiuto può dare a chi non è del settore, per esempio famiglie di pazienti anoressiche o bulimiche, o educatori?

R. La ringrazio per il fatto che lei mi dica che il libro è di agevole lettura.
Il mio intento era quello di avvicinarmi il più possibile al lettore, presentando le tematiche in oggetto in maniera che il testo potesse essere letto dal più ampio bacino di lettori.
Penso che la lettura di questo libro possa essere d’aiuto per coloro che vivono accanto a chi soffre di questi disturbi aiutandoli ad entrare più in profondità rispetto alle dinamiche che portano a sviluppare la malattia, ma soprattutto permettendo loro di avvicinarsi nel cogliere i vissuti più intimi del parente o conoscente che soffre di anoressia o bulimia.

D. Quale consiglio si sente di dare alle famiglie, agli educatori, alle prese con il problema dei disturbi del comportamento alimentare?

R. Preferirei non dare dei consigli specifici, perché mi sembrerebbe riduttivo rispetto alla complessità del problema che stiamo trattando. Ciò che mi sento di dire è che il sintomo, sia esso anoressico o bulimico, è in realtà un tentativo di soluzione, ovviamente patologico, rispetto a dei bisogni profondi che non hanno altrimenti trovato risposta.
Questi bisogni sono di sentirsi amata, di sentire di avere un valore per gli altri e per se stessa, di esistere nel cuore e nella mente di qualcuno.
Quindi ai genitori direi di non occuparsi troppo del cibo, delegando ad altri, agli specialisti, questo compito della gestione del rapporto con il cibo e con il peso, cercando di occuparsi invece dei veri bisogni di chi soffre di questi disturbi.

D. Per concludere, a chi si rivolge il suo libro? A chi consiglia di comprarlo?

R. Ritengo che in primo luogo il mio libro sia rivolto a chi si occupa del trattamento di questi disturbi, quindi psicoterapeuti, psicologi, psichiatri, nutrizionisti, medici internisti.
Come lei sottolinea in una domanda precedente il mio libro si presenta di agevole lettura e ciò mi fa presumere che possa essere fruibile anche da non specialisti.
In particolare, tenuto conto del fatto che coloro che soffrono di questi disturbi presentano solitamente un buon livello culturale, ritengo che le stesse pazienti potrebbero essere interessate a leggere questo libro.
D’altra parte una mia paziente anoressica in trattamento mi ha detto che lo sta leggendo e che si riconosce nella descrizione che viene fatta della condizione anoressica.

Il tempo trascorso con i nostri autori è sempre troppo breve, così anche questa intervista si conclude e, sperando di aver risposto almeno in parte alle domande dei lettori, salutiamo il Dott. Palvarini e lo ringraziamo per la disponibilità.

 

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Tags: emozioni disturbi alimentari bulimia anoressia disturbi del comportamento alimentare approccio dinamico-esperenziale paolo palvarini

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