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INTERVISTA AD ANDRE’ LAPIERRE (a cura della dott.ssa Piera Iade)

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DALLA PSICOMOTRICITA’ RELAZIONALE ALL’ANALISI CORPOREA DELLA RELAZIONE

Il prof. André Lapierre è stato uno dei miei formatori, o meglio maestro d’arte, perché oltre ad aver curato la mia formazione personale, mi ha trasmesso i veri e propri arnesi del mestiere, quelli utili ad entrare nel tono della relazione, con se stessi e con l’altro, nell’ambito terapeutico e di vita.

Sono particolarmente felice di questo scambio che abbiamo avuto in occasione dell’uscita del suo ultimo libro e ringrazio la redazione di Psiconline per la disponibilità a divulgarlo.

Psiconline:
Anni fa, all’inizio della mia formazione in Psicomotricità Relazionale, quando ti chiedevamo perché non scrivevi un nuovo libro sull’esperienza che stavamo vivendo, tu rispondevi che scrivere un libro significa fissare un’idea, un pensiero sulla carta, quindi fermare la sperimentazione.
Ricordi? Ora esce Dalla Psicomotricità Relazionale all’Analisi Corporea della Relazione : che cosa o chi ti ha fatto cambiare idea?

Prof. Lapierre:
Che cosa mi ha fatto cambiare idea? I miei 78 anni…Per due ragioni:

  1. quando ho deciso di scrivere questo libro avevo 74 anni, avevo subito un’operazione per un cancro al polmone e ho pensato che se avessi voluto lasciare ai miei “discepoli” un messaggio appena un po’ strutturato, era ora di farlo.
  2. Avevo smesso tutta la pratica a 65 anni perché la mia fisiologia che stava invecchiando riduceva la mia resistenza allo sforzo, non mi permetteva più di assumere corporalmente, soprattutto nelle relazioni aggressive prolungate, il mio ruolo di psicomotricista e di analista corporeo. Non essendosi più confrontate con la pratica le mie idee e le mie teorie avevano necessariamente smesso di evolversi. Mi restava di fare il punto, fare un lavoro di strutturazione che, impostato esattamente su una evoluzione dinamica, non avevo mai fatto…e che a voi è certamente mancato.

Strutturare le tappe che ho vissuto personalmente costituisce una base teorica su cui si può riflettere ma non significa che la psicomotricità e l’analisi corporea non debbano più evolvere. Non si dovrà dimenticare di farlo Queste, d'altronde, non hanno mancato di farlo da quando mi sono ritirato, sotto l’influenza, tra gli altri, di mia figlia Anne. Per me, l’allievo deve superare il maestro…altrimenti questi non è stato un buon maestro…Se no, come si realizzerebbe il progresso?

Io ho iniziato la mia formazione con te ed Anne nel 1982. Prima la Psicomotricità Relazionale, in cui sei stato, oltre che formatore, vero e proprio Maestro d’arte, avendomi trasmesso gli strumenti del mestiere.
Ricordo le prime supervisioni che mi facevi, implacabile, fermo, anche se sempre contenitivo e propositivo. Poi la ri-definizione di Psicomotricità e di Analisi corporea, l’analisi didattica, il lavoro. Quindi, sia come allieva che come analista, ho potuto vivere direttamente la peculiarità del metodo denominato analisi corporea della relazione, che all’interno di molte proposte psicologiche era (e, per certi versi ancora è) all’avanguardia, con le sue caratteristiche precise e definite.

Inoltre, ad un certo punto del libro scrivi: Non cercavamo una tecnica, avevamo la nostra; non cercavamo una teoria, costruivamo la nostra.

Infatti, tu hai ideato un metodo, partendo dalla pratica vissuta (la storia della tua vita professionale che racconti nella prima parte del libro), la Psicomotricità Relazionale. Con Anne, hai elaborato l’Analisi Corporea.
Allora, perché la necessità di unirlo a Freud, a Winnicott (…)?

Tu non hai conosciuto la prima tappa, psicopedagogica, quella dei contrasti. Per me, la svolta decisiva che doveva fornire le basi alla psicomotricità relazionale è stata la pubblicazione de “La simbologia del movimento”. In questo libro che da certi critici fu presentato come una “ charabia psicanalitica”, noi passavamo, Aucouturier ed io, dallo psicologico allo psichico e dalla direttività alla creatività. L’editore venne personalmente a chiedermi di curarne un’altra edizione rivista e accresciuta. Io ero d’accordo nel farlo, ma Bernard rifiutò . (Aucouturier, n.d.r.). Personalmente, non potevo che proseguire su questa via e orientarmi sempre di più verso concetti psicanalitici che avevo maturato senza conoscerli troppo, attraverso una pratica che non aveva nulla a che fare con il lettino. Quindi, io non sono partito da Freud, io sono arrivato a Freud. Anne mi ha raggiunto e abbiamo continuato la ricerca insieme.

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Indubbiamente, ciò che compariva nel corso dei nostri stage era in relazione con l’inconscio, ma le diverse scuole psicanalitiche che avevano esplorato l’inconscio molto prima di noi, quali erano stati i loro campi di ricerca, quali erano state le loro ipotesi e le loro conclusioni? La nostra analisi del “discorso corporeo”, apparentemente in opposizione alla loro analisi del” discorso verbale” permetteva di condividerle, di accettarle o di criticarle.

Noi abbiamo interrogato Freud, ma anche Reich, Melanie Klein, Mahler, Spitz, Fromm, Maud Mannoni, Dolto, Lacan e Winnicott, senza dimenticare gli anti-psichiatri, Laing e Cooper. Quelli a cui ci siamo sentiti più vicini sono lo stesso Freud e Winnicott.

Tempo fa, sia tu che Anne, sottolineavate che l’Analisi Corporea non è una terapia. Nel libro, scrivi: (…) abbiamo soltanto scoperto, casualmente, come spesso accade per le scoperte, un processo naturale di modificazione provvisoria del funzionamento psichico e l’interesse della sua utilizzazione, in psicoterapia.
Ora, si può, quindi, affermare che l’analisi corporea della relazione è una terapia?

Quando abbiamo deciso di creare l’analisi corporea della relazione, ci è stato chiaro che, attraverso l’uso del corpo definivamo un altro approccio verso l’inconscio ma che ci situavamo sullo stesso piano della psicanalisi. Il nostro obbiettivo era dunque, come quello degli psicanalisti di fare dell’analisi e non della terapia.

Ciò significa che l’analisi si rivolge a non importa chi, patologico o no, voglia esplorare il proprio inconscio. Succede che, come dicono gli psicanalisti, c’è “la guarigione in più”, ma non è quello l’obiettivo perseguito dall’analisi. Il cliente è sempre libero di sospendere la sua analisi quando lo desidera, sia che sia guarito o no e l’analista corporeo non lo trattiene.
Ciò non toglie che la maggior parte dei partecipanti agli stage consideri l’analisi come una terapia personale, l’utilizzi come tale e ne sia soddisfatta.

Negli ultimi anni, si sono sviluppati i collegamenti tra la ricerca riguardante l’essere umano e la fisica quantistica. Le cosiddette nuove psicologie tengono in considerazione tutta quella parte dell’individuo non corporea, non visibile, denominata fisiologia energetica (o strutturale ), il cosiddetto sovrasensibile, che, facendo parte della persona, insieme al corpo e alla psiche entra necessariamente in gioco nella relazione, interagendovi.
Tu, che ne pensi, e qual è la tua posizione a riguardo?

Io, come tutti, ho qualche vaga nozione di fisica quantistica ma non conosco le “nuove psicologie” di cui tu parli…Se è una questione, come dici, di “fisiologia energetica” mi sembra che si situi di più nell’ambito della problematica reichiana.

A questo punto della tua formazione, c’è qualche cosa della tua proposta metodologica che modificheresti? Qualche cosa che, con il tempo hai trovato meno convincente? Qualche cosa che senti di avere sbagliato o che vorresti aggiungere?

La mia “formazione”, come dici tu, e io amo molto questo termine, si è fermata a 65 anni quando ho abbandonato la pratica che non ho più potuto confrontare con i concetti teorici che ricevevo durante le mie letture o durante i congressi a cui partecipavo nello stesso tempo. Ci sono molte cose che avrei voluto approfondire soprattutto i limiti dell’espressione simbolica al livello dell’incesto e della morte del padre. Ne ho parlato con Anne, ovviamente, ma in assenza di sperimentazione pratica personale lascio a lei la paternità (o la maternità…) delle sue affermazioni.

In ogni modo, non ci sono che verità provvisorie. La realtà è una cosa inaccessibile su cui noi impiantiamo strutture successive che sembrano spiegarla meglio di quelle precedenti. Ed è qui il progresso . Ciò è vero non soltanto per quelle che chiamiamo “scienze umane” (espressione estremamente contestabile) ma anche per le scienze fisiche.

E adesso, mi rivolgo al Grande Saggio! Quale futuro vedi, o intravedi, dietro l’angolo per… l’Analisi Corporea della Relazione?

Non mi sono mai considerato , fortunatamente un Grande Saggio, se no sarei caduto nella paranoia . Quale futuro per l’Analisi Corporea della Relazione Non ne so assolutamente nulla e mi dispiace. Sono convinto che sia un metodo valido che può certamente rappresentare un’alternativa alla psicanalisi. E’ perlomeno altrettanto efficace, più rapida, meno cara e crea molto meno dipendenza. E’ più adatta a quelle persone che si esprimono meglio corporalmente che verbalmente.

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A mio avviso è il solo metodo adatto ai bambini molto piccoli, a tutti coloro che non parlano e in particolare agli psicotici.

D’altra parte, richiede però una formazione lunga e difficile e all’inizio si hanno molti candidati analisti corporei, il loro numero diminuisce progressivamente nel corso dell’analisi quando le persone si rendono conto della difficoltà di impadronirsi di questa pratica corporea. Le nostre esigenze in analisi didattica fanno sì che alla fine siano pochi gli eletti e la struttura internazionale, Europa-America Latina, non facilita gli incontri. Il principale impedimento per il futuro è che siamo troppo pochi...e che non abbiamo certamente fatto sufficienti sforzi rivolti alla diffusione della conoscenza del metodo.

Comunque, io penso di aver diffuso un certo numero di idee e di processi che dovranno essere ripresi da altri, coscientemente o no, sotto diverse forme e con altri nomi. In questo senso, spero che l’analisi corporea, anche se con il tempo sparirà come tale, avrà pur contribuito, per sua modesta parte, all’arricchimento della conoscenza umana.

 

 

a cura della dott.ssa Piera Iade

 

 

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