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Lo spot di LUCA - Pubblicità e fantasma di morte (2)

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Luca è uno degli spot di "Sulla buona strada", una Campagna sulla Sicurezza Stradale che Psiconline ha deciso di analizzare con uno studio analitico delle psicodinamiche e sull’uso pubblicitario del “fantasma di morte”

spot luca sulla buona stradaIl 22 marzo 2016 è partita “Sulla buona strada”, la campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, una pubblicità progresso che ha come nobile obiettivo quello di ridurre le morti per incidente stradale. 

Sono stati elaborati e divulgati cinque “particolari” spot sulle principali cause d’incidenti mortali dovuti a comportamenti specifici: le cinture di sicurezza non allacciate, l’uso del telefonino mentre si guida, la velocità e l’indifferenza verso gli utenti deboli della strada, il mancato uso del seggiolino per bambini, il mancato uso delle luci di sicurezza.

Iniziamo la nostra analisi dallo spot di LUCA.

ANALISI

Il “registro verbale” dello spot in questione è il seguente:

“Andare a scuola mi piace.
La maestra mi dice che sono bravo.
Cosi mamma e papà mi hanno regalato la spada laser
e sono contento che adesso ci gioca il mio fratellino,
anche se insieme sarebbe più divertente.
Solo che io non posso,
perché si sono dimenticati di mettermi sul seggiolino.

Luca
2010-2016

Tornare indietro è impossibile. Resta sulla buona strada.
Far viaggiare tuo figlio sul seggiolino è un obbligo che può salvargli la vita.”

Il “registro visivo” si attesta nel primo piano, un quasi mezzobusto, di Luca,  un grazioso bambino di sei anni dalla voce calda e accattivante, inquadrato sul solito sfondo nero indefinito da dove emergono, confusamente filtrati, dei punti luce biancastri, possibilmente di alcuni riflettori.

Il “registro grafico” è composto dal nome “Luca” e dalle date ”2010-2016”, oltre alle normali diciture finali di servizio.

Le caratteristiche emotive del “registro visivo” si attestano in un esordio  permeato di tenerezza e in un primo prosieguo ricco di vivacità sorridente. Dopo la parola “fratellino” è presente un inciampo sonoro nella spigliata recitazione, un lieve blocco che tradisce sia la lettura del testo fuori campo da parte del bambino e sia un’emozione legata al tragico contesto che sta recitando. Nel finale lo stesso esito si verifica quando il bambino si accinge a leggere il triste epilogo: “perché si sono dimenticati di mettermi sul seggiolino”. Alla fine della recitazione la tensione nervosa del piccolo attore si evidenzia in due “tic” nervosi alle labbra a mo’ di smorfie. Il bambino è coinvolto nella recitazione e nella parte del “vivo-morto”. Lo spot è recitato in maniera artefatta e risulta imperfetto, quasi grossolano, a livello di fattura globale. Nessun addebito viene fatto al bambino improvvisato attore, ma la tragica dinamica implicita nel testo gli ha creato immancabilmente una precisa tensione, un’angoscia che trova la sua “catarsi” nella somatizzazione del tremolio della voce e del “tic” nervoso.

Alla fine l’immagine traballa e subentra in grafica una voce femminile fuori campo che recita il “registro referenziale” costituito dal motto della campagna pubblicitaria e dalla didattica del messaggio: “Tornare indietro è impossibile. Resta sulla buona strada. Far viaggiare tuo figlio sul seggiolino è un obbligo che può salvargli la vita.”

Il “registro visivo iconico”, le sensazioni e le emozioni provocate dalla serie d’immagini, si attesta nel conflitto psichico tra l’uniformità della recitazione e la progressiva comprensione del contenuto del testo. L’attenzione scatta subito alla visione e all’ascolto del bambino, di poi si converte in curiosità e tensione nell’attesa di comprendere il contesto. A questo punto la tensione scatena un netto rifiuto dell’evento tragico e travalica nella rabbia nei confronti degli ideatori dello spot per l’uso tragico che hanno fatto dell’infanzia e per la netta colpevolizzazione dei genitori. L’angoscia si profila e si affaccia, ma non riesce a istruirsi perché viene bloccata dalla frustata emotiva del testo e dalla crudeltà del contesto.  

Il “registro visivo icononografico”, schemi culturali e immagini simboliche, si attesta soprattutto nella grafica di un essenziale e scarno epitaffio “Luca , 2010-2016, cardine psicodinamico dello spot  con tutto il suo carico angosciante di morte.

Il registro visivo tropologico, l’uso di figure retoriche, oscilla tra il “paradossale-assurdo” e include la figura retorica dell’”enfasi”. Il primo si attesta nel dare vita a una persona morta, la seconda nella forza eccessiva data all’espressione del contenuto. L’enfasi degenera nell’assurdità dell’operazione pubblicitaria. E’ presente la “metafora” “resta sulla buona strada” nell’accostamento simbolico tra la guida e la vita, tra la strada che serve per guidare e il giusto comportamento che è necessario per non morire.

L’assunto di base psichico e il veicolo dinamico è il “fantasma di morte” in versione diretta dal momento che compare un inequivocabile epitaffio.  

Lo spot è marcatamente tanatocratico.


COMMENTO

Luca esordisce in maniera suadente e vivace. E’ un bravo bambino: va bene a scuola ed è gradito alla maestra, oltre che ai genitori che gli hanno regalato la “spada laser” per premiarlo, proprio quei genitori che stanno per degenerare in biechi assassini, quelli che hanno dimenticato di metterlo nel seggiolino andando in macchina.

Le parole “mamma e papà” sono dense di amorosa fusione e rendono più crudele l’epilogo della tragica dimenticanza. Si tratta di un artificio linguistico che nel contesto viaggia per contrasto: l’amore del figlio e la superficialità dei genitori.

Luca ama giocare con il fratellino e rimpiange di non poterlo più fare e di non poter più condividere il suo regalo con lui. Ma è contento lo stesso. Luca non si rattrista nel comunicare la sua tragica sorte, ma continua con la sua breve storia e con la dolce accusa nei riguardi dei genitori di aver provocato la sua morte.

La consapevolezza dell’impossibilità di realizzare il suo desiderio di giocare con il fratellino con la “spada laser” non evidenzia la consapevolezza dell’ineluttabilità del suo destino di morte sia nella postura e sia nei movimenti del viso.

Ancora non è giunta all’osservatore, fruitore dello spot, la verità in atto: Luca è morto. Si desta uno stato di forte allerta con la frase “si sono dimenticati di mettermi sul seggiolino.” Si ha piena coscienza che Luca è morto quando compare la famigerata scritta “Luca, 2010-2016”.

A questo punto lo spot, che aveva destato tenerezza e creato curiosità per la presenza di un bambino in primo piano che comunica un messaggio, evidenzia un repentino e crudele “fantasma di morte” che scatena una forte emozione che non riesce a tralignare in angoscia per il netto rifiuto di considerare, tanto meno accettare, che Luca è morto e tanto meno per colpa dei suoi genitori.

La mancata angoscia scatena un senso d’impotenza e di rabbia verso lo spot e verso gli ideatori per l’elaborazione e la fattura di una simile storia, oltre che per la subdola provocazione emotiva. Lo spot nella sua interezza viene immediatamente investito dai “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia” e in particolare dalla “negazione” o “diniego”, un meccanismo arcaico e primario che consiste nel rifiuto di vivere l’angoscia legata alla morte del bambino così grazioso e soprattutto avvenuta per colpa dei genitori.

Il messaggio è ingestibile dalla coscienza e viene immediatamente sbarrato dalle “funzioni difensive dell’Io” al punto che non viene ammesso neanche alla normale “razionalizzazione” di un lutto anche se tragico e ingiusto. Il lutto viene negato e l’angoscia di morte viene soffocata sul nascere da parte dell’osservatore e fruitore del funesto spot. Il meccanismo di difesa dall’angoscia della “negazione” o del “diniego” viene usato in una percentuale che oscilla dal cinquanta al sessanta per cento degli osservatori.

Ma vediamo quali altri meccanismi di difesa “l’Io” può istruire.  

  • Lo spot viene “rimosso” ossia viene momentaneamente dimenticato per la sua drammatica carica d’angoscia.
  • Lo spot può essere “isolato” ossia viene scissa l’emozione e il sentimento dall’informazione del messaggio pubblicitario.
  • Lo spot viene “intellettualizzato” o viene “razionalizzato” ossia si cerca di “usare la ragione per farsene una ragione”.
  • Lo spot viene “annullato” ossia l’angoscia viene convertita in un rituale nevrotico.
  • Lo spot desta un “acting out” ossia induce ad agire commutando la vulnerabilità in forza e l’impotenza in potere, una reazione condensata in un’azione precisa intesa a non rivedere lo spot come il chiudere l’apparecchio televisivo nel momento in cui viene trasmesso.

Queste sono le principali reazioni psichiche in base ai meccanismi di difesa deputati e chiamati in causa.

Nel peggiore dei casi lo spot viene “forcluso”, dimenticato del tutto, e diventa un pericoloso nucleo psicotico che può imprevedibilmente scoppiare.

La “catarsi” dell’angoscia è necessaria e involontaria, oltre che legata ai meccanismi di difesa usati elettivamente dall’organizzazione reattiva dell’osservatore. In ogni caso lo spot viene rifiutato in blocco per difesa e non si aprono le strade verso la “sfera psichica subliminale”, la dimensione psichica dove il messaggio pubblicitario cova e lavora. La psiche dell’’osservatore o del fruitore deve evitare la degenerazione nell’angoscia del complesso emotivo scatenato in lui senza la sua diretta volontà e in maniera subdola, deve evitare che l’angoscia si converta in dolorose somatizzazioni. Lo spot incorre nel madornale gravissimo errore di evocare immediata angoscia a causa della sua diretta “tanatocrazia”.

La “prognosi” individuale e sociale impone l’eliminazione immediata dalla circolazione pubblica dello spot inquisito per manifesto danno psicofisico agli osservatori. Il messaggio voleva essere etico e morale, ma ha fatto ricorso a veicoli di diffusione non certo etici e morali: il “fantasma di morte” in visione diretta. Lo spot voleva comunicare buoni insegnamenti, ma è incorso in un salutare rifiuto perché elaborato da cattivi maestri. In modo particolare colpisce tutti i genitori sensibili al benessere psicofisico dei loro figli, scatena una crisi “borderline” nei poveri genitori chiamati a vario titolo in causa perché hanno perso un figlio in un incidente stradale e che si fanno inevitabilmente una serie di colpe per non aver potuto impedire il tragico lutto. Lo spot produce una carica “psicotica” nei genitori chiamati direttamente in causa, una carica psicofisica che può esplodere in maniera devastante a traino di un successivo stimolo congruo. Trattandosi di uno spot mortifero è necessario, qualora lo si vuole divulgare, apporre la seguente iniziale avvertenza: “questo messaggio pubblicitario è particolarmente crudele, per cui nuoce gravemente alla salute psicofisica di tutti. Inoltre può provocare crisi d’angoscia con conversioni somatiche nelle persone più sensibili e può scatenare una crisi psicotica nei genitori coinvolti in esperienze luttuose dovute a incidenti stradali. Se ne sconsiglia la visione a tutti gli adulti che si vogliono bene e che vogliono tanto bene ai loro bambini. Comunque ricordatevi di mettere vostro figlio sempre sul seggiolino quando siete alla guida perché, oltre a essere un obbligo di legge, gli salva la vita.”  

Dopo il “rischio psicopatologico” e la “prognosi”, a conferma che l’analisi dello spot di Luca è solamente costruttiva, adduco la semplice soluzione per bonificare il messaggio e renderlo praticabile ed efficace presso la “pubblica coscienza”. Bastava non inserire l’epitaffio con nome e anno di nascita e di morte e il messaggio sarebbe totalmente cambiato nella qualità e nella capacità diffusiva. Non sarebbe stato più direttamente tanatocratico e, anche se basato sul “fantasma di morte”, avrebbe lasciato all’osservatore la possibilità di elaborare il messaggio e soprattutto di deliberare sullo stato di Luca: vivo o morto? Inoltre sarebbe sceso nella sfera psichica subliminale in maniera positiva ed efficace.
Altra soluzione: lasciare Luca in vita magari mentre gioca con il fratellino e fa presente il rischio che ha corso: una maniera traslata di usare il “fantasma di morte”.  
L’epitaffio è stato un eccesso in ogni senso e ha reso nullo l’effetto psichico pubblicitario nel suo essere diretto, violento e crudele. Lo spot viene rifiutato per difesa e con esso viene rigettato il contenuto etico. La gente rifiuta anche l’etica pubblicitaria implicita nel messaggio perché non ha rispettato la “pubblica sensibilità”. Inoltre, non essendo arrivato nella sfera subliminale, il messaggio non può lavorare nel suo luogo ideale e, se viene ricordato, è soltanto per l’effetto doloroso provocato.        

A questo punto invito il mio paziente lettore a rivisitare lo “spot di Luca” per avere una migliore coscienza del fatto o del misfatto e per elaborare il suo giudizio.         

 

 

 

 

 

Articolo a cura del Dottor Salvatore Vallone

 

 

 

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Tags: psicoanalisi sicurezza stradale sulla buona strada fantasma di morte pubblicità analisi psicodinamica

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