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Ho perso le parole. Potere e dominio nelle pratiche di cura - intervista al Dott. Felice Di Lernia

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Intervista al Dott. Felice Di Lernia
Ho perso le parole. Potere e dominio nelle pratiche di cura

Autore: Felice Di Lernia
Editore: La Meridiana; pag. 250, euro 20.00
Anno di pubblicazione: 2008
Codice ISBN: 9788861530409

Medici, psicologi, pedagogisti, educatori, insegnanti e assistenti sociali: alla base di queste professioni è radicata la volontà di potere e, argomento di profonda analisi in questo testo, diventa il conseguente atteggiamento nei confronti del potere ed il confine tra potere e dominio nelle pratiche di cura. Un'ulteriore approfondimento di alcune fondamentali tematiche viene affrontato proprio con l'autore del testo, il Dott. Felice Di Lernia.

Il tema del potere si intreccia a più livelli in maniera sapiente nel testo. Quale è il tuo rapporto col potere? C’è un’esperienza personale che porta al tuo lavoro, ai tuoi approfondimenti?

Credo che in ogni lavoro espressivo ci siano, esplicitate o meno, le tracce dell'esperienza soggettiva di chi quel lavoro lo ha pensato e prodotto. Ancora di più credo che ciò sia vero per un libro e soprattutto per un libro come questo. Questo lavoro nasce senz'altro da una sensazione antica e mai sopita di sgomento e smarrimento, di scandalo e spaesamento di fronte all'esperienza del maneggiamento altrui della volontà di potenza, oltre che del semplice potere di curare. Il lavoro di ricerca e di teorizzazione che sta dietro la scrittura di Ho perso le parole è sicuramente, nella mia biografia, un passaggio lenitivo - dapprima - e sanante - infine - del bisogno di mettere in ordine pensieri ed emozioni accumulate, su questo tema, in tanti di anni di lavoro ma anche in tanti anni passati dall'altra parte della scrivania. Bisogno di capire e di sopire una curiosità quasi compulsiva rispetto non tanto alle ragioni psicologiche del singolo stile e della singola etica quanto alle implicazioni di ogni scelta e al suo episteme. In questo senso, la mia esperienza diretta di gestione del potere è intrisa di inquietudine e di attesa di libertà. Anche della mia libertà dal giogo del ruolo.

Ho perso le parole è il suggestivo titolo di una canzone di Ligabue. Ci sono parole che non troviamo o che neghiamo a noi stessi e parole che ci vengono negate. Qual è l'esperienza più comune e diffusa nelle pdc?

Nella cura, di sé e dell'altro, l'incontro tra le parti in gioco avviene dentro le parole perchè la Parola (al singolare) è il luogo proprio della cura. Lungi dal descrivere la realtà per come è, la Parola costruisce la realtà, essa mette a nostra disposizione luoghi vecchi e nuovi da abitare, da riempire con la nostra esperienza. Le pdc, in quanto incontri tra parole, sono da queste fortemente determinate: le parole possono unire (e in questo assolvono una funziona simbolica) ma possono anche separare irrimediabilmente (assolvendo una funzione diabolica). La dimensione routinaria, quantitativa, delle pdc fomenta, malgrado tutte le buone intenzioni, una grave superficialità espressiva, una postura relazionale nella quale i possibili significati delle parole, con la loro ricchezza, sfumano senza lasciare frutto. In queste pdc i nomi si separano dalle cose, per dirla con Foucault. Nelle pdc più accorte, quelle nelle quali la routine lascia il posto alla dimensione dell'incontro come evento, le parole hanno un loro peso specifico e possono portare frutto. Per questo motivo, più che una grammatica della relazione, serve recuperare l'attenzione alla linguistica della relazione.

Al di là di quelle annunciate già nel titolo (potere e parole), quali sono le parole chiave del tuo libro?

Una prima di tutte: antropo-poiesi. “Che forma prende l’uomo? La forma delle mani in cui cade!”: questa è la citazione più antica tra quelle utilizzate per argomentare la tesi di fondo di questo lavoro che è la seguente: l’atto di curare si traduce nella concreta realizzazione di un preciso (per quanto spesso inconsapevole) progetto di umanità, nel dare al quel particolare tipo di semi-lavorato che l’essere umano, la forma ritenuta più “naturale” (che vuol dire giusta, sana, ma anche ovvia: proprio negli ultimissimi anni la laicità della scienza sta subendo forti attacchi da parte di una pretesa “naturalità” delle forme umane). Chi cura, in quanto artigiano manipolatore delle forme altrui, si ispira ad un modello che però, e questo è il vero problema, non è dato sapere, non è disponibile per essere discusso.

Colpisce l’importanza che assegni al tema della narrazione nel ragionamento complessivo sul potere nelle pratiche di cura. Qual’è il nesso tra le due cose?

Bisogna partire da quel bisogno profondo e universale che è il narrarsi. Talmente profondo e inderogabile da apparire chiara a tutti l’importanza della cosiddetta “identità narrativa” a proposito della quale Ricoeur scrive “la comprensione che ognuno ha di se stesso è narrativa: non posso cogliere me stesso al di fuori del tempo e, dunque, al di fuori del racconto;  tra ciò che sono e la storia della mia vita c’è una equivalenza”. La storia di ciascuno di noi, la sua narrazione, è esattamente il materiale sul quale si sviluppa la cura nella sua concretezza (anche in campo medico). Ecco allora che il come la cura maneggia la narrazione altrui diventa determinante per l’esito della cura e per la forma che essa prenderà.

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