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La fenomenologia della vergogna

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Da quando era stata definita "la cenerentola delle emozioni spiacevoli" per la scarsa attenzione ricevuta in passato dagli psicanalisti, la vergogna è passata ad essere considerata il sentimento chiave per la psicologia del Sé e, paragonata all'angoscia per la psicologia dell'Io.

sentimento di vergognaInizialmente considerata da Freud un sintomo causato da un trauma, successivamente una difesa contro gli istinti sessuali, praticamente ignorata dalla Klein, e spesso considerata indistinguibile dalla colpa, la vergogna sembra conquistare un ruolo specifico a partire dagli anni '50 con Erikson.

Secondo questo autore la vergogna è un'emozione che non è stata abbastanza studiata perché la nostra civiltà la confonde con molta facilità con la colpa. Per questo motivo, nella letteratura psicologica e psicoanalitica pochi si sono interessati veramente al discorso della vergogna, confondendola spesso con il senso di colpa o fatta rientrare in esso, dimenticata come emozione o appena accennata.

Origine della parola

L'origine della parola "vergogna" non è certa, molti linguisti sostengono una connessione con la parola "coprire", essendo il coprirsi una manifestazione comportamentale naturale nella vergogna.

L'Oxford Dictionary riporta dal trattato sulla Espressione delle emozioni di Darwin, la seguente affermazione :"sotto un acuto senso di vergogna, c'è un forte desiderio di nascondersi". È come se noi volessimo nascondere qualcosa a qualcuno e fosse invece messo in luce alla vista pubblica, o crediamo lo sia messo.

Dal punto di vista etimologico è interessante sapere, che la parola inglese "shame" e quella tedesca "scham", si ricollegano ad una radice indoeuropea "kam" o "kem" che vuol dire "nascondere, coprire" e con l'aggiunta del prefisso "s" "nascondersi, coprirsi" .In italiano vergogna deriva dal latino "verecundia" che si ricollega a "vereor": "rispetto, timore rispettoso, reverenza". quindi dal punto di vista etimologico, le lingue germaniche hanno posto l'accento sul comportamento, quelle di origine latina sulla motivazione.

Tra le sei definizioni riportate dallo Oxford Dictionary, una considera la vergogna come un'emozione, un'altra la definisce attraverso le sue manifestazioni fisiche. Un'altra "come un'emozione penosa che insorge dalla consapevolezza dell'esistenza di qualcosa di disonorevole, ridicolo, o indecoroso nella condotta di una persona, nelle circostanze o nell'essere in una situazione che offende la decenza o la modestia. Il senso di vergogna è la consapevolezza di questa emozione o anche la percezione diretta di ciò che è improprio o sgradito".

L'altro in questa definizione, è percepito come origine della vergogna, poiché la coscienza di qualcosa di disonorevole, ridicolo e indecoroso, riguardanti una persona, richiede l'esistenza di un "compagno giudicante" usando la terminologia di James. La vergogna non esisterebbe senza la credenza che un'altra persona sia a conoscenza dei nostri "misfatti".

Aspetti somatici e cognitivi

Darwin e molti studiosi pongono l'enfasi nell'esperienza della vergogna sulla connessione esistente tra il Sé e la coscienza.

Ritengono che nella vergogna aumenti il grado di coscienza di Sé, così come l'autoconsapevolezza e l'attenzione su di Sé. Quando si sperimenta questo sentimento si è consapevoli solo di alcuni aspetti di Sé, quelli più indecorosi e inadeguati. È come se si volesse nascondere questi aspetti riprovevole agli altri, ma questi in talune circostanze vengono portati alla luce e alla vista di tutti. La maggior parte delle volte questa esperienza è solo il frutto di una proiezione da parte di chi sperimenta la vergogna sull'altro giudicante, e non il frutto di una conoscenza reale da parte dell'altro.

Un'altra manifestazione tipica è il rossore, tonalità psicofisica caratteristica della vergogna; già nel I872 Darwin ne faceva menzione, il soggetto si sente acutamente avvampare al punto che può generarsi il sintomo della "eurotofobia"(paura di diventare rossi).

In questi momenti la forte consapevolezza di un Sé inadeguato, fa sentire nudi e del tutto scoperti, ed è per questo che si mettono in atto degli atteggiamenti posturali tipici: reclinare il capo, distogliere lo sguardo, rannicchiarsi come per divenire più piccoli o magicamente invisibili, a coprirsi il viso con le mani, etc. Sembra che il soggetto voglia rimpicciolirsi a tal punto da passare inosservato, o che eviti di guardare nella magica credenza che il non vedere di essere visto, equivalga a non essere guardato.

Poiché questo sentimento è principalmente una risposta di riduzione di comunicazione facciale (e in ultimo di sottrazione dall'interazione), la consapevolezza del viso scoperto da parte del Sé e quindi più esposto ai giudizi, è una parte integrante dell'esperienza di vergogna. Il rossore è conseguenza e causa, secondo Tomkins, di consapevolezza elevata del Sé esperita in questi momenti. Il viso è il luogo più comune in cui appare il rossore, poiché è la parte fisica più coinvolta nella comunicazione verbale e negli affetti. Inoltre il viso, insieme alle mani, sono abitualmente le parti del corpo più scoperte, e quindi più soggette alla vista altrui. Poiché il Sé vive dove espone se stesso e dove riceve simili esposizioni dagli altri, un Sé indegno e indecoroso che emerge in tutta la sua inadeguatezza da un viso scoperto, deve assolutamente tentare di celarsi alla vista altrui coprendosi di un velo rosso, che poi paradossalmente lo evidenzia scoprendo i reali sentimenti.

Elaborazione cognitiva della vergogna

Da un attento esame della letteratura si evince che molti autori concordano nel considerare la vergogna una emozione scarsamente e/o difficilmente elaborata dal punto di vista cognitivo; è questo un dato che è ben riassunto nell'affermazione della Lewis (1971): la vergogna è "wordless", senza parole.

I comportamenti verbali dei soggetti - che riflettono soprattutto il tentativo di rappresentarsi mentalmente il proprio stato psicofisico - palesano il fatto che essi il più' delle volte non sanno o non vogliono analizzare le ragioni della vergogna che esperiscono e dunque non sanno parlare se non dicendo che provano o hanno provato vergogna, o non la identificano proprio e parlano di colpa, invidia e gelosia. Va sottolineato che, come Castelfranchi Miceli e Parisi sostengono, questo ultimo dato è pertinente perché' invidia e gelosia sono connesse alla competizione ed alla competitività: la sconfitta in una competizione genera vergogna e invidiare equivale ad ammettere che si era in gara, che si teneva molto alla vittoria e che si è stati sconfitti. In questi casi, pero, la vergogna non è menzionata e non diviene oggetto di riflessione. Il soggetto è come paralizzato dalla acuta consapevolezza del suo stato emotivo, la vergogna potrebbe anche non comparire alla coscienza (anche se Miller sostiene che la vergogna non sia tanto inconscia quanto inarticolata) e manifestarsi in una rapida e quasi impercettibile esitazione nel parlare o nell'agire, in un fulmineo sussulto, nell'ideazione alludente a interesse o preoccupazione per ciò' che gli altri pensano di lui. Felice a tal proposito e, ancora una volta, l'espressione della Lewis (1971) che parla di "by-passed shame, vergogna aggirata.

Questo tipo di interpreparazione dello stato emotivo della vergogna non ha, tuttavia, trovato conferma negli studi più' recenti.

M.W. Battacchi e O. Codispoti (1990) sulla base della loro esperienza clinica con soggetti il cui nucleo di personalità' ruota intorno alla difesa della vergogna, sostengono che essi possiedono una cospicua capacità di analisi dei motivi e dei percorsi ideativi che li portano alla esperienza della vergogna o che da questa scaturiscono. Le predette difficoltà' di elaborazione cognitiva sembrerebbero essere legate e ad una inibizione transitoria e/o ad una resistenza ad affrontare il dolore che deriverebbe da una presa di coscienza delle esperienze umilianti. Questa inibizione è facilmente sormontabile qualora i soggetti siano adeguatamente sostenuti nel corso dei colloqui clinici.

Anche l'analisi dei vissuti soggettivi allude lucidamente al sentirsi avvampare, impallidire, rodere allo stomaco, sobbalzare, svenire, girare la testa, al sentirsi tesi, costretti, imbavagliati. Quanto detto è confermato dalle chiare fantasie dei soggetti le quali possono essere classificate in tre tipi:

  1. fantasia di sparizione (sprofondare, farsi piccoli, rendersi invisibile);
  2. fantasia di paralisi (esser bloccati, irrigiditi, pietrificati);
  3. fantasia di nudità' (esser scoperti, spogliati, denudati).

A questa fenomenologia si somma poi una sensazione di disorientamento che emerge nel provare confusione e sconcerto.

Alla luce di ciò, dunque, si conclude che la vergogna può' esser considerata senza dubbio una emozione ipercognitivizzata.

Le forme dell'umiliazione: vergogna da smascheramento e da svelamento

In tutte le descrizioni fenomenologiche della vergogna è presente il fatto che essa comporta un impulso a nascondersi; in accordo con questo la vergogna può' essere descritta come una reazione all'essere scoperti. Essa è connessa quindi con l'essere visti (si ricordi come l'aspetto visivo sia tipico della vergogna in quanto la vista è una modalità' prototipica della relazione asimmetrica osservatore - osservato implicita nella vergogna) ove, a questo essere guardati sia sotteso un giudizio che può' vertere sulla persona in toto, su qualità' che la persona possiede, sulla azione che la persona compie o per attribuzione sociale (per esempio il fatto di avere un padre criminale). Va rilevato, tuttavia, che la vergogna concerne non tanto l'azione in sé ma quanto quest'ultima rivela agli altri delle proprietà' disposizionali del soggetto che prova vergogna: osservazione e giudizio investono la persona in quanto tale, le aspettative sulla persona da parte degli altri o di se stessa.

Si discute, inoltre, sulla possibilità' di rintracciare specifici contenuti della vergogna; essi sono certamente innumerevoli in quanto, oltre ad essere legati a molteplici variabili individuali, va tenuto conto delle strutture intersoggettive della esperienza della vergogna, essendo questa, vergogna davanti a sé e davanti agli altri.

Il Wurmser, nel 1981, riduceva i contenuti della vergogna a tre tipologie di base; si prova vergogna quando l'immagine di sé che si presenta agli altri e/o a se stessi ha i seguenti caratteri :

  • debolezza (impotenza, sconfitta), sporcizia (perdita del controllo delle funzioni corporee o mentali, eccitazione sessuale, confusione), difettosità' (fisica, mentale, morale, sociale).

Alcuni autori preferiscono affrontare questa tematica attraverso una analisi delle situazioni umilianti conformemente alla funzione che ha la vergogna, sia di segnale intra ed inter - soggettivo (funzione comunicativa) del fatto che si è subita o si sta per subire una umiliazione, sia di reazione alla umiliazione stessa (funzione d'azione).

Si differenziano tre classi principali di umiliazione, correlate a quella che Goffman (1959) definiva "vergogna al fallimento della presentazione di sé", le quali definiscono la così detta vergogna da smascheramento. Ad esse se ne aggiungono delle altre che connotano, invece, la vergogna da svelamento. Queste forme della umiliazione sono legate al concetto di pretesa definita come una aspettativa, vera o presunta, propria e/o altrui, che viene delusa. Si possono, cosi, enucleare forme della umiliazione derivate dalla:

  • disconferma o delusione di una aspettativa di attenzione, come, per esempio, il rivolgere una domanda o una richiesta, in particolare se l'interlocutore è significativo, e non ricevere risposta o ricevere una risposta disattenta o una risposta irritata;
  • disconferma o delusione di una aspettativa di approvazione ove l'aspettativa indotta non vuole necessariamente essere elevata, non si cerca la "bella figura" quanto di non sfigurare ; si tratta del semplice essere all'altezza della situazione sociale, essere adeguati al proprio posto, anche se umile, come mirabilmente si trova descritto nella lettera al padre di Kafka;
  • disconferma e delusione di una aspettativa di ammirazione . Un esempio è quello di colui che vuole mostrarsi superiore agli altri, al limite della fascinazione; rientrano in questa classe le forme di esibizionismo, le forme di seduzione fallite, le esibizioni professionali non riuscite come il cantante che stecca, il comico che non fa ridere o l'insegnante che dice una cosa errata nel corso della lezione. Tutti questi casi si annoverano a pieno titolo nel meccanismo della vergogna da smascheramento che è connessa con il mostrarsi ed essere visti diversamente da come si pretendeva essere. Alla base di ciò' vi sarebbe quella che il Wurmser (1981, 1987) definisce una pulsione "delofilica", una spinta ad esprimersi e quindi a mostrarsi, alla quale si contrappone la vergogna come protezione dalle conseguenze di un incontrollato cedere alla pulsione stessa.

Oltre alla pulsione predetta il Wurmser descrive una pulsione "teatofilica", una spinta alla curiosità, al bisogno di esplorazione, al bisogno di vedere e sapere. La esperienza di vergogna che può' originarsi in questo caso è una vergogna da svelamento, svelamento del desiderio o della intenzione. La forma della umiliazione a cui si risale è quella della disconferma di una aspettativa o pretesa di libertà' incondizionata di guardare; e, per dirla con Sarte (1943), la libertà' di chi è vestito e con ciò stesso reclama il diritto di vedere senza esser visto e, se è visto, cerca di nascondersi per recuperare la condizione iniziale di non visibilità. L'esempio classico è quello del voyeur che viene scoperto: la vergogna che si origina dal guardare non risiede primariamente né né nel guardare ma nell'esser visti guardare: con la legge del nel contenuto contrappasso egli, che gode guardando nella sicurezza del non esser visto, è ferito con la sua stessa arma, lo sguardo, al quale è esposto, inerme. Questo, per la verità, è un caso estremo; tutte le svariate condizioni di voyeurismo accidentale, quelle del guardare un oggetto che si proibisce di vedere - e perciò si colpisce colui che guarda con una sanzione umiliante, derisione, disprezzo - quelle del vedere "cose troppo grandi" dalle quali si è affascinati, sconvolti ed esclusi (per esempio le curiosità sessuali dell'età evolutiva), tutte le violazioni dell'intimità altrui, sono potenzialmente generatrici di vergogna da svelamento. Spesso ci si vergogna dello svelamento di una "inferiorità" che si voleva nascondere, un difetto fisico, esser deboli, sporchi, infantili, etc. In realtà, va precisato che la vergogna non nasce dal difetto in sé quanto dall'esser visti, dal non potersi sottrarre agli sguardi, il che può comportare potenziale derisione, commiserazione, esposizione della sofferenza per un desiderio non esauribile, anticipazione di una disconferma dalla aspettativa di approvazione. Battacchi e colleghi parlano di "disconferma di una pretesa di rispetto" ove è in gioco il rispetto di sé inteso come protezione della intimità o, in termini prossemici, come la salvaguardia del proprio spazio personale. La vergogna che deriva da tale forma della umiliazione è stata nominata da Binswanger (1957)"vergogna esistensiva - perseverante" perché lo svelamento di qualcosa di se, qualunque essa sia, svela qualcosa che si voleva tenere segreto, il segreto della esistenza; appropriati anche gli etichettamenti quali "vergogna come protezione del proprio valore individuale", "vergogna da pudore".

Dunque, né la presenza di una inferiorità né l'atteggiamento derisorio altrui sono condizioni sufficienti e/o necessarie per la vergogna da svelamento: essa concerne il livello della funzione (del farsi vedere, dell'esser visti) non quello dei contenuti (che cosa si vede) che ha a che fare con la vergogna da smascheramento.

Conclusioni

Come Miller (1985) sottolinea, ad entrambe i meccanismi della vergogna (che non necessariamente significano che ci siano due tipi di vergogna), si correla sempre una esperienza di diminuzione del se: la caduta della stima degli altri, a seguito della disconferma di una pretesa, si accompagna ad una caduta della autostima, perché viene svelata anche la propria impotenza a confermare le pretese di attenzione o approvazione o ammirazione o libertà e/o rispetto; in questo senso la vergogna è connessa ad uno scarto tra la realtà di sé e un ideale, l'ideale dell'Io. Il potenziale distruttivo della esperienza della vergogna sta nel fatto che segnala un'offesa non solo alla identità sociale - quello che si vorrebbe essere per gli altri - ma sempre alla identità personale: vergognarsi di fronte agli altri comporta anche il vergognarsi di fronte a se stessi. Infatti la struttura fenomenica della vergogna è per costituzione intersoggettiva e comporta una divisione del se: il soggetto è contemporaneamente al suo posto e al posto dell'altro, altro che è certamente qualcuno che "gli sta a cuore" nel senso che si è particolarmente sensibili al suo modo di trattarci, fonte esterna attiva, ma altro che è anche il soggetto stesso. Il meccanismo della vergogna è, dunque, potenzialmente assai crudele, è una crudeltà che a volte si infliggono le stesse vittime rimproverandosi, non perdonandosi, domandandosi "se è colpa loro".

Molti autori sottolineano come nella vergogna sia coinvolto un rifiuto: una richiesta respinta, un diritto non riconosciuto, una aspettativa delusa... ma il meccanismo della vergogna è assai più spietato:

  1. è possibile che non vi sia alcun rifiuto affettivo. Non è così scontato come vorrebbero la Lewis (1971)ed il Wurmser (1981) che il dispiacere della vergogna è il dispiacere del rifiuto d'amore; o il dolore per il proprio essenziale esser indegni d'amore non solo atti motivati dalla mancanza d'amore ma anche e soprattutto dalla mancanza di rispetto possono generare vergogna.
  2. Il rifiuto non è sempre un rifiuto affettivo. Può essere una questione di esclusione da un rango, più che un abbandono, utilizzando l'arma semplice ma efferata della derisione bonaria, di un "amabile" prendere in giro, mirante a "mettere il soggetto al suo posto".
  3. Il rifiuto affettivo da solo non basta: si necessita, come già ampiamente espresso, di una aspettativa, di una pretesa.

Alla luce di tutto ciò si può concludere che la vergogna richiede che i rapporti umani si declinino non sul piano della reciprocità ma della asimmetria e del potere. Dunque la vergogna non sembrerebbe dipendere dal sistema comportamentale dell'attaccamento quanto da quello della dominanza.

Che cosa è la vergogna

Un quadro sintomatologico: la sindrome della vergogna

Il termine sindrome da vergogna è stato usato dal Wurmser nel 1981 nel definire una sindrome prettamente psichiatrica che comprendeva depersonalizzazione, patologie alimentari, depressione associata talvolta a sensazioni deliranti di essere esposti alla vergogna, e stati allucinatori o dissociativi di carattere temporaneo.

Battacchi e Codispoti riprendono tale terminologia per delineare un tipico atteggiamento relazionale verso se stessi e verso gli altri al quale si possono associare varie sintomatologie psichiatriche.

Questa tipologia è stata enucleata da una accurata analisi fenomenologica di una serie di casi clinici, nel corso della terapia dei quali grande preponderanza era data al tema della vergogna.

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Principale e basica caratteristica della sindrome in questione è un atteggiamento di "etero - autoconsapevolezza": è la costante consapevolezza di sé in relazione agli altri, alla cui osservazione e giudizio si è esposti e dal cui punto di vista ci si giudica. È implicito, quindi, un continuo confronto con gli altri che dà luogo ad una ideazione di autoriferimento con connotazione persecutoria che va dalla semplice impressione di essere guardati da tutti e dai dubbi sul giudizio altrui ("chissà che cosa pensano di me"), fino alla convinzione delirante di essere sottoposti ad un giudizio malevolo (essere "perseguitati", "mangiati" dagli occhi altrui).

Vero topos della sindrome da vergogna è il tema della doppiezza, propria ed altrui. È la doppiezza delle persone con cui si interagisce, o della gente in generale, della quale si pensa che pur affermando principi morali rigorosi li trasgredisca regolarmente per propri fini utilitaristici, gente che pur mostrandosi cordiale e collaborativa verso il paziente in realtà disattende le promesse e ride di lui quando è assente, persone comunque ambigue sempre pronte a beffarsi del paziente.

La doppiezza, in secondo luogo, è percepita come inerente a sé stessi che se la autoriferiscono sin da quando riescono a risalire con i loro ricordi. Essi descrivono di sentirsi e di essersi sempre sentiti fuori posto, infiltrati, simulatori (pretendendo di essere qualcosa che non sono), dissimulatori (pretendono di nascondere quello che sono).

Spesso agisce la identificazione protettiva per la quale i pazienti proiettano sugli altri la propria doppiezza e tendono a comportarsi in modo da indurre realmente negli altri l'atteggiamento che proiettano su di loro. Essi, inoltre, soffrono di un senso di inadeguatezza rispetto alle loro pretese ed hanno un basso livello di autostima che si esprime nell'autodisprezzo e nell'autocompiacimento che è quasi inevitabilmente accompagnato da invidia che rinforza l'autodisprezzo, poiché le condizioni dell'invidia rientrano tra le condizioni della vergogna e l'invidia è generatrice di vergogna. Frequentemente compare il lessico della colpa ("non posso perdonarmi", "è tutta colpa mia") che esprime certamente il senso di colpa provato (tipicamente quello persecutorio) ma, soprattutto, una sua particolare componente, l'autoresponsabilizzazione: questi pazienti si caricano delle responsabilità delle proprie umiliazioni, imputandosi l'imprudenza, l'insufficiente preparazione, la loro stessa incapacità. È stato notato il "paradosso cognitivo" della depressione per cui il depresso si incolpa della propria impotenza mentre il senso di colpa presuppone l'avere un potere (anche se tale paradosso è solo apparente perché attribuirsi la colpa, o meglio, la responsabilità, è già negare l'impotenza, l'umiliazione, di cui realmente si soffre). Fra le difese vanno inoltre notate la idealizzazione degli altri, il disprezzo degli altri, il ritiro in se stessi in varie forme (evitamento dei rapporti sociali, abulia, il coltivare fantasie grandiose). Tra i sintomi descritti può esservi assenza di rapporti sentimentali o insoddisfazione negli attuali rapporti affettivi, problemi di ordine psicosessuale, difficoltà nello studio, difficoltà di socializzazione, quindi di stare in compagnia, di avere amici (timidezza), paura delle critiche, di essere presi in giro, di avanzare richieste, di parlare per primi. Si possono associare, anche se non frequentemente, sintomi di ordine psichiatrico quali insubordinazione fino ad acting - out etero ed autodistruttivi, agorafobia, dismorfofobia, pousseés schizofreniche, delirio allucinatorio di autoriferimento, depressione. Dai lavori di Battacchi e Codispoti si evidenzia che nelle storie dei pazienti sofferenti di sindrome da vergogna emergono racconti di insuccesso scolastico (bocciature, risultati deludenti); penose esperienze di socializzazione (esser stati esclusi, derisi dai compagni, presi di mira da un insegnante); delusioni amorose o frustrazioni sessuali; genitori svalorizzanti (che si vergognano del figlio o di se stessi); genitori di cui vergognarsi; genitori perfezionisti che alimentano nel figlio un sé grandioso o gli impongono mete grandiose; genitori che si mettono in competizione con il figlio; genitori che mettono in competizione i figli tra di loro.

Queste osservazioni fanno immediatamente slittare l'attenzione sulla possibilità di individuare la genesi della sindrome da vergogna; i casi sui quali si basano le osservazioni stesse non sono in numero sufficiente per poter estrapolare da essi una teoria unitaria. Emerge, infine, dalla letteratura, che sebbene tutti gli autori concordano sul fatto che la vergogna compaia prima del senso di colpa, divergono sull'età della sua effettiva comparsa. È un problema di rilievo perché interrogarsi sulla cronologia equivale ad interrogarsi sulla ontogenesi, sulle condizioni psicologiche richieste per la vergogna. Brevemente, le ipotesi più accreditate sono due: la prima è quella che fa capo a Tomkins ed Izard, i quali sostengono che la vergogna emerge tra il quarto ed il nono mese di vita, in concomitanza della comparsa della nota "angoscia di fronte all'estraneo"; la seconda è stata formulata da M. Lewis che asserisce che la vulnerabilità alla vergogna non può situarsi prima dei venti mesi, epoca a partire dalla quale si cominciano a manifestare le reazioni di imbarazzo alle quali la vergogna è connessa.

Le due teorizzazioni, sebbene basate su osservazioni sperimentali, non hanno trovato conferme che potessero essere decisive a favore dell'una o dell'altra.

Allo stato attuale il problema della genesi della vergogna dunque, è ancora un problema aperto per il quale si necessita di uno studio sistematico su un esteso campione.

Vergogna, senso di colpa e imbarazzo

Fino agli anni 80 la necessità di considerare la vergogna nella eziopatogenesi dei disturbi della personalità durevoli e gravemente inabilitanti sembra sia sorprendentemente sfuggito agli studiosi di psicologia clinica, tanto che la vergogna è stata definita come la Cenerentola delle emozioni (Rycroft 1968), il che si presta ad una duplice interpretazione in quanto Cenerentola è la fiaba del rifiuto, della umiliazione e della vergogna trasformati in gloria, trionfo e vendetta, in una magica soddisfazione della furia umiliata e realizzazione del sé grandioso.

Si nota, soprattutto, che essa è stata troppo spesso intrecciata, fusa, anzi confusa con il senso di colpa. Questo è avvenuto particolarmente in aerea psicoanalitica contribuendo a far sorgere un grave ostacolo epidemiologico che, accordando assoluta preminenza tecnica al senso di colpa, ha di fatto comportato che la vergogna non sia stata tematizzata, né sistematicamente descritta né assunta alla dignità di fattore motivazionale, né è stato elaborato un linguaggio per parlare di essa. Fortunatamente dopo gli anni '80 la psicologia clinica, ma anche la psicologia sociale e quella dell'età evolutiva, hanno dato grande impulso a specifici studi relativi a questa emozione.

La conseguente e opportuna distinzione tra vergogna e senso di colpa ha condotto alla primaria definizione della vergogna morale: è questa una esperienza emotiva nella quale vergogna e senso di colpa si fondono e alla quale corrisponde il disprezzo o l'indignazione, sanzioni che possiedono una forte connotazione morale. Perchè si possa parlare, a rigore, di vergogna morale è necessario che l'azione generante la vergogna morale sia stata eseguita intenzionalmente per proprio interesse, o nel senso di ottenere un vantaggio, o in quello di arrecare danno ad altri, non importa che questa condizione sia oggettivamente verificatasi, basta che la persona la assuma come tale. Va aggiunto che l'atto in questione deve essere stato scoperto.

Ma questo e, ancora, un caso di compresenza di vergogna e senso di colpa; in realtà i due fenomeni sono distinti: ci si può sentire in colpa o provare vergogna morale in risposta alla stessa azione, il discriminante è dato da ciò che è messo a fuoco: se il giudizio verte sull'azione implicita od omessa e sulle sue conseguenze ci si sente in colpa, se il giudizio è inerente a se, l'azione rivela una intrinseca identità negativa della persona e si prova vergogna morale. È il caso del ragazzo che compie un piccolo furto domestico: se mette a fuoco l'azione prova un senso di colpa perché rubare è proibito, ma se mette a fuoco la sua identità si sentirà un ladro.

I due sentimenti sono sostanzialmente diversi, anche se hanno in comune alcune reazioni somatiche come il rossore.

Il senso di colpa è la sensazione più matura dal punto di vista dello sviluppo, benché dolorosa, di dispiacere che si ha rispetto a un comportamento che ha violato un valore personale. Non si riflette direttamente sulla propria identità, né diminuisce il senso di valore personale dell'individuo. Va rilevato che il senso di colpa non sembra essere un fenomeno unitario: si distingue un senso di colpa punitivo da un senso di colpa riparativo. Nel primo si osserva uno stato di dispiacere estremamente penoso, caratterizzato dalla percezione di una presenza ostile, persecutoria, che infligge dolore, (il rimorso, i morsi della coscienza) o di cui si teme un attacco a seguito di una colpa commessa. È una forma di auto punizione o timore di punizione che costituisce già una autopunizione. La presenza punitiva che fenomenologicamente è presente in un altro, spesso è un altro se stesso, si erge come giudice, e giustiziere. Il senso di colpa punitivo si chiude con l'espiazione.

Anche il senso di colpa riparativo è un dispiacere, ma in questo caso si prova compassione per la vittima, del cui dolore ci si sente responsabili, che si evolve in un bisogno di riparazione e motiva ad un reale farsi carico del danno inferto. L'altro qui è in una posizione "down", si presenta come sofferente, bisognoso danneggiato. Bisogna tenere presente che quella esposta è una caratterizzazione tipico ideale in quanto nella realtà i due sensi di colpa si mescolano secondo svariate modalità: la vittima può apparire come sofferente ma anche reclamante vendetta, l'autorità offesa può apparire come punitiva ma anche come dispiaciuta per la trasgressione dei suoi ordini, etc.

Mentre il senso di colpa è una sensazione dolorosa di dispiacere e di responsabilità per le proprie azioni, la vergogna si riflette direttamente su se stessi in quanto persona. La possibilità di risarcimento psicologico sembra preclusa, perché la vergogna è una questione di identità, non di infrazione comportamentale. Non c'è nulla da imparare da essa, nessuna crescita è promossa, essa non fa che confermarci le concezioni negative su noi stessi. La vergogna è insita nello sviluppo dell'identità ed ha radici molto profonde legate al proprio senso di Sé che è stato calpestato e distrutto. Nella vergogna c'è una mancanza di valore sul proprio Sé, l'assenza di autoaffermazione.

Un altro sentimento spesso confuso con la vergogna è l'imbarazzo.

In realtà le due emozioni pur frustrando lo stesso scopo quello della autostima, sono diverse: mentre nella vergogna l'autostima investe tutta la nostra immagine, e il nostro Sé, nell'imbarazzo questa è molto circoscritta alla situazione, cioè legata solo a quel fatto specifico e a quella circostanza precisa e non all'intero Sé. Inoltre la perdita dell'autostima nell'imbarazzo è associata all'infrazione momentanea di una regola sociale implicita o esplicita. Nella vergogna invece, se pur anch'essa elicitata da un fatto contingente, la perdita è molto più radicale essendo strettamente legata la Sé e al suo sviluppo.

La funzione adattiva della vergogna: il modello evoluzionista

Alcuni teorici dell'evoluzionismo, come Darwin, e Izard, nei loro studi sulle emozioni, si sono occupati del problema della funzione adattiva della vergogna per la specie umana. Infatti attraverso i loro studi sulle specie viventi hanno notato la presenza di questo sentimento solo nell'uomo, mentre non compare nella specie animale. Quindi questa emozione sembra più evoluta rispetto ad altre, come la gioia, la rabbia, il dolore, che sono presenti anche nei mammiferi.

È piuttosto facile dedurre il ruolo di certe emozioni nell'adattamento, ma scoprire il ruolo della vergogna non è stato così ovvio. In superficie la vergogna sembra avere conseguenze negative e spiacevoli per chi la sperimenta. Ma ad un'analisi più attenta si trovano delle funzioni che possono avere un valore di sopravvivenza per l'individuo. Dapprima la vergogna sensibilizza l'uomo alle opinioni e ai sentimenti degli altri e così agisce come una forza di coesione sociale. Assicura al gruppo e alla società che l'individuo sarà sensibile alla critica diretta verso alcuni aspetti centrali del Sé. Ad esempio per evitare la vergogna di inettitudine l'individuo è spinto a trovare la sua forza e a svilupparla. Persone con elevate e svariate abilità contribuiscono ad un gruppo più forte e più difeso, portando la persona a ricercare con il proprio comportamento l'approvazione e la stima degli altri.

Le reazioni alla vergogna: la vergogna affrontata, la vergogna evitata, e reazioni prolungate alla vergogna.

La vergogna vissuta

Quando un individuo sperimenta la vergogna l'intensità e la sgradevolezza di questo sentimento è tale da far si che egli metta in atto una serie di meccanismi di difesa che sono mirati alla sua negazione.

Comunque non sempre la vergogna viene aggirata, a volte viene identificata come tale e accettata. A questo punto l'apparato psichico ha come scopo quello di sbarazzarsene velocemente senza far esperire troppa pena all'individuo.

Il fatto di essere accettata o evitata, dipende sostanzialmente da due fattori: primo la frequenza e l'intensità del sentimento, secondo la sensibilità del soggetto verso questa emozione. Questa sensibilità dipende a sua volta, dallo stile autoattributivo della persona che, come si é già visto, può essere globale ( rivolto al sé ) o specifico ( rivolto all'atto ).

Se viene applicato lo stile attributivo globale l'individuo sarà più sensibile alla vergogna e tenderà per difesa del suo sé primo a non riconoscerla, e poi a reagire ad essa con altri sentimenti che per lo più sono rabbia o tristezza.

Queste risposte mascherano il reale sentimento esperito e autoingannano l'individuo irritando l'apparato psichico, che non riesce comunque a liberarsi da questa penosa emozione.

Gli individui meno sensibili o sottoposti raramente alla vergogna, riescono a riconoscerla e affrontarla.

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Vediamo come. Una delle risposte più diffuse è la negazione e l'oblio. E' come se la persona si dicesse "non ci voglio pensare, voglio dimenticarmene, togliermelo dalla testa". Quindi da una parte nascondere l'oggetto dell'umiliazione, e dall'altra non pensare per dimenticare o fare altro per distrarsi il più presto possibile.

Facciamo un esempio preso da Lewis ( 1992 ):

" ...........la mia collega riconosce la vergogna che ha provato a vedersi negare la pubblicazione del suo lavoro sulla rivista, e vuole dimenticare. Lo fa nascondendo l'articolo incriminato in un luogo dove cessa di richiamarle alla memoria l'esperienza vissuta. Chiudendolo in un cassetto e pensando a altri lavori, ha l'oppurtunità di dimenticare tutto".

Il ricorso all'oblio é un modo per fare uno stacco e prendere le distanze dall'emozione, che prima viene riconosciuta e poi dimenticata.

Anche il riso é una possibile reazione alla vergogna affrontata. Anche in questo caso il ridere di sé stessi, serve a prendere le distanze dall'esperienza emotiva penosa. Inoltre, ridendo, il trasgressore ha l'occasione di unirsi agli altri nel ruolo di osservatore esterno, in questo modo si passa dall'altra parte, dal luogo della vergogna solitaria al luogo dell'osservazione condivisa con gli altri.

Si può fare l'esempio della signora che inciampa per strada o si rovescia qualcosa addosso, le persone intorno ridono per la situazione e la sua goffaggine. Se anche lei sentendosi ridicola, ride con gli altri, é come se si allontanasse da sé e diventasse uno spettatore esterno che ride di un'altra pesona. Tale mossa consente all'umiliato di identificarsi con l'osservatore anziché nel soggetto dell'umiliazione. Inoltre sembra che dal punto di vista fisiologico il riso sia antagonista della vergogna, in quanto é una reazione che riduce la tensione che si genera quando si sperimenta la vergogna.

Un'altra reazione possibile alla vergogna affrontata é la confessione. Questo comportamento che si mette in atto prevalentemente in seguito a trasgressioni, é in un certo senso liberatorio. Raccontare a un altro la propria esperienza di vergogna da sollievo dal punto di vista della valutazione di sé, che così recupera valore: "non sarò buono, ma almeno so ammettere le mie colpe". E' un'idea che consente di attenuare la svalorizzazione di sé, rimediando con un'azione positiva. Inoltre la confessione va associata ai concetti di perdono e di amore, come originariamente ci insegna la religione cattolica. Quindi chi confessa ad un'altra persona desidera riceverne il perdono per alleviare il sentimento penoso. Non tutte le persone sono abilitate a perdonarci, di solito lo sono su base religiosa, o professionale ( psicoterapeuta ) o il soggetto stesso della nostra trasgressione. Comunque quello che cerchiamo in ogni caso è l'assoluzione delle nostre colpe, l'amore che si spera di riottenere con la confessione della trasgressione, mette al bando la vergogna.

Questa risposta inoltre agisce come il riso, in quanto permette nell'atto della confessione di spostarci, dal soggetto umiliato all'osservatore esterno. Consente cioè un distanziamento da sé e un'accostamento alla posizione dell'altro che ci ascolta. E' come se si giudicasse un altro che non siamo noi e passassimo dalla posizione di soggetto a quella di oggetto.

In questo modo ci si allontana dal sentimento esperito, che sembra provato da un altro.

La vergogna evitata

Non tutti gli individui riescono ad affrontare la vergogna per quello che é, ridendoci sopra, confessando, o dimenticando. Persone particolarmente sensibili a questo sentimento reagiscono in situazioni umilianti, non esperendo la vergogna per quello che é ma evitandola.

Quando la vergogna non é riconosciuta tutti gli sforzi mirano ad evitare di farsene carico. Il meccanismo di fondo é lo stesso della vergogna affrontata, prendere le distanze dall'immagine di sé umiliata e svilita, ma in questo caso i metodi utilizzati chiamano in causa la sostituzione emotiva. I due sostituti emotivi più utilizzati sono la depressione e il furore. Queste reazioni patologiche si riferiscono ad un'esposizione alla vergogna prolungata nel tempo; la vergogna esperita di tanto in tanto, visto comunque la sua sgradevolezza viene aggirata, sostituendola con emozioni più sfumate e adattive come la tristezza o la rabbia.

Questi sentimenti non sono reazioni patologiche, ma due emozioni provate in una certa misura da tutti gli esseri umani. Anche la vergogna del resto, viene provata da tutti in certe occasioni, patologico sarebbe non provarla mai. Ecco perchè il suo mascheramento sistematico con altre emozioni che non ci consentano di esperirla, non é un meccanismo adattivo, ma una difesa purtroppo necessaria per la salvaguardia dell'io.

Episodi singoli di vergogna possono dar luogo a reazioni sostitutive di tristezza o rabbia, ma se questo modello si cronicizza, la normale tristezza si trasforma in depressione e la rabbia in furore.

Quindi l'evitamento in sé é adattivo, in quanto consente in certe circostanze di non provare un sentimento così penoso, diventa però non funzionale se viene utilizzato costantemente.

L'asse vergogna -depressione

Si é visto come un individuo di fronte alla vergogna possa evitarla provando al suo posto tristezza e come questa si possa trasformare in depressione qualora si sia sottoposti per periodi prolungati o di intensità elevata a episodi umilianti.

Una persona costretta a subire maltrattamenti e violenze fisiche o verbali protratte nel tempo, sarà portata per difesa e per non disgregare il suo apparato psichico a esperire un sentimento diverso un po' meno devastante per il sé, anche se comunque patologico. La depressione costituisce una reazione abbastanza frequente per le situazioni suddette.

E' comunque una sostituzione difensiva per un livello di vergogna in qualche modo gestibile senza destrutturare il sé. Ma quando la vergogna raggiunge livelli tali da risultare intollerabile, mobilita difese più estreme che portano alla disgregazione della personalità come si vedrà oltre.

Ma perchè la depressione costituisce una risposta preferenziale rispetto ad altre emozioni? E come mai la clinica la fa riscontrare maggiormente nelle donne?

Alla prima domanda Lewis risponde che le due emozioni sembrano avere in comune la causa e presentano analogie comportamentali. In quest'ottica la depressione non è una trasformazione della vergogna ma un'emozione concomitante: talvolta l'individuo si concentra sull'aspetto depressivo anziché sulla vergogna. Anche il comportamento correlato é simile: sguardo sfuggente, ripiegamento su se stessi, inibizione generale, difficoltà di pensiero.

Si pone attenzione all'aspetto depressivo e non alla vergogna perchè sperimentare la prima è meno devastante, come si è detto prima.

Rispetto al secondo quesito sulla maggiore incidenza nelle donne, Lewis fornisce delle spiegazioni socio-culturali, ritenendo che nelle donne sia più accettata socialmente la risposta depressiva rispetto a quella aggressiva, accettata invece e quasi incoraggiata negli uomini.

Lewis a questo proposito ha fatto delle ricerche volte a indagare gli stili educativi rivolti ai bambini e alle bambine in età scolastica, in cui si manifesterebbero modelli educativi volti a sollecitare nelle femmine risposte di aggressività rivolte verso il sé (depressione) e nei maschi, il contrario cioè si sollecitano risposte di aggressività aperta, rivolta all'esterno. Inoltre maggiormente nelle femmine si riscontrano stili di attribuzione interna (rivolta al sé) per gli insuccessi, e esterna (cause non inerenti al sé) per i successi e i risultati positivi. Per i maschi succede per lo più il contrario. Ecco perchè nelle donne è più marcata la risposta depressiva, perchè c'é una maggiore tendenza ad attribuirsi le responsabilità delle azioni che generano la vergogna. Nell'uomo invece all'opposto quando si sentono umiliati tendono ad attribuire la responsabilità all'esterno, così come sono stati educati da bambini, la rabbia non è provata verso il sé, ma dirottata all'esterno, diventando una reazione aggressiva.

L'asse vergogna-furore

Un'altra possibile risposta per evitare la vergogna è la rabbia. Sono molti i casi in cui un individuo, soprattutto se maschio, sottoposto a un evento umiliante manifesta la sua reazione con aggressività aperta. Questa risposta consente sia di eludere la vergogna sia di annullarla, reinterpretando la situazione e passando da una potenziale attribuzione di responsabilità interna a una esterna.

Anche in questo caso come per la depressione, la rabbia diventa furore quando la vergogna si protrae nel tempo. Questo, secondo Lewis, può avvenire sia in famiglia nella relazione genitore-figlio, sia nella società che spesso adotta atteggiamenti umilianti con alcuni gruppi sociali emarginati (poveri, extracomunitari, razze diverse, etc.).

La spirale vergogna-furore è presente nelle famiglie con bambini maltrattati. Sono a rischio soprattutto i minori nati prematuri e i bambini caratterizzati da temperamento difficile. In queste famiglie si innesca una dinamica in cui il genitore strilla al bambino perchè ad esempio, fa troppo rumore, ma questo non serve a far smettere il comportamento. Allora il genitore sensibile alla vergogna perchè non riesce a far calmare il bambino, si arrabbia ancora di più, da cui scaturisce altra vergogna che alimenta il furore; si innesca così un circolo vizioso molto pericoloso che a volte scaturisce in veri e propri abusi fisici, e in casi estremi anche con l'omicidio.

Per Lewis, la società invece è responsabile dell'emarginazione di gruppi "diversi" rispetto alla cultura prevalente, sottopone questi individui a situazioni di umiliazione continua, in cui vengono sbattute in faccia, fin dai primi anni di scuola, le loro inadeguatezze e le loro inferiorità. In questo clima sociale si sviluppano i comportamenti antisociali, come la delinquenza, il vandalismo e il razzismo. In questo modo invece di favorire l'integrazione tra gruppi sociali diversi, si favorisce la frammentazione a danno dei più deboli perchè numericamente inferiori.

Il delitto passionale è un altro evento estremo, in cui si rintraccia la spirale vergogna-furore. Il marito umiliato nel vedere o sapere la propria moglie con un altro uomo, o che ha l'intenzione di abbandonarlo per un altro, si infuria a tal punto da non capire più niente, e in questo momento di rabbia "cieca" colpisce la moglie uccidendola. Questi omicidi si distinguono da altri omicidi con moventi diversi, per la loro efferatezza (sembra che la vittima sia stata uccisa più volte) perchè in preda al furore non si è più in grado di controllare la propria rabbia né di modularla, un colpo non basta mai a placare l'ira, bisogna infierire sulla vittima più volte per riuscirsi a calmarsi e ripristinare il controllo su di sé.

A volte dopo l'episodio la vergogna, per quello che si è commesso è così intollerabile, da portare la persona al suicidio, non si riuscirebbe più a convivere con un'umiliazione così grande. Il sé si percepisce così sporco, così cattivo, così ripugnante per l'efferatezza compiuta che la sopravvivenza risulta incompatibile con una tale immagine di sé.

Sono noti purtroppo i casi in cui il padre uccide moglie e figli e poi tornando in sé si uccide a sua volta. Chi è vittima di questa spirale è spinto ad uccidere dalla vergogna e a morire per la vergogna.

Il suicidio infatti il più delle volte è mosso più da vissuti di vergogna inaccettabile, che da un atto disperato nel corso di una patologia depressiva.

L'omicidio in questo senso è considerato come atto estremo di ostilità verso l'esterno, il suicidio al contrario come atto estremo verso il sé. Anche in questo caso criteri di attribuzione di responsabilità interna o esterna spingono l'individuo a una reazione rivolta verso il sé o verso l'esterno.

 

Dott.ssa Stefania Brechet, Psicologa, Psicoterapeuta

Questo articolo ha partecipato al 1° Premio di divulgazione Scientifica "PSICONLINE.IT"

 

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Tags: emozioni psicoanalisi vergogna

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