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Lo Spot di CAROLINA - Pubblicità e fantasma di morte (5)

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carolina è il quarto ed ultimo degli spot di "Sulla buona strada", la Campagna sulla Sicurezza Stradale che Psiconline ha deciso di analizzare attraverso lo studio delle psicodinamiche e l’uso pubblicitario del “fantasma di morte”

lo spot di carolina pubblicità e fantasma di morteIl “registro verbale” dello spot in questione è il seguente.

“Del nostro primo anniversario ricordo tutto.
Io portavo un vestito a pois
e lui la t-shirt delle grandi occasioni.
E’ stata una serata perfetta.
Se la immagino fra cinquant’anni la vedo proprio cosi.  
Una cosa però la cambierei.
Non gli scriverei più l’sms della buonanotte
mentre guido verso casa.  

Carolina
1996 - 2016

“Tornare indietro è impossibile. Resta sulla buona strada.
Evitare distrazioni alla guida può salvarti la vita."

Il “registro visivo” si attesta nel primo piano, un quasi mezzobusto, di Carolina, una graziosa ragazza di vent’anni dalla voce calda e pastosa e dalla comunicazione prorompente e affettiva.
Per quanto riguarda lo sfondo nero indefinito non è cambiato nulla: la solita inquadratura da dove emergono, confusamente filtrati, dei punti luce biancastri, possibilmente di alcuni riflettori.

Il “registro grafico” è composto dal nome “Carolina” e dalle date ”1996 - 2016”, oltre dalle normali diciture finali di servizio.

Le caratteristiche emotive del “registro visivo” si attestano in un primo fotogramma introduttivo e fermo dove Carolina esibisce il classico strabismo di Venere, l’abbigliamento modesto di una maglietta marroncina a collo largo  che poco differisce dal colore della pelle, i capelli ondulati che vanno sul ricciolo a incorniciare l’ovale del viso per poi cadere sulle spalle.
Carolina è una ventenne non certo dei nostri tempi, è “demodé”.

Carolina è una giovane donna degli anni settanta con il suo taglio di capelli e con la sua collanina da bancarella: un filo dorato e un pendaglio triangolare con il vertice in basso e altrettanto dorato.

Carolina è un tipo di donna molto femminile ma senza stonature, una tra le tante ragazze del popolo. E questo le fa onore e onora il fine pubblicitario del suo messaggio.

L’esordio è gradevole perché tanto spigliato. Carolina è desiderosa di comunicare e si protende in maniera accattivante alla ricerca di una immediata “simpatia” con l’osservatore. Ricordo che l’etimologia della parola “simpatia” è “soffriamo insieme”, “condividiamo un sentimento”. E quest’operazione nel registro pubblicitario va benissimo, mentre a livello umano è un tesoro.
L’osservatore viene colpito da quest’apertura sorridente di Carolina e dal suo ammiccamento. Degne di rilievo sono la vitalità degli occhi e l’espressione dello sguardo, due fattori e due veicoli su cui si basano l’impianto e lo sviluppo dello spot.

Il primo prosieguo si contraddistingue per la vivacità sorridente dell’eloquio e per i toni vellutati della voce: l’approccio familiare di una donna estroversa e affabile. Dopo le parole “ricordo tutto” Carolina sorride e sospira per quello che sta per ricordare e raccontare: il primo anniversario del suo amore, la gioia di un amore condiviso e vissuto alla grande. L’affabilità sorridente continua quando Carolina ricorda l’abbigliamento decisamente particolare di quella serata: due ragazzi innamorati e tirati a festa per una serata d’amore. Anche l’abbigliamento non è d’avanguardia, una semplice “t-shirt” ma “delle grandi occasioni” per lui e un inimmaginabile abito a “pois” per lei; il tutto è sempre offerto da una Carolina sorridente ed emozionata dalla rievocazione di questo evento.

A metà spot, per la precisione dopo aver proferito le parole “serata perfetta”, gli occhi di Carolina diventano sognanti e vanno in su verso destra, quasi a guardare il possibile futuro di tanta bellezza e di tanto amore. Del resto, Carolina sta ricordando una serata quasi perfetta.

A questo punto subentra nello spazio di dieci secondi un’emozione che progressivamente si oppone alla gioia di vivere. Da una serie di emozioni intense e profonde d’amore Carolina trapassa nella consapevolezza spaventosa della sua morte e dell’impossibilità di riviverle. Oltretutto la povera ragazza si era proiettata nei cinquant’anni successivi per rivivere la stessa intensità dei sensi e dei sentimenti, voleva celebrare un ragguardevole “fidanzamento d’oro”.

Vediamo cosa succede in questo nucleo profondo dello spot.

Carolina scatena un lavorio degli occhi che manifesta in maniera fenomenale l’affiorare progressivo di una serie di emozioni legata al tragico contesto che sta recitando. Dopo aver offerto lo sguardo e i grandi occhi all’osservatore, Carolina inizia a rabbuiarsi e lavora con gli occhi per esprimere abilmente la complessa emozione dell’angoscia. Dopo “una cosa però la cambierei” s’insinua e subentra uno sgomento che traligna in “angoscia di perdita” e si manifesta mentre sottintende la sua tragica condizione: “non gli scriverei più l’sms della buonanotte mentre guido verso casa.”  

Nel doloroso epilogo l’angoscia di Carolina degenera in disperazione. Lo sgomento, l’angoscia, la disperazione del finale sono in netto contrasto con la vivacità vitale e la gioia sentimentale della prima parte. Con il movimento degli occhi e con lo sguardo Carolina desta progressivamente la sensazione della consapevolezza di aver perso tutto quello che la rendeva viva e felice.

Questo terribile finale è coniugato con un senso di tremenda solitudine e di assoluta impotenza: il “fantasma di morte” nella sua “parte negativa”.

Lo spot viaggia per contrasto emotivo e per antitesi concettuale senza alcuna mediazione.  

Alla fine l’immagine si spegne e subentra in grafica la solita voce femminile fuori campo che recita il “registro referenziale” costituito dal motto della campagna pubblicitaria e dalla didattica del messaggio: “Tornare indietro è impossibile. Resta sulla buona strada. Evitare distrazioni alla guida può salvarti la vita.”

Il “registro visivo iconico”, le sensazioni e le emozioni provocate dalla serie d’immagini nell’osservatore, si attesta nel conflitto psichico tra la vivacità della recitazione e la progressiva comprensione del contenuto del testo. L’attenzione scatta subito alla visione e all’ascolto di Carolina, di poi si converte in curiosità e tensione nell’attesa di comprendere il contesto.
A questo punto si scatena un netto rifiuto dell’evento tragico e subentra la rabbia nei confronti degli ideatori dello spot per l’uso maligno che hanno fatto di un’informazione educativa. L’angoscia si profila e si affaccia, ma non riesce a istruirsi perché viene bloccata dalla frustata emotiva del testo e dalla crudeltà del contesto, ma soprattutto dalla terribile psicodinamica degli occhi. Lo spot di Carolina è tutto giocato nella dinamica posturale degli occhi.   

Il “registro visivo icononografico”, schemi culturali e immagini simboliche, si attesta soprattutto nella grafica di un essenziale e scarno epitaffio “Carolina, 1996 - 2016”, cardine psicodinamico dello spot con tutto il suo carico angosciante di morte.

Il registro visivo tropologico, l’uso di figure retoriche, oscilla tra il “paradossale-assurdo” e include la figura retorica dell’”antitesi” associabile al meccanismo della “conversione nell’opposto”. Il primo si attesta nel dare vita a una persona morta, la seconda nel netto contrasto concettuale, oltre che emotivo, tra la vitalità espressa e la morte dichiarata: è morta una donna vitalissima e felice. E’ presente la “metafora” “resta sulla buona strada” nell’accostamento simbolico tra la guida e la vita, tra la strada che serve per guidare e il giusto comportamento che è necessario per non morire. E’ presente l’”enfasi” nella forza espressiva del viso e soprattutto degli occhi. E’ riscontrabile l’”iperbole” nell’esagerazione della proiezione temporale: “fra cinquant’anni”.

L’assunto di base psichico e il veicolo dinamico dello spot di Carolina è il “fantasma di morte” in versione diretta dal momento che compare un inequivocabile epitaffio.  

Lo spot è marcatamente tanatocratico.


COMMENTO

Lo spot di Carolina può essere definito “terribile” perché oscilla tra l’iperbolico e l’enfatico, tra l’esagerato e l’espressivo. Le sottili posture degli occhi e la mimica degli sguardi rendono ragione dell’epiteto “terribile” proprio con il loro progressivo convertirsi nell’opposto. L’osservatore rimane sconvolto dall’alternarsi di un marasma di emozioni, non solo contrastanti, ma addirittura opposte: una Carolina sognante d’amore e traboccante di vitalità e una Carolina atterrita che progressivamente si spegne nella consapevolezza di essere morta.

Queste “due Caroline” condensano la psicodinamica di questa serie d’immagini maligne.  

Il testo dice in sintesi che Carolina fra cinquant’anni vuole rivivere le stesse emozioni del primo anniversario, ma Carolina sta recitando in un “presente” che non c’è, sta parlando in una dimensione spaziale e temporale che per lei non esiste. Questo è il paradosso del “morto-vivo” che parla, ma l’amplificazione emotiva si manifesta nella proiezione temporale così lontana: cinquant’anni, le nozze d’oro, il decoro dorato di una storia d’amore. Ma questa storia d’amore è irrimediabilmente finita con la morte tragica di Carolina.

A livello psicodinamico profondo si ripropone il solito conflitto tra “Eros” e “Thanatos”, tra la pulsione a vivere e la pulsione a morire.  

Il marchingegno psico-retorico dello spot è, come si accennava in precedenza, “l’antitesi”, la contrapposizione tra vita e morte, tra felicità e disperazione. Si tratta di un artificio crudele e perverso nella sua drastica ricerca di colpire la Psiche dell’osservatore con la psicodinamica degli opposti, “Eros” e “Thanatos” come si diceva.

E’ presente l’”enfasi” nella forza espressiva del viso e soprattutto degli occhi. E’ riscontrabile l’”iperbole” nell’esagerazione della proiezione temporale: “fra cinquant’anni”.
Se pur recitato in maniera convincente, lo spot risulta eccessivo ed esagerato.

Questo è il commento dello spot di Carolina.

Vediamo la psicodinamica dell’osservatore.
Giunge chiara e forte la tragica verità in atto: Carolina è morta.
Si desta uno stato di forte allerta con “Non gli scriverei più l’sms della buonanotte mentre guido verso casa.”
Si ha piena coscienza che Carolina è morta quando compare la famigerata scritta “Carolina, 1996 - 2016”.

A questo punto lo spot, che aveva destato simpatia e partecipazione per la presenza di una donna viva e vivace, scatena nell’osservatore un crudele “fantasma di morte” a cui consegue una forte emozione che non riesce a tralignare in angoscia per il netto rifiuto di considerare, tanto meno accettare, che Carolina è morta e tanto meno nel trionfo della sua vita amorosa e nel momento in cui confermava il suo amore con l’”sms” della buonanotte. La mancata angoscia scatena un senso d’impotenza e di rabbia verso lo spot e verso gli ideatori per l’elaborazione e la fattura di una simile storia, oltre che per la subdola provocazione emotiva.

Lo spot nella sua interezza viene immediatamente investito dai “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia” e dal rifiuto di vivere l’angoscia legata alla morte di una donna così vitale e appassionata. Il messaggio è ingestibile dalla coscienza e viene immediatamente sbarrato dalle “funzioni difensive dell’Io” al punto che non viene ammesso neanche a una valutazione adeguata. Il lutto viene giudicato ingiusto e l’angoscia di morte viene soffocata sul nascere da parte dell’osservatore e fruitore.

  • Lo spot viene “rimosso”, viene momentaneamente dimenticato per la sua drammatica carica d’angoscia.
  • Lo spot viene “negato”, viene rifiutata l’angoscia legata alla morte della giovane donna, oltretutto nel massimo della sua realizzazione. 
  • Lo spot viene “isolato”, viene scissa l’emozione e il sentimento dall’informazione del messaggio pubblicitario.
  • Lo spot viene “intellettualizzato” o “razionalizzato” ossia si cerca di “usare la ragione per farsene una ragione”.
  • Lo spot viene “annullato”, viene convertita l’angoscia in un rituale nevrotico.
  • Lo spot desta un “acting out”, induce ad agire commutando la vulnerabilità in forza e l’impotenza in potere, una reazione condensata in un’azione precisa intesa a non rivedere lo spot e a non vivere l’angoscia.

Queste sono le principali reazioni psichiche in base ai meccanismi di difesa deputati e chiamati in causa.
Nel peggiore dei casi lo spot viene “forcluso”, dimenticato del tutto, e diventa un pericoloso nucleo psicotico che può imprevedibilmente scoppiare.

La “catarsi” dell’angoscia è necessaria e involontaria, oltre che legata ai meccanismi di difesa usati elettivamente dall’organizzazione reattiva, il carattere, dell’osservatore.
In ogni caso lo spot viene rifiutato in blocco per difesa e non si aprono le strade verso la “sfera psichica subliminale”, la dimensione psichica dove il messaggio pubblicitario cova e lavora. La Psiche dell’’osservatore deve evitare la degenerazione nell’angoscia del complesso emotivo scatenato senza la sua diretta volontà e in maniera improvvisa, deve evitare che l’angoscia si converta in dolorose somatizzazioni.

Lo “spot di Carolina” incorre nel madornale gravissimo errore di evocare immediata angoscia a causa della sua diretta “tanatocrazia”.

La “prognosi” individuale e collettiva impone l’eliminazione immediata dalla circolazione pubblica dello spot inquisito per manifesto danno psicofisico agli osservatori. Il messaggio voleva essere etico e morale, ma ha fatto ricorso a veicoli di diffusione non certo etici e morali: il “fantasma di morte” in visione diretta. Lo spot voleva comunicare buoni insegnamenti, ma è incorso in un salutare rifiuto perché elaborato da cattivi maestri. Lo spot contiene una carica “psicotica” che può ridestarsi nelle persone direttamente chiamate in causa, genitori, amici e uomini che hanno perso una figlia o una compagna o un’amica, una carica psicofisica che può esplodere in maniera pericolosa a traino di uno stimolo congruo che può occorrere vivendo.
Inoltre, trattandosi di uno spot mortifero, è necessario, qualora lo si vuol divulgare, apporre la seguente iniziale avvertenza.

“Questo messaggio pubblicitario è terribile, per cui nuoce gravemente alla salute psicofisica di tutti quelli che lo vedono. Inoltre può provocare crisi d’angoscia con conversioni somatiche nelle persone più sensibili e può scatenare crisi psicotiche nelle persone coinvolte in esperienze luttuose simili. Se ne sconsiglia la visione a tutti gli adulti che si vogliono bene e specialmente ai bambini. Comunque ricordate di non scrivere sms della buonanotte mentre guidate verso casa, perché oltre a essere un obbligo di legge, vi salva la vita.”  

Dopo il “rischio psicopatologico” e la “prognosi”, a conferma che l’analisi dello “spot di Carolina” è solamente costruttiva, adduco la semplice soluzione per bonificare il messaggio e renderlo praticabile ed efficace presso la “pubblica coscienza”.

Bastava non inserire l’epitaffio con nome e anno di nascita e di morte e il messaggio sarebbe totalmente cambiato nella qualità e nella capacità diffusiva. Non sarebbe stato più direttamente tanatocratico e, anche se basato sul “fantasma di morte”, avrebbe lasciato all’osservatore la possibilità di elaborare il messaggio e soprattutto di deliberare sull’importanza di osservare il codice della strada. Inoltre, sarebbe sceso nella “sfera psichica subliminale” in maniera positiva ed efficace.

Altra soluzione: lasciare l’affascinante Carolina in vita mettendole in bocca le giuste regole stradali per salvare la vita e lasciando supporre il rischio in cui è incorsa: una Carolina pimpante nel suo “vestito a pois” che abbraccia il suo ragazzo in rigorosa “t shirt” e magari al secondo anniversario del loro amore.

Questa è una “traslazione” efficace e gestibile del “fantasma di morte”. L’epitaffio, come al solito, è stato un eccesso in ogni senso e ha reso nullo l’effetto psichico pubblicitario nel suo essere diretto, violento e crudele.

Lo spot viene rifiutato per difesa e con esso viene rigettato il contenuto etico.

La gente rifiuta anche l’etica pubblicitaria implicita nel messaggio perché non ha rispettato la “pubblica sensibilità”. Inoltre, non essendo arrivato nella “sfera psichica subliminale”, il messaggio non può lavorare nel suo luogo ideale e, se viene ricordato, è soltanto per l’effetto doloroso provocato e non certo per il dettame  etico e giuridico.        

A questo punto invito il mio paziente lettore a rivisitare lo “spot di Carolina” per avere una migliore coscienza del fatto o del misfatto e per elaborare il suo giudizio.

 

 

 

 

 

Articolo a cura del Dottor Salvatore Vallone

 

 

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