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La realtà virtuale per comprendere le radici dell'altruismo

on . Postato in Per saperne di più | Letto 437 volte

Cosa ci porta ad aiutare gli altri? Perché in determinate situazioni scegliamo di avere un comportamento di supporto?

comprendere le radici dell'altruismoPerché scegliamo di aiutare coloro che sono in difficoltà? Cosa c'é dietro questa scelta? Cos’è che ci spinge ad essere altruisti, anche nelle situazioni in cui avvertiamo un pericolo per noi stessi? Quali aree cerebrali sono coinvolte in questo processo?

Un ambiente creato al computer, sviluppato allo scopo di far luce sulle origini dell’altruismo: questo è l’approccio innovativo, usato da un gruppo di ricercatori presso il SISSA di Trieste, in collaborazione con l’Università di Udine.

Questo nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Neuropsychologia”, ha immerso i partecipanti in un ambiente virtuale, che riproduceva un edificio in fiamme da evacuare in fretta, decidendo se pensare solo a se stessi, o interrompere la fuga per salvare una persona ferita.

I risultati hanno mostrato che gli individui altruistici avevano una preoccupazione maggiore per il benessere degli altri e presentavano un’Insula anteriore destra (un’area cerebrale coinvolta nell’elaborare le emozioni sociali) più sviluppata, rispetto ai non altruisti.

Questi risultati evidenziano il ruolo della compassione nel motivare il comportamento d’aiuto ed i suoi correlati cerebrali.


L’altruismo nel mondo virtuale.

“I nostri impulsi prosociali ed altruistici giocano un ruolo veramente importante nel sostenere la struttura sociale nel suo complesso”, ha spiegato la Dottoressa Giorgia Silani, una delle ricercatrici. “Comunque, studiare l’altruismo e le sue basi neuronali in un ambiente di laboratorio pone delle sfide etiche uniche. Infatti, è difficile, se non impossibile, riprodurre le situazioni dannose in modo realistico e, poi, studiare il comportamento d’aiuto dei partecipanti, soprattutto se queste occasioni comportano una minaccia fisica alla loro stessa vita…”.

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Per superare queste difficoltà, i ricercatori hanno creato un ambiente virtuale, ricco di dettagli a livello contestuale, nel quale i partecipanti si immersero completamente.

Il Dott. Indrajeet Patil, altro autore dello studio, ha spiegato le innovazioni in questa prova: “Durante l’esperimento, i partecipanti furono posti in un edificio, dal quale dovevano scappare a causa di un incendio improvviso. L’ambiente, costruito al computer, era caratterizzato da intensi segnali audio-visivi, che contribuivano ad aumentare il realismo della situazione da una parte, ed il sentimento di ansia e pericolo dall’altra. Inoltre, una barra indicava quanta ‘energia vitale’ veniva persa dall’avatar di ciascuno”.

Verso la fine della fuga, quando era rimasta veramente poca energia, i partecipanti dovevano prendere una decisione difficile: salvare una persona ferita, intrappolata sotto un mobile pesante, rischiando la loro stessa vita, o correre verso l’uscita, ignorando colui che chiedeva aiuto.

Una volta che i partecipanti completarono il compito nell’ambiente virtuale, descritto da tutti come “veramente realistico”, furono sottoposti a Risonanza Magnetica, per aiutare ad acquisire informazioni sulla struttura cerebrale.

In questo modo, gli scienziati furono in grado di correlare i loro comportamenti con l’anatomia di specifiche aree del sistema nervoso.


I risultati.

“I risultati hanno sottolineato che la maggior parte delle persone optano per la scelta altruista: il 65% si è fermato per salvare la persona ferita, nonostante la minaccia al loro sé (virtuale). In più, i dati del questionario hanno rivelato che gli individui che hanno aiutato l’uomo intrappolato avevano punteggi più alti per quel che riguardava la ‘preoccupazione empatica’. Così, la volontà di aiutare coloro che ne hanno bisogno, anche a discapito di se stessi, sembra essere guidata dalla motivazione a prendersi cura dell’altro”, ha sottolineato il Dott. Patil.

Per quanto concerne i dati ottenuti sulla struttura cerebrale, i ricercatori hanno trovato che gli individui altruistici avevano un’Insula anteriore più sviluppata, rispetto a quella di coloro che scelsero di scappare senza aiutare.

“L’Insula è un’area strettamente connessa all’elaborazione delle nostre emozioni sociali”, ha spiegato la Dottoressa Silani. “In questa ricerca, quindi, siamo stati capaci di analizzare i correlati neurostrutturali del comportamento d’aiuto.
Questo lavoro ci può aiutare a generare una serie di ipotesi interessanti, che potrebbero essere verificate in futuro”.    
    

Fonte: SISSA

 

(Traduzione ed adattamento a cura della Dottoressa Alice Fusella)

 

 

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