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Psicologia dell'emergenza. Intervista a Clementina Petrocco

on . Postato in Le interviste di Psiconline® | Letto 4213 volte

psicologia dell'emergenza clementina petroccoDa alcuni anni la psicologia dell'emergenza è emersa con prepotenza quale forza iindispensabile di supporto in una serie di catastofi naturali che hanno, una dopo l'altra, funestato l'Italia.

Essendone direttamente coinvolti poiché la sede di Psiconline è in Abruzzo e l'Abruzzo è stata una delle regioni più duramente colpite dagli eventi sismici e dalle calamità naturali che si sono susseguite in questi ultimi anni, abbiamo voluto intervistare la collega Clementina Petrocco che opera attivamente nel settore, in collegamento con l'Ordine professionale abruzzese.

Clementina, laureatasi nel 1984, esercita a L'Aquila dal 1989 come libera professionista presso il proprio studio, è stata Consigliere dell'Ordine degli Psicologi dal 1996 al 2001 e dal 2009 lavora nella psicologia dell’emergenza e nei relativi corsi di formazione e informazione. Ha dietro alle spalle una lunga e complessa formazione professionale ed una altrettanto importante attività di docenza.

L'abbiamo incontrata, pur nella difficoltà ancora perdurante di queste giornate impegnative fra tempeste di neve eccezionali e scosse di terremoto che si susseguono, per capire insieme a lei come gli psicologi e la psicologia si inquadrano nel tema centrale dell'emergenza e della protezione civile.

Psiconline
Dal terremoto dell'Aquila il tema dell'emergenza è diventato centrale nella vita sociale italiana. Di colpo ci siamo trovati più fragili ed indifesi e con una grande necessità di protezione.

In questo quadro è emersa con prepotenza la necessità di intervenire non solo sulle macerie per ricostruire e sulle vittime per lenire il dolore ma anche sui sopravvissuti (intesi come popolazione intera che ha vissuto l'evento) per aiutarli a recuperare tranquillità e continuità nella vita di tutti i giorni.
Ed in questo quadro, improvvisamente diverso, si è iniziato finalmente a parlare di psicologia e di psicologi. 
Come mai si è verificato questo, secondo la tua opinione?

Clementina Petrocco
Parliamo della situazione in Abruzzo e specificatamente della provincia di L’Aquila, in quanto altri colleghi di altre regioni si erano già trovati a fronteggiare situazioni di emergenza molto impegnative.
Io personalmente, anni prima e per puro caso, avevo fatto un breve corso di tre giorni sulla psicologia dell’emergenza a Firenze con colleghi molto preparati nel settore (colleghi toscani e valdostani che poi sono venuti anche a L’Aquila)
Tornando a noi Aquilani, nel 2009 ci siamo trovati tutti a passare da una situazione di onnipotenza generalizzata ad una situazione di impotenza assoluta.
Eravamo del tutto impreparati ad affrontare quello che e’ accaduto. Molti di noi che lavoravano già da tanto tempo a L’Aquila, sia nel privato che nel pubblico, hanno iniziato a girare nelle tendopoli per non abbandonare i propri pazienti e per fare con loro un contenimento emotivo, oppure per sostenerli nell’elaborazione del lutto (lutto di perdita di figli, genitori, fratelli ,amici e case e cose).
In quel periodo, durato molti mesi, abbiamo lavorato alla spicciolata. In fondo, eravamo anche noi terremotati, avevamo perso la sede dell’Ordine, i numeri di telefono  dei pazienti e dei colleghi, avevamo enormi difficoltà perfino ad incontrarci tra di noi e a scambiare opinioni.
Inoltre anche molti di noi avevano perso tutto e dovevamo occuparci di familiari ed altro. Ed eravamo anche noi traumatizzati.
Essere terremotati e psicologi nell’emergenza è stata credo una esperienza particolarissima ed alquanto rara.
Di solito si va a fare emergenza ma non la si subisce ed infatti quando poi alcuni di noi poi sono stati al terremoto in Emilia, lo stato d’animo era molto diverso.
Questa particolarità credo ci abbia avvicinato molto alla gente in quanto non ci potevano dire “ma lei che ne sa, non c’è stato…" e ci ha permesso di  intervenire in maniera efficace, ognuno in base alle proprie capacità e formazione.

Quindi, La necessità di psicologia è emersa con prepotenza.

In quella situazione abbiamo sperimentato il disagio di non avere un riferimento preciso, di non avere linee guida precise da seguire e di avere pochi collegamenti tra di noi. Era però sempre più evidente che il ruolo della psicologia per affrontare quello che era capitato era fondamentale.

Ma è emersa con eguale prepotenza la necessità di psicologi quali professionisti preparati a tale compito?

Sicuramente all’inizio del nostro intervento sul territorio abbiamo sperimentato limiti e carenze, ma  credo che ognuno di noi abbia cercato e attivato tutte le risorse cui potevamo attingere.
Nello specifico, a L’Aquila, abbiamo lavorato sulla paura, sul disorientamento, sul contenimento emotivo e sulle perdite.
I lutti sono stati difficilissimi da affrontare ed alcuni ancora oggi non sono stati elaborati (perdita dei figli, ad esempio); abbiamo cercato di “sciogliere” la siderazione, di sviluppare la resilienza e di creare i germogli una  progettualità.
Abbiamo capito che eravamo la prima generazione di tecnici che si trovava ad affrontare una simile situazione e che dovevamo lasciare da parte teorie, setting e metodi tradizionali e lavorare soprattutto sulla relazione, e sull’esserci, sempre e comunque, pronti a collaborare con altre figure professionali.
Ci siamo formati nell’emergenza per poi diventare psicologi dell’emergenza (esperienza poi riportataci in egual modo dai colleghi valdostani).

E, secondo te, gli psicologi erano pronti a raccogliere la sfida?

Certo non eravamo pronti ad essere terremotati e contemporaneamente tecnici dell’aiuto ma credo che in qualche modo ci siamo riusciti seppur con gravi carenze di comunicazione e di organizzazione. L’emergenza dell’Aquila è stata lunghissima e non è ancora finita; noi siamo ancora in emergenza terremoto 2009.
Alcuni lavori iniziati allora sono in itinere e le conseguenze del sisma sono adesso emergenza più che mai.

Cosa è accaduto specificatamente in Abruzzo?

Nel 2009 a L’Aquila si è creata una situazione particolare in quanto quasi tutti noi eravamo della zona e avevamo già in carico molti pazienti. Si è trattato quindi di prenderci cura di tutti loro e di moltissimi altri. Abbiamo lavorato tantissimo, spesso da soli.

Quanto l'Ordine è stato presente ed attivo a fianco della comunità professionale?

Per il terremoto di Amatrice la situazione è stata totalmente diversa (i paesi dell’alto Abruzzo confinano o sono divisi a metà con la zona di Amatrice). Il giorno stesso del terremoto l’Ordine, nella persona del Presidente, si è attivato immediatamente: riunioni, corso di formazione, comunicazione tra di noi, interventi organizzati per settore, capacità e zone di lavoro ed un gruppo di noi con già l’esperienza del terremoto si è messa immediatamente al lavoro nei vari settori.
Gli interventi sono stati diversificati in base ai posti di lavoro. Nel territorio confinante abbiamo e stiamo lavorando sui lutti, sulle perdite di parenti amici conoscenti, fidanzati, sulla paura e l’angoscia di morte, stiamo stimolando la resilienza e la progettualià.
Cosa nuova, almeno per me, il lavoro di gruppo ed individuale sui soccorritori sia professionisti che non. Infatti Amatrice ha fatto moltissimi morti su di una popolazione molto ristretta ed in un territorio limitatissimo e  tutti noi, compresi gli altri soccoritori “abbiamo camminato sui morti” e questo andava e va elaborato.
Nel lavoro di emergenza sono previsti, oltre ad un certo numero di sedute di gruppo, anche una decina di colloqui individuali (con regolare appuntamento e setting) a chi ne faccia richiesta. Questo servizio è attivo, al momento, solo nella zona di Montereale (che conta ben 20 paesi intorno). Circa 25 sono i pazienti in carico, oltre a quelli seguiti all'Aquila e sulla costa e questi pazienti sono inviati quasi tutti dai medici del Distretto Sanitario di Base.
Altri colleghi lavorano con gli sfollati, a L’Aquila o nel progetto-case, o sulla costa, altri ancora sul trauma immediato (EMDR), altri con persone e bambini con lutti, nell’inserimento scolastico, dell’handicap e sociale.
Ci sono anche molti nostri colleghi  che non vivono a L’Aquila ma o sulla costa o nelle Marche o nel Lazio, che si sono messi a disposizione per lavorare con gli sfollati.
Mentre eravamo in emergenza si è verificato l’altro terremoto (Norcia), per fortuna senza perdita di vite umane. E poi  Montereale... E adesso mentre scrivo… scosse, scosse, scosse... bambini terrorizzati e disorientati, anziani  abbandonati dai familiari smarriti e malati e adulti allo stremo delle forza, pazienti psichiatrici confusi.
Ci sono famiglie, qui a due metri da me, che sono scampate dal terremoto di L’Aquila, si sono trasferite ad Amatrice, poi a Montereale e …. adesso vivono in tensostruttura...

Oggi tutti parlano di gestione del trauma da parte di psicologi professionalmente preparati.

Si parla di gestione del trauma, ma sappiamo che il trauma più è rilevante più richiede tempo di intervento. Le persone che hanno perso i figli, per esempio, sono siderate, annichilite, e al momento si possono solo sostenere ed aiutare, il trauma e la perdita non possono essere “curate” nell’emergenza ma richiedono tantissimo tempo.
I bambini di Rigopiano o i figli degli operatori del 118 periti in servizio non possono essere “trattati” adesso. Possiamo solo sostenerli ed essere vicini, comunicare in maniera protetta e trovare le migliori soluzioni per loro, ma dobbiamo lasciare i loro meccanismi di difesa cosi come sono. Forse essere preparati significa anche questo, significa sapersi fermare in tempo ed “accontentarsi” di fare da bastone.
Sicuramente la nostra presenza è utilissima nella gestione delle dinamiche di emergenza, nella gestione della paura, delle dinamiche che scattano tra i soccorritori, tra soccorritori e soccorsi e tra le persone  e le famiglie che vivono tutte insieme in spazi ristretti e obbligati.
E’ necessario sapersi mettere da parte, a volte, ubbidire alle istituzioni, modellarsi alla situazione; non ci possiamo aspettare un setting, nè alcun tipo di intervento strutturato; però dobbiamo riuscire a crearlo e conservarlo in ogni situazione.

E' davvero così o ci sono ancora grandi improvvisazioni?

Parlando della Provincia di L’Aquila non credo ci siano attualmente improvvisazioni. Nel 2016 l’Ordine è stato veramente attento a che ciò non accadesse, che non ci fossero sciacalli o speculazioni o persone alla prima esperienza ad intervenire.

Come operate, in concreto, nel momento dell'emergenza nei diversi quadri che vi trovate di fronte?




Dipende: contenimento emotivo , gestione dello stress, gestione delle dinamiche personali e familiari, colloqui con anziani, psichiatrici,  gestione della paura e dell’ansia, interventi sugli attacchi di panico, gestione di un nuovo inserimento, lavoro sul lutto e sulle perdite...

E quanto è importante la gestione professionale del post emergenza?

Il post emergenza è fondamentale, altrimenti la gestione dell’emergenza è quasi tempo sprecato. Dobbiamo ancora creare protocolli ad hoc e regole più o meno condivisibili e generalizzate perché siamo la prima generazione ad affrontare questa esperienza che sembra essere sempre più complessa ed in continuo divenire.
A L’Aquila, con il terremoto del 2009, siamo ancora nella gestione del post-emergenza sia a livello individuale che sociale e dobbiamo ancora strutturare gli interventi a lungo termine con persone a basso reddito e che non riescono ad accedere, per motivi di numero, al servizio pubblico.

Ci sono abbastanza psicologi che se ne occupano? Oppure è importante che altri si formino?

Dipende da quante emergenze contemporanee ci sono...
In ogni caso credo che si dovrà pensare ad una scuola di specializzazione vera e propria con professionisti formati e pagati. Penso che i professionisti dell’emergenza non debbano essere nè giovanissimi, né troppo anziani. Poichè noi (almeno noi della Task Force dell’Ordine) non siamo pagati, dobbiamo essere muniti di reddito personale e di tempo da dedicare all’emergenza.
Si propongono molti giovanissimi iscritti ma non hanno ancora le capacità emotive per affrontare un impatto cosi importante.

Infine, ci racconti una tua esperienza significativa?

Durante l’emergenza terremoto del 2009, ho iniziato a fare dei gruppi in tutto l’Abruzzo con pazienti che già avevo in carico e con pazienti nuovi  di ogni genere, infermieri, e psichiatrici (i primi gruppi in collaborazione con la Psichiatria di L’Aquila) e chiunque volesse partecipare. Questi gruppi, apparentemente eterogenei, avevano tutte le regole e le caratteristiche tipiche di un gruppo di psicoterapia.
Inizialmente hanno partecipato moltissime persone e infine, dopo circa un anno, abbiamo continuato a lavorare a l’Aquila con una trentina di pazienti in luoghi di fortuna e cambiandoli spesso. Nel frattempo una mia cara amica e collega delle Marche, che già lavorava a l’Aquila, si è offerta di condurre il gruppo insieme a me.
Una persona, facente parte di una associazione, ci ha offerto gratuitamente una stanza abbastanza grande da ospitare il gruppo, ed abbiamo fatto insieme  gruppi con frequenza prima settimanale poi quindicinnale per cinque anni e pur essendo del tutto gratuito mai nessun paziente ha fatto assenze, se non per motivi veramente importanti.
Il gruppo, che era partito per elaborare esperienze drammatiche attuali, ha continuato facendo un vero e proprio lavoro psicoterapico di crescita individuale veramente egregio. Ed è il gruppo migliore che io abbia mai condotto.

La nostra intervista si conclude qui, ringraziamo Clementina Petrocco per la sua disponibilità e per il "cuore" con cui affronta il suo impegno di "psicologa dell'emergenza". Dalle sue risposte emerge il senso vero e profondo dell'aiuto che solo una comunità professionale formata e preparata può portare in occasioni così particolari come una catastrofe naturale che, in un attimo, ci priva di ogni certezza precedente e ci pone in una situazione di estrema difficoltà per il futuro, prossimo e/o remoto.

Grazie a lei e a tutti i colleghi costantemente e volontariamente impegnati in situazioni così importanti.

 

 

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Tags: psicologia dell'emergenza Intervista clementina petrocco

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