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La tecnica del villaggio. Intervista a L. Bosco e L.G. Grandi

on . Postato in Le interviste di Psiconline® | Letto 611 volte

tecnica villaggioLuca Bosco e Lino G. Grandi spiegano nell'intervista che segue, i diversi e multiformi aspetti del volume La tecnica del Villaggio nella psicoterapia infantile (nella Collana Strumenti di Edizioni Psiconline), un manuale operativo per l’utilizzo di uno strumento psicodiagnostico quale il Test del Villaggio, sconosciuto a molti, ma estremamente ricco e che può avere un’ampia rilevanza all’interno del setting clinico tra terapeuta e paziente. Un testo ricco di esemplificazioni cliniche e corredate da molte immagini.

La Tecnica del Villaggio vuole sopperire al vuoto della letteratura scientifica italiana sull’argomento e ci auguriamo che la pubblicazione del volume e un approccio diretto con gli autori attraverso le domande della nostra Redazione, favorisca la divulgazione di questa tecnica tra gli psicologi, psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili ma anche nel mondo della scuola e della formazione.

Prima di proporre l’intervista è doverosa una breve presentazione degli autori.
Luca Bosco è psicologo, psicoterapeuta, psicomotricista. Lavora prevalentemente con l’infanzia e l’adolescenza e come consulente al ruolo genitoriale. Si occupa di psicologia scolastica in un istituto comprensivo di Torino.
Lino Graziano Grandi è psicologo, psicoterapeuta, analista didatta S.I.P.I., Direttore Generale della Scuola Adleriana di Psicoterapia, Supervisore Scientifico dell’Istituto di Psicologia Individuale “Alfred Adler”.

Quando e come nasce il vostro volume?
L’idea di raccogliere del materiale sul test del villaggio e, in particolare sulla nostra tecnica, nasce nel 2007 (ma forse era già latente prima in qualcuno del nostro gruppo di lavoro). L’elaborazione e la scrittura del testo ci ha impegnati fino al 2010. Nel frattempo, alcune piccole revisioni e la volontà di concepire un prodotto di qualità, ci hanno fatto arrivare fino al 2014, anno di pubblicazione del volume.
È da alcuni decenni che l’équipe di psicoterapia dell’infanzia dell’Istituto A. Adler di Torino utilizza a livello diagnostico e clinico il Test del villaggio; già negli anni ’70 il prof. Grandi lo utilizzava in ambito formativo e nell’ambito della psicologia del lavoro.
La riflessione interna alla nostra “Scuola” ha portato a trasmettere, da maestro ad allievo, tutta una mole di sapere orale, che meritava una sistematizzazione. Oltre a ciò, la scarsità di pubblicazioni sull’argomento e le innovazioni da noi apportate al metodo classico, ci hanno spinto a concepire un vero proprio manuale, al fine di favorire la divulgazione di uno strumento a nostro avviso di grande interesse e di buone potenzialità.

A chi è rivolto?
Il testo è rivolto in modo privilegiato a psicologi, psicoterapeuti e neuropsichiatri infantili, oltre agli studenti di psicologia. In alcuni casi, può essere previsto – in seguito ad un’adeguata formazione – l’utilizzo dello strumento in ambito educativo, scolastico e formativo.

Quanto è conosciuta la tecnica del villaggio?
La Francia è la patria delle principali tecniche riferibili al test del villaggio: ci sono diverse Scuole che partono da approcci teorico-metodologici propri. Il dibattito scientifico è ancora vitale e non molti anni or sono il Bulletin de psychologie ha riservato un numero monografico al test del villaggio nelle sue diverse declinazioni. In Italia non mi risulta che lo strumento sia particolarmente utilizzato: non ci sono pubblicazioni recenti, né convegni in merito, né viene insegnato in ambito universitario o post-universitario.

Perché le pubblicazioni su questo argomento sono scarse e perché questo metodo non riscuote molto successo tra i professionisti?
È difficile dire perché uno strumento abbia meno successo di un altro: ci sono diversi fattori. Uno di questi è il fatto che fin da subito (in Francia negli anni ’60) si sono sviluppate almeno tre Scuole che utilizzavano il test con approcci teorico-metodologici e materiali diversi. Inoltre, Arthus che è l’autore che per primo è stato tradotto in italiano, e che dunque per gli italiani fungeva da riferimento, a causa di una morte prematura non ha portato avanti il proprio lavoro e non rimane che un manuale, che però non ha dato avvio ad una riflessione in seno al mondo accademico-scientifico e un approfondimento del lavoro originale. Ciò probabilmente ha comportato la chiusura in piccole nicchie nelle quali ognuno faceva la propria cosa, senza però il pensiero forte di far crescere la conoscenza del test all’esterno.
Il test è costituito da piccoli elementi in legno colorato raffiguranti casette, alberi, persone, animali, ecc. e la richiesta è di costruire un villaggio su un tavolo. Forse il materiale “ludico” ha favorito l’equivoco che si trattasse di uno strumento poco valido, difficilmente analizzabile (anche a livello quantitativo) e destinato alla fascia infantile Stefano-300ppidella popolazione. Si tratta di una tecnica che, per certi versi, non si vergogna di lasciare spazi aperti all’intuizione clinica dell’operatore, senza per questo negare un rigore metodologico e fornendo criteri interpretativi che riflettano una teoria di riferimento. Ma è chiaro che ciò non ha attirato molto le simpatie del mondo accademico che, invece, ha implementato molto lo studio di strumenti diagnostici che fornissero dati anche quantitativi, “misurabili”, o che per lo meno – nel caso dei test proiettivi – avessero un linguaggio il più possibile conosciuto e comune, come può essere quello di derivazione psicoanalitica. Caratteristica che il test di Arthus non aveva, e che non risulta primaria nemmeno nel nostro metodo, sebbene venga integrata ad altre influenze. Detto ciò, proprio per la difficoltà di reperire dati qualitativi validi, si tenta di favorire – anche attraverso questo libro – una sistematizzazione del sapere e del metodo, e di garantire ai professionisti una formazione continua e la supervisione sui casi. Infatti, la Scuola di Torino, grazie alla felice intuizione di alcune figure come L. Zani Minoja, A.M. Bastianini e lo stesso L.G. Grandi, ha una lunga tradizione in questo campo, e nel corso degli anni ha formato una vasta schiera di professionisti che utilizzano la tecnica.

Quali sono le principali applicazioni?
Lo strumento è nato e si è evoluto principalmente come test psicodiagnostico. Con esso possiamo rilevare l’organizzazione della personalità del soggetto, riflessa sul tavolo, nella costruzione del suo villaggio. Rileviamo i meccanismi di difesa, la gestione degli aspetti affettivo-pulsionali, la qualità della socializzazione, il grado di apertura o chiusura al mondo e molto altro. Nel libro descriviamo come – soprattutto nel lavoro con i bambini – lo strumento possa essere utilizzato anche in ambito psicoterapeutico, sia per monitorare l’evoluzione del mondo interno del paziente nel corso del tempo, sia per favorire l’incontro e l’alleanza terapeutica, ad esempio nella costruzione a quattro mani di un villaggio-comune che ci parli del “campo” che si è instaurato tra paziente e terapeuta e che si situi in uno spazio transizionale che permetta al clinico di cogliere aspetti difficilmente rilevabili altrimenti, e che favoriscono processi di elaborazione e di cambiamento.
Anche con gli adolescenti e con gli adulti può essere utilizzato, così come in situazioni di gruppo, come in ambito formativo o della psicologia del lavoro. Anche nell’ambito scolastico e dell’orientamento potrebbe trovare dei buoni sbocchi. In ambito educativo, specialmente laddove sia prevista un’utenza “difficile”, oppositiva o che non conosca bene la lingua, un materiale “ludico”, come il Villaggio, che deve essere “manipolato”, può essere utilizzato con efficacia e risulta coinvolgente, oltre che generalmente poco impegnativo, e non abbisogna necessariamente del canale verbale.

Quali cambiamenti ha subito questa tecnica nel corso degli anni e delle applicazioni?
In Francia le due principali Scuole (quella riferibile a M. Monod e quella del gruppo di Rennes) rappresentano l’ideale evoluzione dei metodi elaborati rispettivamente da P. Mabille e R. Mucchielli, ovvero i due Autori che – insieme ad H. Arthus – hanno per primi lavorato sul test del villaggio, a partire dalla metà del secolo scorso. La prima cerca di integrare un taglio psicoanalitico a dei procedimenti che consentano di ricavare dei dati quantitativi; la seconda ha un approccio fenomenico-strutturale ed è maggiormente interessata ai processi di costruzione. La nostra tecnica parte dal lavoro pionieristico di Arthus, ma perviene poi ad un metodo proprio (materiale, consegna, interpretazione, ecc.), che comprende un approccio teorico integrato. Inoltre, abbiamo elaborato un kit che, per numerosità e tipologia di elementi, si differenzia da quello di altri approcci. Ancora oggi, sto continuando il lavoro sul test, approfondendo alcuni aspetti come l’analisi topologica e l’analisi topografica, provando ad inserire alcuni dati quantitativi, come l’indice di densità, e implementando aspetti teorici come l’analisi attraverso la Teoria degli Elementi o la proposta di una tipizzazione attraverso la Spirale evolutiva. Spero che ciò possa essere argomento di una prossima pubblicazione.

Qual è la fascia di età che più si presta all’applicazione di questa tecnica?
Nell’ambito della psicodiagnosi e della psicoterapia infantile osserviamo come questo sia un test di solito gradito al bambino, che si trova ad adoperare un materiale da costruzione che sostanzialmente è familiare e che forse ha già utilizzato (in altre forme). Anche in fase preadolescenziale e adolescenziale mi sembra offra buoni risultati, in particolare con quei ragazzi che ancora non utilizzano la verbalizzazione come canale privilegiato di comunicazione e di espressione. Con gli adulti, l’analisi e l’interpretazione del villaggio può diventare un bel lavoro di alleanza fra paziente e terapeuta, qualora quest’ultimo coinvolga il primo fornendo spunti di riflessione e di approfondimento, a partire dalla fase di “inchiesta” e mentre procede con la fase di analisi, per pervenire ad una co-costruzione dell’interpretazione.

Le storie riportate nel volume che più hanno colpito il vostro interesse?
Mi sembra che le storie riportate nel libro siano tutte, a modo loro, suggestive. A partire dagli esempi tratti dalla fase psicodiagnostica, per poi calarci in maniera più approfondita nell’argomento attraverso tre “casi” di trattamento psicoterapeutico, il tutto corredato dalle fotografie dei villaggi e dalla loro analisi. Mentre i primi possono essere utili per restituire al lettore, attraverso la fotografia, come può modificarsi idealmente la costruzione di un villaggio nei bambini fra i 5 e i 13 anni, quali caratteristiche si rilevano nelle varie età e in seguito a storie di vita di un certo tipo; le tre esperienze cliniche, forniscono la possibilità di entrare nella stanza di terapia ed accompagnare i due soggetti nel loro percorso. Attraverso la ripetizione nel corso del tempo del test del villaggio agli stessi soggetti, attraverso la descrizione di alcune fasi salienti della terapia e la riflessione teorico-metodologica sul lavoro svolto, il lettore può osservare come le costruzioni si modifichino in base all’evoluzione della terapia e al modificarsi del mondo interno del bambino, permettendo al clinico, di volta in volta, di partire da quanto rilevato, per impostare il lavoro successivo.

 

 

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