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Perdere le cose e perdere la testa (memoria e attenzione)

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Memoria ed attenzione, pregiati dispositivi cerebrali, a cavallo tra corpo e mente, orientano tutta la nostra vita, in un verso o nell'altro.

Una delle 'conseguenze' degli 'abbandoni', paradossalmente, e' proprio quella di continuare in un'emorragia crescente di perdite, atti mancati, sparizioni inquietanti, 'rilasci involontari'. Non e' il bisogno consapevole di 'buttar via', di 'liberarsi', che naturalmente e autodifensivamente, sorge dopo la fine di un rapporto; è un meccanismo ben più complesso, perverso e profondo, che segnala in modo marcato e allarmistico il profondo disagio del sentirsi rifiutati.

Succede quando si è particolarmente sensibilizzati ed esposti, quando si è subito un trauma, uno choc, che la memoria e l'attenzione funzionino solo in una direzione: quella sbagliata. Fanno inutili, ridondanti e bizantine moviole del passato e non accompagnano e sostengono affatto le azioni e l'orientamento nel presente.

Tanti lapsus, grandi e piccoli che sottolineano con la massima chiarezza, la situazione del perdere ed il suo antitodo: il dimenticare.
Non c'è funzionalità nei due dispositivi automatici; non hanno applicazioni nella vita quotidiana, anzi la incasinano di più costringendo ad estenuanti lotte con atti mancati e replay di azioni compiute in non presenza, in situazione sonnambulica, in una sorta di caccia al tesoro dei pezzi lasciati in giro. Segni inconsci del nostro passaggio, quasi a voler convalidare, sottolineare, affermare, il nostro esserci; comunque e nonostante tutto.

Il rilascio, questo meccanismo liberatorio, simile allo sgombero delle cantine polverose, prima di tutto, si manifesta in modo banale, eclatante ed improprio, perdendo in modo incosciamente volontario oggetti e cose. Quasi a dimostrare che si è capaci di stornare l'attenzione dal fulcro di ciò che ha prodotto dolore, malessere, quell'elemento negativo da rimuovere.

Ciò che la mente non accetta, non lo butta subito, elegantemente lo sposta da una cartella di sistema ad una sotto directory. Fa finta, gioca al mascheramento. Ma quando il disagio riaffiora e si fa troppo acuto per poter essere sostenuto, comincia il gioco dell'illusionista: far sparire, -intanto-, sostitutivamente e come palliativo, oggetti e cose.

Tracce, scie, sassolini di Pollicino che, -attenzione!-, possono aiutare a tornare a casa.

Dopo un po' di episodi di perdite, e sparizioni di oggetti e cose di uso comune; quando il danno supera il presunto effetto terapico, inizia la reazione, sulla spinta (anche economica) di non poter sempre ricomprare, sostituire e rimpiazzare.

In fondo in fondo, poi, anche Pollicino, quello che perdeva era l'affettività in senso lato. Non ritrovava più la strada per home, non per house.

Anche i non freudiani non possono negare, -nel caso dei lapsus-, che la casistica e la letteratura quotidiana rinforzano e superano abbondantemente la teoria…


Tra i gravi danni che vengono perpetrati, reiterati, in modo spesso irreversibili, alle giovani menti, negli anni della scuola, c'è quello di convincere che la memoria è importantissima e va allenata, per trattenere gran mole d'informazioni e quindi conoscenza.

In parte è vero. Se uno capisce il trucco può anche guadagnarci un sacco di tempo libero per seguire e salvaguardare le proprie inclinazioni piuttosto che infilare un'ora dietro l'altra sopra i libri per riempire la mente di nozioni.

Si affaccia qualche sospetto quando dall'applicazione didattica si passa alla pratica quotidiana. Passano gli anni e l'hard disk si appesantisce, si ingolfa senza che qualcuno cancelli i dati in esubero.

Giusti, giusti si arriva all'età adulta con un vasto repertorio di memorie con cui iniziare sistematicamente a farsi del male ogni qualvolta qualcosa cambi o qualche persona che ci ha accompagnato fin lì se ne vada.

La tossicità è insostenibile e il danno irrecuperabile, quando comincia il sistematico repechage di ricordi inutili, dannosi, melensi (tipo madeleine…) che narcisisticamente e irrimediabilmente, corrodono l'equilibrio psichico.
Il top della cronicità patologica si raggiunge quando ad evocare bastano gli odori…

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Qualcuno più fortunato e divergente se ne accorge in tempo e indirizza la propria ricerca in direzione esattamente contraria all'imprinting iniziale: svuotare la mente invece che riempirla.

L'informatica docet: ripulire l'hard disk ogni tanto, gli permette di lavorare meglio, di snellire i processi. Zen e algoritmi incrociano le proprie strade, confermando che l'attenzione va messa altrove, e che la Mente non va usata come un polveroso archivio.

Ma più che attenzione si scopre la concentrazione; l'essere presenti ad ogni propria azione anche la più umile e banale. Esserci diventa la parola d'ordine, ma, anche se nessuno lo prova scientificamente, la Mente si incrosta come i fornelli quando ci cade il latte bollendo. Se non si ripulisce prima che si secchi, e' una fatica impari e l'alone della macchia resta per sempre, come ricordo, sull'acciaio.


Epilogo (si fa per dire…)

Il rilascio è la cosa più bella che possa avvenire dopo una separazione.

Quando si sono superate le varie fasi (dolore inteso/risentimento, odio/rancore, rimpianto); quando si comprende che non si può costruire nulla con il cuore gonfio di disperazione e la mente invasa da parole, attaccata all'immagine di un altro che (nostro malgrado) è diventato 'altro da sé', è arrivato il momento di ricominciare.

Adesso, si possono riconoscere le individualità distinte e separate della coppia, senza che ci sia oppositorietà in quelle due manifestazioni.

Adesso si può accettare una forma diversa della manifestazione che era, è, l'altro. Perché di manifestazioni si tratta, di attributi che di volta in volta chiamiamo con nomi diversi ed a cui attribuiamo vita propria, accordiamo realtà.

Nessuna ricerca può iniziare senza aver trasformato odio in comprensione, attaccamento in distacco, acrimonia in disposizione a comprendere.

Non solo quelle che chiamiamo cose, ma anche quelle che denominiamo persone, sono manifestazioni soggette all'imperfezione e al mutamento. Sono aggregati che si formano, mutano, ricongiungono in tanti episodi diversi del proprio cammino che, ogni tanto , o ricorrentemente, incontra il nostro. Non ci possono essere giudizi; non esiste bianco o nero, tutto fluisce.

Questo flash (per carità non chiamiamolo illuminazione…!!!???), avviene in un attimo, magari dopo che s'è raggiunto l'acume del rancore e della disperazione, quando tutto ciò che poteva ferire si è detto, quando tutto il dolore è stato accusatoriamente riversato sull'altro reciprocamente. Quando tutto sembra perduto, lì inizia il sentiero: come una piuma nel vento.

 

Dott.ssa Maria Cristina Garofalo - Psicologa - Terni

 

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Tags: cervello memoria attenzione

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