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Uomini e donne oltre lo specchio - intervista al Dott. Massimo Giuliani e alla Dott.ssa Adriana Valle

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Nei mesi scorsi edizioni Psiconline ha pubblicato un interessantissimo volume che si pone come uno dei più stimolanti nell'ambito dello specifico settore della Terapia Familiare in Italia.

"Uomini e donne oltre lo specchio", questo il titolo del libro, ha già ricevuto importanti e lusinghiere recensioni da chi si occupa del settore e viene attualmente utilizzato da alcune delle Scuole di Formazione in Psicoterapia presenti in Italia.

Il punto centrale del volume, scritto in tandem da Massimo Giuliani e Adriana Valle, è la terapia della famiglia vista da una prospettiva di "genere".

E' un modo particolare di approcciare al problema ed è molto diffuso nel mondo anglosassone mentre qui da noi, in Italia, non ha ancora trovato lo spazio e le basi teoriche per una concreta e diffusa applicazione. Questo volume vuole essere proprio il punto di avvio di un dibattito in tal senso e, partendo dall'esperienza concreta degli autori, vuole consentire a chi concretamente e fattivamente si occupa di Terapia Familiare, di entrare in contatto con una nuova modalità di leggere il rapporto terapeutico con i pazienti ma anche fra i terapeuti stessi.

Per approfondire questi temi così importanti e significativi, abbiamo deciso di incontrare la coppia di autori e di parlare con loro delle profondità e delle concretezze del volume. Affrontare insieme ciò che hanno voluto far conoscere e chiedere a loro di più e meglio sulle prospettive di un tale approccio.
Seduti comodamente nel loro studio, davanti ad una distensiva tazza di thè, poniamo loro quelle domande che sono emerse dalla lettura di questo bel volume e ascoltiamo con piacere le loro risposte.

Psiconline: Il vostro libro “Uomini e donne oltre lo Specchio”, pubblicato da Edizioni Psiconline, ha come sottotitolo “Differenza di genere e terapia della famiglia”. Specchio, differenza di genere, terapia familiare……in che modo questi tre concetti sono legati fra loro?

Massimo Giuliani: Lo specchio unidirezionale, quello attraverso il quale l’équipe segue il terapeuta e la famiglia in seduta, è da sempre l’emblema della terapia familiare; la differenza di genere è la lente che abbiamo cercato di aggiungere al bagaglio tecnico e concettuale del terapeuta.
Nella prima parte del libro passiamo in rassegna autrici e autori che, nella psicologia come nella terapia della famiglia, hanno cercato di mettere in discussione le idee di “normalità” costruite sul maschile e poi estese al femminile. L’insegnamento che ci hanno dato è che una psicoterapia che scambi per realtà naturale quanto c’è di costruito socialmente nei ruoli di genere (anche nelle teorie psicologiche sui ruoli di genere) rischia di essere una terapia prevaricatrice. Inoltre la grande idea che abbiamo raccolto da una psicologa femminista (ma lei preferisce dire “sensibile al genere”) come Carol Gilligan è che una visione rigida dei ruoli di genere penalizza sia le donne che gli uomini.

Adriana Valle: Lo specchio del titolo rimanda anche a quello specchio che in una terapia attenta alla differenza di genere, appunto, abbiamo deciso di non ritenere una barriera insormontabile... L’espressione “oltre lo specchio” introduce con un’immagine l’idea di una terapia in cui la voce maschile e quella femminile dell'équipe terapeutica sono entrambe presenti nella stanza di terapia, e in cui l'équipe possa conversare apertamente con la famiglia, "oltre lo specchio" appunto, nella stanza della terapia. Con il tempo ci siamo resi conto che un setting di questo tipo, in cui i terapeuti e gli “utenti” condividono lo stesso spazio, facilitava un confronto dei punti di vista dei terapeuti e dei clienti, del femminile e del maschile, pur dentro la classica cornice sistemico-relazionale.

In cosa consiste il team bi-gender?

Adriana Valle: come terapeuta donna devo dire che l’essere in team con un collega terapeuta di fronte ad una coppia di genitori o di coniugi ha offerto ad entrambi una posizione molto dinamica e direi anche più facilmente neutrale. Lavorare in due invece che da soli offre di per sé grandi opportunità se si considera la ricchezza dei punti di vista una risorsa da mettere in gioco nella terapia; essere uomo e donna di fronte ad una coppia offre la possibilità di giocare nella relazione terapeutica il punto di vista maschile e femminile senza che l’uno prevalga sull’altro.

Massimo Giuliani: abbiamo cercato di approfondire la conoscenza delle risorse offerte da una pratica che da sempre la terapia della famiglia ha ritenuto utile, ma spesso l’ha utilizzata in modo, come dire?, intuitivo, senza costruire delle idee sullo strumento. Da sempre si sa che se la coppia terapeutica (in terapia della famiglia si lavora spesso in squadra) è costituita da un uomo e una donna, la coppia dei clienti in terapia può sentirsi più accolta e compresa. Noi abbiamo cercato di valorizzare la differenza di punti di vista del team terapeutico bi-gender per avere uno sguardo sensibile alla differenza di genere.
Piano piano ci siamo accorti che peraltro il nostro team introduceva un’idea di collaborazione fra i sessi che per alcuni clienti era nuova e non sempre ovvia. Ricordo dei mariti che guardavano con un certo stupore al fatto che prima di dire qualcosa mi consultavo con una collega donna e che ne tenevo in gran considerazione il punto di vista!

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Quindi è una terapia familiare che utilizza come focus principale la differenza di genere. Come è possibile concretamente attuare questo tipo di terapia?

Massimo Giuliani: noi lo abbiamo fatto proprio attraverso il team bi-gender, e nel libro indichiamo alcune “linee guida” per una terapia sensibile al genere: l’uso dell’équipe mista; un atteggiamento ironicamente irriverente verso le idee dominanti sui ruoli di genere; l’équipe come modello di relazione paritaria e polifonica. Ma anche lavorando da soli, senza questa risorsa a disposizione, è possibile avere un’attenzione alla differenza. Quando le premesse di genere fanno soffrire è perché sono diventate rigide. Spesso le persone dicono cose tipo “anche se sei una donna, non capisco perché non hai i miei stessi desideri”. Hanno premesse rigide di uguaglianza, che è utile mettere a confronto con un’idea di differenza. Altre volte dicono “non puoi capire la mia sofferenza, sei un uomo”. Sono storie costruite sulla differenza irriducibile: allora è utile introdurre l’idea che nella differenza ci sia un punto di incontro, delle somiglianze, delle vicinanze, una possibilità di comprendere. L’idea di fondo è che la somiglianza e la differenza non stanno nella realtà oggettiva “là fuori”, ma nel modo in cui decidiamo di raccontare le cose.
La differenza sessuale, biologica, è un dato oggettivo. La tentazione di far discendere da lì la differenza di genere come un dato ugualmente incontrovertibile è forte, ma è alla base di polarizzazioni che fanno soffrire. Abbiamo incontrato donne che soffrivano ed erano messe al margine perché la loro femminilità non rispondeva a quel che ci si aspetta da una donna; abbiamo visto uomini che soffrivano perché il loro carattere docile e portato alla cura era stigmatizzato dalla famiglia e ritenuto un segno di debolezza e scarsa virilità. Ecco, se il terapeuta aderisce acriticamente a un’idea condivisa di quale sia il modo “giusto” di essere donna e quale il modo “giusto” di essere maschio, partecipa a un’idea dominante che può generare sofferenza.

Adriana Valle: Il punto di partenza di questa terapia sensibile al genere è che possa essere “terapeutico” decostruire costrutti e ruoli sessuali rigidamente fissati e come tali fonte di sofferenza. Una loro messa in discussione deve passare attraverso un processo di confronto aperto tra punti di vista, un confronto che avviene tanto più facilmente quanto più può concretizzarsi nella stanza di terapia tra una coppia di uomo e donna che trova nella coppia di terapeuti un possibile interlocutore in cui ci siano entrambi i punti di vista. Tuttavia anche il terapeuta che lavora in un setting individuale può usare secondo le stesse premesse, dato che più che una tecnica costituisce uno sguardo sulla terapia, un’ulteriore lente per guardare la realtà.

Nel volume è riportato un caso clinico di una coppia di genitori che intraprendono una terapia familiare come supporto alla terapia individuale della figlia anoressica. L’anoressia è senza dubbio legata alla percezione della propria sessualità e al rapporto madre-figlia, quindi l’utilizzo di una terapia che si basa sul gender può essere in questo caso appropriata, ma può essere utilizzata anche per altri tipi di disturbi?

Massimo Giuliani: vorrei precisare che la terapia “sensibile al genere” non si propone come una tecnica nuova: piuttosto come un modo di affrontare la terapia che tenga conto della differenza di genere e delle idee, premesse, convinzioni ad essa legate (del cliente, della famiglia, del terapeuta) come un dato costruito socialmente e non come un “fatto”.
Dunque non ha un campo di applicazione privilegiato, ma è un modo a nostro avviso più rispettoso (la sparo grossa: più “etico”) di intendere la terapia. Qualunque terapia.
Nel caso clinico di cui stiamo parlando, quel che abbiamo fatto è stato entrare nello “scontro” di premesse che vedeva i genitori in conflitto sul corpo della figlia: per la madre “doveva” avere una certa forma; per il padre “doveva” averne un’altra; per il resto del sistema terapeutico (terapeuta individuale, medico, dietologo) un’altra ancora. Noi abbiamo cercato di esplorare il senso che ciascuno dava al corpo e al cibo: abbiamo cercato di farli entrare nella conversazione non come “verità” ma come punti di vista a confronto, e così abbiamo accolto anche il punto di vista della ragazza, alla quale abbiamo cercato di restituire competenza e responsabilità.
Abbiamo ascoltato le premesse di genere di ciascuno (ad esempio, su quanto dovrebbe pesare una ragazza di sedici anni) e poi ci siamo incuriositi al modo in cui la ragazza, acquistando peso o perdendone, prendeva distanza o si ricollocava rispetto alle differenti premesse e ai modelli culturali di genere che il papà e la mamma avevano ereditato dalle loro storie familiari.
So che l’idea che l’anoressia sia legata alla percezione della propria sessualità e al rapporto con la madre è piuttosto diffusa: non è stato il punto di vista che abbiamo utilizzato, e personalmente sono poco interessato a letture che riconducano il problema dentro una relazione duale, che di solito forse contribuiscono a togliere le castagne dal fuoco al “terzo” ma al contempo ne oscurano la presenza e l’importanza. In questo senso sono punti di vista poco “sensibili al genere”. Ci interessa esplorare la complessità delle relazioni familiari e il modo in cui i membri della famiglia, tutti i membri, costruiscono e coordinano i loro significati: in questo caso sul gender, sul corpo, sul cibo, sul piacere.

Adriana Valle: condivido, ma aggiungerei che il team bi-gender nella terapia familiare può mostrare la sua efficacia nel lavoro con i problemi di coppia: e penso alla coppia di coniugi ma anche alla coppia di genitori.

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Cosa vi aspettate dalla diffusione di questo volume? Quali obiettivi desiderate raggiungere?

Massimo Giuliani: mi piacerebbe che fosse letto e giudicato dai colleghi: è stato detto (mi fa molto piacere e nel contempo avverto la grande responsabilità che ne deriva) che contiene idee che nel mondo anglosassone sono di casa ma che da noi sono innovative e per nulla scontate.
Detto questo, l’abbiamo pensato anche per parlare del nostro lavoro ai non addetti ai lavori. Nel primo capitolo, ad esempio, facciamo una rassegna dei momenti principali della storia e dello sviluppo della terapia sistemica; raccontiamo anche una breve storia: utile, forse, a spiegare cosa sia il nostro lavoro e poi cosa il nostro modo di fare terapia ha in comune con altri modelli e in cosa se ne differenzi.
La cornice teorica alla quale facciamo riferimento e nella quale abbiamo inserito lo sguardo “sensibile al genere”, è la terapia sistemica della famiglia che attraverso il lavoro dei nostri maestri Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin (dopo il periodo di collaborazione con Mara Selvini Palazzoli e Giuliana Prata) ha fatto il giro del mondo: quella che i colleghi di tanti altri paesi chiamano con ammirazione “Milan Approach”. Ecco, mi piacerebbe che questo libro fosse utile a colleghi e persone curiose per farsi un’idea un po’ più approfondita di questo lavoro artigianale e complesso.

Adriana Valle: ... e proprio perché la terapia “sensibile al genere” non è una nuova tecnica ma un modo di intendere la terapia, ci aspettiamo che il nostro libro apra il dibattito su questo tema nel più vasto ambito della terapia e non solo nell’ambito della terapia familiare.

Alla fine del nostro incontro Massimo ed Adriana ci congedano convinti di aver illustrato al meglio la loro teoria e la nostra opinione coincide con la loro.
Non possiamo far altro che invitarvi a leggere il volume e, se lo desiderate, ad esprimere il vostro parere lasciando un commento di seguito a questa intervista.

(A cura della Dott.ssa Federica Carrasca)

 

Uomini e donne oltre lo specchio.
Differenza di genere e terapia della famiglia.
Autore: Massimo Giuliani, Adriana Valle
Collana: Strumenti 2007, pagine: 220, euro 14.50


(pubblicato in data 11 Febbraio 2008)

 

 


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