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Zero in autostima, le parole come pietre: un caso esemplificativo

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La mancanza di autostima è un solco profondo di disamore verso di sé che si riflette immancabilmente nella scarsa qualità del rapporto con gli altri

autostima

"Ma cosa fai! Lascia perdere ci penso io … guarda invece tua cugina come è precisa. Lei si che sa fare le cose per bene"

"E' inutile stare a perdere tempo a spiegarti le cose, più di tanto non capisci comunque…"

"Ma quando crescerai e la smetterai di comportarti in maniera immatura!"

"Io alla tua età ero bravissima a scuola e poi aiutavo sempre nelle faccende di casa, avevo ben altre responsabilità… certo non potevo 'dormire in piedi' …"

"Se a scuola continui così nella vita non combinerai mai niente di buono".

"Speriamo almeno che tu trovi qualcuno che ti sposi … sennò finisci come la zia Luisa (n.d.r. la zia considerata 'la zitella' della famiglia, nel senso più dispregiativo del termine, colei che nessuno ha voluto).

Queste frasi risulteranno familiari a molte persone perché in questo modo si sono sentite richiamare quando erano bambini o ragazzi, ma sulla paziente di cui parlerò avevano avuto l'effetto di macigni e tuttora gravavano su di lei. Piera (il nome è inventato) è una donna di trentadue anni e lavora come impiegata in una banca. Sebbene sia trascurata nell'aspetto, si può dire di lei che è carina, ha i lineamenti regolari; parla con un tono di voce basso, a volte alcune parole si perdono ; mi ricorda una pila che si sta scaricando; non si accorge che il suo interlocutore fatica a capirla. Si è rivolta ad una psicoterapeuta perché avverte una forte stanchezza nei confronti della quotidianità ma non è in grado di cambiare, e ne ignora il perché. Il lavoro d'ufficio lo sente come un obbligo e lo vive con un sentimento di apatia; lei aveva sognato ben altro per il suo futuro ma alla fine aveva prevalso un senso pratico di ricerca di sicurezza che le consentisse di "sistemarsi" ed evitare rischi e precarietà. Il padre grazie alle sue conoscenze l'ha introdotta in banca. Lavora lì da ormai sette anni. Il nuovo capo a suo dire è un burocrate, non cerca di valorizzare le singole attitudini dei sottoposti ed inoltre è maschilista perciò riserva alle donne i compiti meno interessanti. Con l'attuale compagno, dopo quattro anni di vita in comune, la passione ha lasciato il posto alla routine; soprattutto sente la mancanza di un progetto di vita comune su cui poter entrambi costruire. Non si sente forte abbastanza per cambiare la situazione, non sente di avere le risorse necessarie a farlo; oscilla tra sentimenti come l'insoddisfazione, la tristezza, l'impotenza ed un senso di ineluttabilità. Durante il giorno è accompagnata da un rimuginare mentale, in cui tende a perdersi. Si sente stanca anche quando non fa niente.

Ultimamente dorme male, fatica ad addormentarsi e si alza poco riposata. Non vuole prendere farmaci per dormire, perché teme che provochino dipendenza.

Dopo diversi colloqui di reciproca conoscenza, con il fine di capire quanto una psicoterapia potesse esserle utile e soprattutto farsi un'idea più precisa di cosa fosse (non è affatto scontato), abbiamo di comune accordo avviato una psicoterapia con lo scopo di sciogliere quei meccanismi coattivi che la costringevano a condurre una vita poco soddisfacente.

Da allora è trascorso quasi un anno e di cose ne sono avvenute tante; mi limiterò a raccontare il nucleo centrale problematico, da cui poi originano i diversi sintomi.

Questa giovane donna ha gradualmente ricordato il lavorìo continuo di svalutazione della sua persona, a volte decisamente esplicito ma sltre più indiretto e velato, rispetto al suo modo di essere e di comportarsi messo in atto soprattutto dalla madre. Le frasi che ho riportato all'inizio, mi venivano spesso ripetute dalla paziente sempre accompagnate da una forte commozione; ora si rendeva conto dell'influenza che avevano avuto su di lei nel corso del tempo.

Un esempio chiarirà meglio: la paziente da bambina aveva preso per due anni lezioni di danza classica; in occasione di un saggio di fine corso la madre ridendo l'aveva confrontata con le sue compagne, mettendo in rilievo il fatto che la figlie fosse più robusta e quindi meno agile in certi esercizi. Sembrava che non si rendesse conto di quanto certi commenti ferissero profondamente sua figlia comunque già piuttosto sensibile a questi giudizi svlutativi. La paziente senza rendersene conto finì per convincersi che quella bambina goffa di cui parlava sua madre era proprio lei…d'altronde agli occhi di una figlia il giudizio materno assume il valore di una verotà assoluta.

La bambina infatti in breve tempo smise di frequentare il corso di danza, per cui aveva cominciato a sentirsi inadatta (si era adeguata alle critiche materne!) La violenza psicologica subita era doppia: uno svilimento del suo autentico e naturale modo di essere e l'incoraggiamento a seguire modelli comunque altri da lei. La posta in gioco per un bambino è alta: l'accetazione, l'amore e la stima da parte dei genitori è di importanza fondamentale, sono le fondamenta su cui potrà costruire la sua identità.Se i genitori sono i primi a svalutare, criticare come sarà possibile che il bambino crescendo abbai un'immagine positiva del propria persona, di qualcuno che può navigare per la vita sicuro delle proprie risorse? Qui nasce l'autostima oppure, come nel caso della paziente, qui nasce un io precario.Il nucleo della sua personalità era come diviso in due parti: un Sé piccolo e infantile che soffre per la sua ripetitività emotiva, si sente abbandonato, incapace; un sé pseudo adulto fragile che si è costituito facendo propri comportamenti altrui scelti a modello, secondo criteri di generale accettazione (è il meccanismo del conformismo).

I nodi vengono al pettine quando l'individuo una volta cresciuto si trova a dover fare scelte autonome che possibilmente rispecchino il proprio modo di sentire e di essere, perché è proprio questo che è offuscato, che non è potuto emergere. Può essere difficile anche solo capire quali sono i propri bisogni e desideri. Mi si potrà obbiettare che in una certa misura siamo un po' tutti influenzati dalle aspettative altrui: spesso ci si comporta inconsapevolmente sulla base di quelle che si ritengono essere le aspettative degli altri. E' vero, il livello di condizionamento può essere molo marcato senza per questo divenire causa di blocchi patologici, quanto piuttosto facendosi sentire come un malessere più sfumato di insoddisfazione e scontentezza (temi approfonditi nel mio precedente articolo sulla crisi esistenziale).

Va anche ricordato che una scarsa autostima non solo blocca le risorse presenti di cambiamento ma inibisce la scoperta delle proprie potenzialità, come un giacimento che rimane "vergine". Infatti quando in terapia la persona diventa cosciente del blocco operato dai propri blocchi mentali ripetitivi, la si vede cambiare rapidamente e soprattutto emergono risorse insperate.
Nel caso in oggetto grazie ad una buona alleanza tra tearapeuta e paziente fu possibile lavorare su tutti questi aspetti e attraverso un lavoro di interpretazione e chiarimento ricostruire e rivivere il puzzle della sua storia affettiva, affinché fosse possibile chiudere definitivamente quel capitolo e provare a vivere senza quel fardello. A questo proposito mi viene in mente l'immagine dei monaci buddisti che disegnano bellissimi mandala (strutture geometriche a forma di cerchio intersecati da triangoli, che hanno un valore simbolico, rappresentano il cosmo) con la sabbia e quando hanno finito li cancella con un gesto della mano. Così deve essere una psicoterapia riuscita: un lavoro anche suo passato ma con lo scopo di lasciarsele alle spalle.

Attualmente il lavoro di elaborazione procede senza intoppi e si vedono i risultati concreti: la paziente si è iscritta ad un corso parauniversitario che spera le potrà dare sbocchi lavorativi per lei più interessanti; ha avviato un confronto con il proprio partner sul senso del loro stare insieme e sulle prospettive future (comprare casa e avere un figlio). Sono tutti segni di quanto riesca finalmente ad esprimere dei desideri propri e senta di aver la forza di creare condizioni che la facciano stare meglio piuttosto che adattarsi agli altri e agli eventi, passivamente.

In conclusione: spesso chi non si stima e non si conosce, non ha ricevuto amore e riconoscimento dalle figure di riferimento primarie: non è una questione da poco, liquidabile con facili ricette del tipo "pensate positivo, fatevi un regalo…" E' una visione quantomeno ingenua. La mancanza di stima di sé è un solco profondo di disamore verso di sé che si riflette immancabilmente nella scarsa qualità del rapporto con gli altri , a qualsiasi livello di intimità esso sia. E' il seme della violenza che continua ad attualizzarsi prima ancora che nel nemico esterno (il partner, il datore di lavoro, i familiari ecc.) nel proprio sé.

 

Dott.ssa Marcella Dittrich - Psicoterapeuta - Milano

 

 

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