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Vicende familiari e giustizia

on . Postato in Libri e riviste | Letto 206 volte

Il tema della psicologia giuridica come strumento di mediazione tra i bisogni e i diritti dell’individuo e quelli della collettività potrebbe essere identificato come filo conduttore dell’agevole ma completo volume curato da Alberto Vito, Monica Vitolo e Giuseppe Nardini.

Si tratta di una raccolta di 12 contributi sulle principali tematiche riguardanti la psicologia giuridica: l’adozione, l’affido, i vissuti e le dinamiche connesse alle separazioni coniugali, le violenze subite dai bambini, la valutazione e le perizie sui minori. Gli autori sono psicologi e psichiatri che operano presso il Tribunale per i Minorenni, a cui si aggiungono due contributi di avvocati esperti del diritto di famiglia.

La legislazione italiana attribuisce un complesso e rilevante rilievo pubblico e giuridico alle vicende familiari che, conformemente alla comune sensibilità collettiva, non vengono affatto relegate ad un ambito “privato”. Il modello familiare a cui la legislazione fa riferimento è quello della “famiglia nucleare” (il marito, la moglie e i loro figli), cui la nostra Costituzione ascrive il carattere di “società naturale” (art. 29) fondante la dimensione sociale dell’individuo. Questo modello conosce negli ultimi decenni una rapida e conflittuale evoluzione verso strutture familiari del tutto inedite (coppie di fatto, famiglie monoparentali, famiglie ricostituite), che sovente non trovano ancora riscontro nelle modifiche dell’ordinamento giuridico, con l’affermarsi di nuove esigenze che spesso confliggono con i meccanismi e le aspettative che regolano la vita familiare tradizionale.

Nel volume il lettore viene a conoscenza di un ampio ventaglio di tecniche ed esperienze dove è evidente come lo scopo dell’intervento psicologico non sia solo quello di collaborare ad una corretta applicazione delle norme giuridiche ma anche il preservare e valorizzare la soggettività degli individui coinvolti in vicende dolorose e critiche.

In questa prospettiva, qual è il fondamento teorico della psicologia contemporanea nel difficile confronto tra individuo e società? L’idea di fondo dell’ordinamento giuridico è che l’uomo per sua natura tenderebbe a prevaricare gli altri e che la società si formi disciplinando e, se è il caso, reprimendo le pulsioni individuali (l’homo homini lupus di Hobbes). E’ questa peraltro la “pessimistica” antropologia freudiana che considerava la repressione degli istinti il prezzo necessario per l’affermarsi della civiltà. Attualmente gli psicologi non indulgono certo in una visione “ottimistica” (che peraltro troverebbe ben pochi riscontri nell’esperienza quotidiana), ma si può generalizzare affermando che, pur nella diversità degli orientamenti teorici, si è affermata l’idea che la natura umana non sia né buona né cattiva, quanto piuttosto spontaneamente incline alla socialità, come risultato della storia evolutiva della nostra specie. Quindi come sono necessarie norme e divieti che contengano una incontrollata ed inflazionistica affermazione di sé, allo stesso modo, una norma sociale eccessivamente rigida non consentirebbe l’adeguato strutturarsi di atteggiamenti e di forme di socialità basate sulla consapevolezza e sulla reciprocità.

Nessuna struttura sociale più della famiglia dovrebbe fondarsi su presupposti di consapevolezza e reciprocità. Quando ad intervenire è l’organizzazione giudiziaria sicuramente ci si trova di fronte ad un fallimento di tali premesse. L’intervento psicologico, oltre a contribuire all’individuazione delle responsabilità e alla salvaguardia dei diritti dei soggetti più deboli, potrebbe suggerire agli individui coinvolti una nuova opportunità di potersi sperimentare come parte di un nucleo di appartenenza dove ritrovare riconoscimento ai propri bisogni.

Ad esempio, un modello di intervento che tende verso questa direzione è la “mediazione familiare” nei contesti di separazione coniugale e di affido dei minori, così come viene presentata dall’interessante contributo di Alberto Vito. Qui ritroviamo lo psicologo impegnato non tanto nell’individuare le cause intrapsichiche e relazionali del conflitto, quanto nel gestire i processi che conducono alla risoluzione dei conflitti, partendo dal presupposto che il dissidio non è necessariamente un’espressione “patologica” quanto una esperienza inevitabile nella vita di ciascuno che peraltro può esprimere una potenzialità trasformatrice. Lo psicologo, nella sua posizione di terzo neutrale, cerca di individuare e valorizzare, pur in un clima di aspro ed incandescente contrasto, le risorse dei individui affinché riconoscano la reciproca responsabilità nel contribuire ad una ragionevole situazione relazionale che sia la più soddisfacente per tutti.

 

Vicende familiari e giustizia
A cura di Alberto Vito, Monica Vitolo, Giuseppe Nardini.
Sallustiana Editrice, Roma. 2005. pagg. 223.

 

 

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