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L'autolesionismo come antidoto al vuoto interno

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on . Postato in Psicopatologia | Letto 2683 volte

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L’autolesionismo, cioè il danneggiarsi con tagli, bruciature e dolori autoinferti, è una modalità regolatrice del proprio umore, utilizzata per distrarsi dal turbamento interiore e placare il dolore psichico.

Lautolesionismo come antidoto al vuoto internoComunemente, con il termine autolesionismo ci si riferisce ad un comportamento intenzionale volto a danneggiare il proprio corpo attraverso attività come il tagliarsi, bruciarsi e il procurarsi altre forme di lesioni.

Spesso questo atteggiamento appare correlato all’ideazione e intenzione suicidaria, anche se ancora la letteratura non ha reso chiaro l’eventuale relazione esistente tra questi due comportamenti.

La maggior parte delle persone che si mutilano adottano tale atteggiamento come una modalità per regolare il proprio umore; avvertono una profonda motivazione legata al bisogno di distrarsi da un turbamento interiore, o allo scopo di alleviare l’ansia per la propria incapacità ad esprimere emozioni intense.

Gli atti di autolesionismo come il tagliarsi possono essere effettuati per una serie di motivi, più comunemente per esprimere e alleviare la rabbia o la tensione, così come il dolore psichico, per sentirsi più capaci di controllare il proprio comportamento, o una situazione di vita apparentemente disperata, o per punire se stessi quando ci si sente una persona “cattiva”.

Per alcune persone, il dolore inflitto attraverso l’autolesionismo è preferibile alla sensazione di vuoto che si avverte; il dolore rappresenta un qualcosa che sostituisce il niente, è una conferma del fatto che si è ancora in grado di sentire qualcosa, che si è ancora vivi.

Per altri, il dolore da autolesionismo sostituisce semplicemente un altro tipo di dolore che essi non riescono né a capire né a controllare.

In generale, gli atti autolesionistici riflettono una profonda angoscia e vengono utilizzati come risorsa e mezzo per sopravvivere, piuttosto “che sentirsi morire”, o anche come un mezzo per attirare l’attenzione su di sé.

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In generale, sembra che gli adolescenti, in particolare le ragazze, siano a più alto rischio di intraprendere attività di autolesionismo.

Probabilmente questo avviene perché gli adulti sono più abili nel gestire le loro emozioni, o perché più bravi nel nascondere le loro attività autolesioniste, o mascherarle attraverso esperienze di dipendenza come abuso di alcool o droghe.

Nel Regno Unito l’autolesionismo sta raggiungendo proporzioni epidemiche; in un discorso pronunciato alla Mental Health Conference, l’allora Vice Primo Ministro Nick Clegg, affermò che i servizi di emergenza avevano segnalato circa 300.000 casi di autolesionismo ogni anno.

La British Psychological Association, nel rapporto emanato dalla Health Behaviour in Scholl-Aged Children (HBSC), ha evidenziato come in 6.000 giovani intervistati, con età compresa tra gli 11 e I 15 anni, circa il 20% di essi segnalavano attività autolesionistiche negli ultimi 12 mesi.

La stragrande maggioranza dei casi di autolesionismo che giungono ai servizi di emergenza ospedalieri è caratterizzata o dalla presenza di un’overdose, o da tagli auto-inflitti.

Altre forme di autolesionismo, ma di solito più rare, possono essere il battere o colpire volontariamente alcune parti del proprio corpo, graffiarsi, tirarsi i capelli, bruciarsi o strangolarsi.

Nei casi di overdose i farmaci comunemente utilizzati sono antidolorifici, sedativi e antidepressivi.

Il rapporto più recente sull’autolesionismo effettuato a Oxford, in Inghilterra, sostiene che di tutte quelle persone che si presentano in ospedale, circa il 25% presenta un intento suicida, e circa il 40% sono valutati come affetti da un disturbo psichiatrico grave.

Paradossalmente, i problemi più frequentemente menzionati, al momento della presentazione sono problemi relazionali, alcool, l’occupazione o gli studi, lo stato economico e finanziario, l’alloggio, l’isolamento sociale, la salute fisica, il lutto e un’infanzia caratterizzata da abusi emotivi e sessuali.

Per alcune persone, praticare una tantum l’autolesionismo è solo una modalità reattiva ad una grave crisi emotiva; per altri invece è un problema a lungo termine.

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La gente può continuare ad auto-lesionarsi perché continua a soffrire degli stessi problemi, o possono smettere per un determinato periodo e riprendere tale attività quando ri-subentra una grave crisi emotiva.

Generalmente si ritiene che l’autolesionismo non sia presenta nei paesi non occidentali, suggerendo così che sia una sindrome culturale; alcuni medici stranieri spesso affermano di non aver mai avuto un caso di autolesionismo prima di lavorare nel Regno Unito.

A tal proposito viene fornita la testimonianza del Dottor Eric Avenor, il quale asserisce: “Il soggetto (dell’autolesionismo) è stato appena menzionato, e tanto meno insegnato, come un argomento nel corso della mia formazione medica in Ghana. Nei miei anni di scuola clinica e medica e in tutto il mio lavoro, non ho mai visto o sentito parlare di un singolo caso di autolesionismo in Ghana. Anche all’interno di un ospedale distrettuale, dove ho lavorato per tre anni, come medico ufficiale, non mai incontrato un caso del genere.. ho avuto uno shock culturale quando sono divenuto primario del reparto di psichiatria nel Regno Unito, e ho intuito che l’autolesionismo rappresentava il ‘pane quotidiano’ della pratica psichiatrica di emergenza”.

Alla luce di questa differenziazione culturale, è plausibile ipotizzare sia che determinati ambienti sociali siano in grado di predisporre, in misura maggiore o minore, in soggetti più vulnerabili, atti auto-lesionistici, e sia che, in alcune culture, tale atteggiamento sia sotto-stimato non divenendo così oggetto di attenzione da parte della clinica.

Ciò che la ricerca dovrebbe promuovere è una lettura del corporeo su più livelli, in modo da integrare in un’unica visione le differenze individuali, contestuali e culturali.

 

(a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

 

 

 


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