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Nessuna ferita è per sempre. Intervista a Raffaele Morelli

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La nostra intervista esclusiva al Dottor Raffaele Morelli in occasione del XXV° Congresso Nazionale della SIMP a Montesilvano (PE).

Raffaele MorelliSabato 7 e domenica 8 novembre si è svolto a Montesilvano il XXV Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Psicosomatica in memoria di uno dei padri fondatori, il Dott. Romano Di Donato.

Organizzatori sono stati il presidente della SIMP, il dottor Piero Parietti, insieme al CSPP guidato dal presidente Domenico Agresta, figlio del dottor Fausto Agresta, noto psicanalista nonché coordinatore della sezione pescarese.

«Il titolo che è stato dato a questo congresso – ha spiegato il Dott. Fausto Agresta, in apertura dei lavori - è “Il linguaggio della malattia”, sottotitolo “Pensare psicosomatico: corpo, sogni e parole nella relazione terapeutica”. Io ho un po' forzato il direttivo affinché accettasse di inserire la parola sogni, che è sparita dalla riflessione culturale e sociale in questi ultimi anni. La nostra intenzione è invece quella di recuperare la dimensione dell'immaginario, che è strettamente connessa con la relazione terapeutica».

L’occasione è stata promossa non solo per conoscere le esperienze cliniche e gli approcci psicosomatici, ma anche e soprattutto per rivolgersi ai giovani studenti e neolaureati di Psicologia, aiutando loro a riflettere sul ruolo e sul rapporto che dovrebbe svilupparsi tra operatore e paziente all’interno della psicoterapia. Partendo dal tema del trauma, che non può passare che dal corpo, si è poi parlato di simbolizzazione, di mentalizzazione, di comunicazione e di tecniche di intervento ad esso correlati.

XXV Congresso SIMPL’evento ha offerto brillanti conferenze, tavole rotonde, workshop e comunicazioni scientifiche che hanno dato ampio spazio alle più recenti e avanzate osservazioni e ricerche nel campo psicosomatico, con la presenza di medici e psicologi che hanno affrontato insieme i due volti della malattia. Specificità del XXV Congresso Nazionale della SIMP sono stati i laboratori, esperienze pratiche guidate attraverso tecniche consolidate che hanno consentito ai partecipanti di entrare pienamente nel territorio della malattia e del suo senso.

Tra i nomi illustri della psicosomatica, Psiconline ha avuto il piacere di intervistare il vicepresidente della Simp, il Dottor Raffaele Morelli, noto psichiatra e Direttore dell’Istituto Riza, il quale si è prestato gentilmente a rispondere alle nostre domande illustrando in modo chiaro e diffuso l’ambito nel quale opera quotidianamente.

Dottore può illustrarci brevemente il contenuto del suo Intervento in occasione di questo XXV congresso nazionale della SIMP?

Io in occasione di questo congresso ho trattato del mondo delle immagini.
Partendo dall’idea che la nostra cultura è molto razionale e vive dentro un’energia molto pesante che è quella del pensiero, di fronte ad ogni problema e ad ogni abbandono subito, l’uomo ci ragiona sopra. Bisognerebbe pensare, invece, che il pensiero in realtà è un’energia paludosa: più pensiamo, più i traumi ricevuti si acuiscono. Allora cosa dobbiamo fare? Dare spazio alle immagini.

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Se, ad esempio, ti senti imprigionato in una situazione senza via di uscita, prova ad immaginare una gabbia. Chiudi gli occhi ed immagina di trasformarti in un uccello che vola, di affiancarti un animale che ti protegge oppure di cercare una persona che ti è vicina: insomma sposta il problema dalla realtà verso l’immaginario.
Si dovrebbe ragionare non con i pensieri ma con i sogni, come se dovessimo farci accompagnare solo da questi ultimi. Solo in questo modo il cervello potrà scoprire delle reti di neuroni che mettono in atto energie sconosciute e che, successivamente, fanno scattare l’autoguarigione; quindi l’unica soluzione per guarire dai nostri disagi è smettere di pensarci ed affidarci maggiormente al mondo immaginario, perché solo quest’ultimo ha risorse che il pensiero non ha.

Vuole parlarci del suo ultimo libro?

L’ultima mia pubblicazione si chiama “Nessuna ferita è per sempre, come liberarsi dai dolori del passato".
In questo libro parlo di come in noi si è formata una convinzione culturale secondo cui siamo quello che siamo in base ai genitori che abbiamo avuto, le relazioni remote, se ci siamo laureati, se siamo stati abbandonati e se siamo stati amati.

Purtroppo dimentichiamo in queste riflessioni di considerare la cosa più importante: ognuno di noi è unico e già al momento della fecondazione c’è un’immagine di noi già presente. C’era il tuo volto al momento della fecondazione? C’era il tuo volto quando eri un grumo di cellule? Non si vedeva ma c’era. Quindi c’è in noi un principio di identità che come costruisce il nostro volto, che è fisico, così costruisce le nostre immagini; cioè ognuno di noi è nato per fare delle cose che solo lui può fare: ha emozioni, sentimenti e modo d’amare unici.
Pertanto il senso di questo libro, “Nessuna ferita è per sempre”, è quello di ricordarsi che non bisogna riflettere troppo sul trauma che è stato subito; qualsiasi ferita che c’è stata nella tua vita è sicuramente avvenuta, ma adesso pensa che non c’è più.
Bisognerebbe spostare la mente sull’attività fiorile. Hillman che è un grande psicoanalista parla di “nucleo germinale”: dentro di noi c’è qualcosa che ci genera, come ci crea nell’utero ci sta formando anche adesso. Allora dimenticare il trauma significa far volare le attività creative del cervello, fantasticare, sognare, disegnare.

Quando vieni abbandonato, in genere il trauma dura per molto tempo; però se sei stato attento ti sei accorto che il rapporto con lui o con lei era finito già da tempo, poi lui o lei ha preso la palla al balzo e ti ha lasciato. Ma cosa accade dopo l’abbandono? Anziché festeggiare il fatto che un rapporto non funzionava e che quindi adesso si può ricominciare da capo trovando nuove strade, noi incominciamo a lamentarci, a dire “perché ha lasciato proprio me dopo tutto quello che ho fatto per lui”, oppure cerchiamo addirittura di recuperare. In realtà noi non facciamo l’unica cosa che conta: accogliere il dolore ed il disagio, incominciando a ricordarci di noi.

Pierre Hadot, un grande filosofo e scrittore francese, diceva “Ricordati di te, chiudi gli occhi. Ricorda il tuo volto da bambino: cosa ti piaceva fare, cosa ti divertiva, cosa ti veniva naturale, cosa facevi senza sforzo?”. Ecco, quell’immagine che il cervello seleziona tra miliardi di immagini è la tua guida. Noi abbiamo immagini guida dentro di noi, così come a volte vengono a trovarci dei sogni che ci stanno indicando una strada. Allora ogni trauma, ogni abbandono o qualsiasi cosa subiamo non dobbiamo stare a pensare alla storia andata male, ma immaginare che ci sia dentro di noi un’unicità che sta facendo la sua strada; spesso l’anima si avvicina al suo percorso o torna semplicemente a casa sua attraverso strade molto scure, ma comunque sia c’è sempre dentro di noi un’immagine guida che la accompagna. Questo è molto importante: anziché pensare come risolvere il problema, chiudi gli occhi affidati al nulla, immagina di scivolare in una tana e aspetta che la soluzione venga da dentro. Le soluzioni che vengono da dentro ci portano verso il nostro cammino, che è unico per ciascuno di noi.

Quindi in questa società in cui troppo spesso conta l’apparire piuttosto che l’essere, quanto crede che sia importante ascoltare se stessi e manifestare le proprie emozioni?

Vede, conoscere se stessi significa stare con se stessi, ma più di tutto significa ascoltare le proprie contraddizioni; devi sentire che in te c’è una persona che in un momento può essere presa da un attacco di rabbia, ma in un altro momento può provare la tenerezza e in un altro ancora essere guidata dalla dolcezza. Spesso noi vogliamo scegliere di essere l’uomo forte e intanto, però, accumuliamo debolezza; insomma l’anima è contraddittoria e noi viviamo in una cultura molto unilaterale.

nessuna ferita è per semprePer esempio consideriamo quei giovani che vanno in palestra, pensano solo all’estetica e si fanno dei pettorali enormi; in realtà quelli sono sempre i più fragili. L’esterno non ti può mai dare soluzioni, l’unico rifugio per te stesso è il mondo interno.
Quindi come potremmo agire? Se siamo troppo ancorati a noi stessi diventiamo come l’esterno, siamo sulla buccia dell’arancia; ma ciò che ci crea è il seme, cioè l’interiorità. Tutte le notti il cervello cosa fa? Quando arriva il buio elimina tutto ciò che non serve, “sfronda”, un po’ come l’albero che porta via le foglie morte e si rigenera.

Bisogna capire che soffermandoci solo con la nostra identità, il personaggio che crediamo di essere ed il nostro rapporto con il mondo esterno, siamo perduti perché diventiamo come i giovani che pensano solo alla palestra, vanno in discoteca fino alle sette di mattina, interrompono il giusto ritmo sonno-veglia e soprattutto non sono più convinti che ci siano delle risorse dentro di loro. Nel caso di questi giovani la loro parola d’ordine diventa stordirsi, divertirsi; ma dentro di noi abitano anche altre forze: la paura, la tristezza, la rabbia, la gelosia e l’invidia. Imparare ad accoglierle è il vero segreto, perché ti fa diventare maturo; se resti un frutto acerbo magari piaci agli altri, ma con te stesso il conflitto diventa perenne.

 

La Redazione di Psiconline ringrazia il Dottor Raffaele Morelli per la sua disponibilità e collaborazione; invitiamo tutti voi che ci leggete a cercare sul sito il video integrale dell’intervista che ci ha rilasciato.

 

( a cura di Benedetta Marrone e Sara D'Annibale)

 

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Tags: linguaggio malattia parole relazione corpo immaginario società italiana di medicina psicosomatica Raffaele Morelli

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