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Joker: un bravo ragazzo tra normalità e follia

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on . Postato in Psicopatologia | Letto 3591 volte

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Liuva Capezzani recensisce per Psiconline il film JOKER, da poco uscito nelle sale, dove Arthur Fleck, attore comico fallito ed ignorato dalla società, vaga iniziando una lenta e progressiva discesa negli abissi della follia.

joker recensione di liuva capezzaniC’è chi legge il film di Todd Philips come un film sociologico sulla vacuità della società, Time Out lo ha descritto come «una visione davvero da incubo del capitalismo della fine dell’era» o come «il miglior film horror sociale da Get Out». Chi come un film sullo strapotere dei media, o sul fallimento delle politiche sociosanitarie, chi come un capolavoro sul disagio psichico, la devianza e la condizione umana degli invisibili, “metti un malato mentale in una società come questa” ammonirà lo stesso Joker sul finale. C’è poi chi ne fa una considerazione artistica e lo associa alle pellicole di storie di eroi ed antieroi, Taxi driver, Batman, Arancia Meccanica. Chi ancora non ha avuto il tempo di parlarne e appena finito di vedere il film reagisce, o applaude o resta attonito e insoddisfatto di qualcosa che non coglie nell’immediato.

Per tutti però Joker è un disturbato, uno folle, uno psicopatico. E invece no, Joker è la storia di un “bravo ragazzo tra normalità e follia”, dal disagio al male. Non bravo come lo descrive la madre psicotica, perché la accudisce, e non folle perchè a vederlo tale siamo noi apparentemente normali che a un certo punto non sappiamo più come spiegarci il passaggio da una violenza subita gratuitamente ad una violenza liberatoria inferta “senza rimorso”, ma normale e al tempo stesso folle perché è il suo disagio sintomatico, la sua risata a confermarcelo. 

Presentato come un disturbo neurologico, probabilmente postumo ai traumi fisici infantili, da qualche esperto identificato nello stato di incontinenza affettiva dello Pseudobulbar Affect, la risata di Joker, a volte stridula ed altre simile a un conato di rigetto, sembra più una conversione isterica di un dolore che non può essere condiviso e di una rabbia che non può essere espressa –“sorridi sempre, sei venuto al mondo per regalare risate e gioia” gli insegna la madre.

In questo senso quella risata ha del sintomatico, cioè designa e si sostituisce nell’espressione ad un disagio cumulativo interiore che è stato soppresso nelle sue spontanee manifestazioni dai condizionamenti di storia traumatica familiare, e al contempo ha del coerente e dell’adattivo perché svolge una funzione modulatrice su quel medesimo dolore che rischierebbe di riemergere e scoppiare in qualcosa di ingestibile di fronte ai contesti violenti, abusanti, o indifferenti, umilianti e invalidanti, per sé e per gli altri, a cui si è sempre associato.

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Lo fa capire Joker, quando, di fronte alla signora che lo esorta di non importunare il figlio con cui si era messo a giocare, prima ride della sua risata e poi, per spiegare perché stesse ridendo, estrae quel cartoncino in cui era scritto:“Perdoni lo scoppio di risata. E’ una patologia neurologica che causa improvvisi scoppi di riso che non corrispondono allo stato emotivo”. Ride, ma lo stato emotivo di quella risata non corrisponde né all’allegria né alla beffa. Corrisponde ed è coerente alla sofferenza incomunicabile di chi non è riconosciuto per genuino e deve per una vita intera mascherarne il disappunto o di chi “empaticamente” assiste al vissuto altrui di pericolo ed umiliazione, come quando Joker ride di fronte ai tre che in metro chiamano “puttana” la ragazza seduta al lato opposto.Li ucciderà Joker, dopo essere stato lui stesso pestato e li ucciderà che era ancora sotto la protezione di farmaci e psicoterapia. Prima di allora Joker si giustifica ancora del suo problema che conosce e gestisce.

Non è ancora un folle il Joker che critica se stesso quando, per aver inseguito i ragazzi che gli avevano scippato il cartello da lavoro e che poi lo pesteranno, dice “era solo una banda di ragazzi, avrei dovuto lasciar perdere” o quando al collega che gli regala una pistola per difendersi risponde “non è permesso avere un’arma”.

Joker è grande, difende il suo lavoro non se la prende con i bulli, rispetta le regole sociali non le viola ancora, ha l’empatia di chi si decentra dal proprio pensiero e stato d’animo e pensa a quello altrui. La sua risata è ancora la sua miglior risorsa protettiva.

Folli, la risata e lo stesso Joker, lo diventeranno dopo quel triplice omicidio, non prima. Quel primo triplice omicidio può essere inteso inizialmente come legittima difesa nell’opportunità (o inopportunità) della disponibilità di un’arma che fino a qualche giorno prima Joker maneggiava con impaccio, imbarazzo e incongruo a sé. Solo dopo, per il terzo ragazzo, l’omicidio è accanimento.

Non si tratta comunque di un triplice omicidio folle, come qualcuno ha scritto per via della sospensione della protezione degli psicofarmaci e dell’assistenza sociale che invece avviene dopo. A rendere folli la risata e Joker non è questo omicidio in sé ma la scoperta postuma ed inaspettata di non provarne rimorso.

Ecco la follia: l’incongruità tra emozione e azione o contesto. La stessa che si realizza quando al capezzale della madre malata Joker prima dichiarerà: “tu mi hai detto che la mia risata era un disturbo, invece sono io. Sai cosa mi fa ridere e trovo buffo: che ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia e invece ora capisco che è un cazzo di commedia” e poi la uccide. La uccide nello stato percepito di commedia, che invece per la nostra consapevolezza di spettatori è tragedia.

Se all’inizio, dalla sua terapeuta, Arthur afferma di non sapere se sia lui oppure tutti gli altri che stanno impazzendo, invece dopo aver scoperto di essere figlio adottivo di una madre psicotica, finita in carcere per non averlo saputo proteggere di fronte ai fidanzati che lo violentavano (sembra quasi di ricordare la storia biografica dell’infanzia di Marilyn Monroe), capisce che la sua risata non è un sintomo che aliena dalla normalità, è la sua normalità, la sua identità, quella che finalmente lo rende visibile: “per tutta la mia vita non ho mai saputo se esistevo davvero, ma esisto ed ora le persone cominciano a notarmi”.

Arthur ora è Joker, esiste per tutti solo come Joker, ma Joker non è una maschera, è colui che, scoperto di non avere più madre e nemmeno padre, non deve più ridere per soffocare il dolore. Maschera diventerà a quel punto tutta la società intorno, che nella protesta paradossalmente perde all’unisono il suo reale volto.

Joker riderà d’ora in poi in assenza di dolore proprio o altrui, in mancanza di alcuna congruità col contesto, quando gli altri stanno zitti, quando non gli sono di fronte ma di lato o dietro, riderà di beffa e di liberazione, non di dolore.

E Joker a Murray, l’anchorman, chiederà di farsi presentare come Joker non come Arthur, si presenterà truccato da Joker non per la manifestazione sociale, ma perché è lui e lui ha bisogno di raccontare qualcosa che non è mai riuscito a dire in tutta la sua vita: che tutti sono orrendi e soprattutto che lui merita gentilezza.

Se per Arthur il lato peggiore della malattia mentale è che la gente vorrebbe che tu ti comportassi come se non la avessi, ora per Joker, il folle identificato, il lato migliore della malattia è che può fare a meno di distinguerla e con essa di distinguere ciò che spaventa da ciò che non spaventa dire, perché non ha più nulla da perdere, padre, madre, gentilezza, verità. Ed è così che davanti a tutti in tv potrà protestare per una società che decide ciò che è giusto da ciò che non lo è, allo stesso modo in cui gli altri decidono se ridere o no, se riconoscerlo o no. E siccome la comicità è soggettiva allora anche la società decide in modo soggettivo, cioè autoreferenziale, paranoico, malato. E’ così che Arthur da vittima diventa carnefice e la società da carnefice diventa vittima di se stessa.

Cosa c’è di normale in questa follia? Che è intelleggibile come la purezza di un bambino abbandonato abusato, umiliato. E di folle nella normalità? Che si tenti di spiegare il male anche quello che sembra banale e di non dare attenzione, amore.

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C’è chi ha criticato il film per averci visto un tentativo di giustificare il crimine con la psicopatologia o la sociologia politica. Per il prof. Cesare Catà, che commenta in un post su facebook,il film propone un finale moralistico, riferendosi probabilmente al monologo di Joker nello studio televisivo. La scena si chiude con Joker che dopo l’omicidio di Murray, davanti all’obiettivo della telecamera pronuncia “that’s life”: verrebbe meno per il prof. Catà lo spessore e la missione dello storytelling artistico di cui dovrebbe forgiarsi il cinema.

In realtà Joker, come lui stesso conviene, non è né un film politico, né sociale e nemmeno un film sul crimine o sull’origine del male. Probabilmente è un caso di psicologia narrativa, quasi clinico, che se da un lato riesce fin troppo didascalico, dall’altro lato porta di innovativo, oltre che la magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix, un rinnovamento potentemente umanizzato della figura iconica di tutti i Joker cinematografici.

Forse questo il potere del film che attrae chi lo esalta: dà una spiegazione comprensibile del disagio e della devianza quando il cittadino 'normale' non se ne dà una ragione.

Gratifica la necessità di dare un senso alle cose. Al contempo, questa stessa spiegazione disorienta lo spettatore quando si riconosce come Joker in quel comune profondo umano bisogno di attenzioni negate e può d’altra parte lasciare insoddisfatti chi proprio non ne vuole avere di spiegazioni normali. 

Eppure a questi ultimi che avrebbero desiderato una sospensione artistica, il film la regala nel finale ambiguo come un deus ex machina al contrario: che invece di dare una soluzione all'incomprensibile offre un sospeso incomprensibile a ciò che sembrava così chiaro. “Le va di raccontarmi la barzelletta a cui sta pensando che la fa ridere?”  chiede la dottoressa.- “Sarebbe inutile”, risponde Joker, che, dopo essere uscito dalla stanza con le mani legate davanti, lascia impronte di sangue sul pavimento. L’avrà uccisa? Il film sarà stato tutto un delirio nella mente di Joker?

Il film sarebbe eventualmente una delusione solo per i bambini, semmai potessero vederlo, perché perderebbero l’incanto elementare del clown allegro. E a scoprire la profonda tristezza che si cela dietro ogni maschera avranno un miglior tempo per leggere prima, si spera, qualcosa di Pirandello.

 

Il trailer del film:

 

 

 (recensione a cura della Dottoressa Liuva Capezzani)

 

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