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La Psicologia Penitenziaria

on . Postato in Psicopatologia | Letto 921 volte

La relazione di aiuto verso una persona (paziente, individuo, cliente ecc. il nome cambia appunto a secondo della formazione professionale dell’operatore, del settino che si struttura ecc.) può essere attuata con diverse tecniche e dispositivi a secondo del punto di vista teorico/pratico a cui il professionista fa riferimento.
Ma la relazione di aiuto deve comunque avere un unico obiettivo: “L'efficacia dell'aiuto che deve condurre al cambiamento psichico e comportamentale, positivo".

La relazione di aiuto prevede appunto una relazione psicologica/psicoterapeutica (emotiva -empatica), di solito duale, in cui coloro che fanno richiesta dovranno ottenere dei vantaggi tramite tale relazione e quindi tramite il consulente/professionista. Quindi gli psicologi si mettono a disposizione dell'altro per raggiungere insieme un certo obiettivo che di solito è quello del benessere psico/fisico dell’interessato.

La relazione di aiuto con il detenuto diventa un po’ più complessa, in quanto il percorso per avviare qualsiasi forma di intervento psicologico nel penitenziario, é già all’inizio perverso poiché ad esempio; l’istituzione prevede che il professionista che effettua il primo colloquio con il soggetto incriminato non deve essere lo stesso che poi dovra prenderlo in carico per i successivi colloqui di sostegno e/o per l’eventuale osservazione e trattamento.
Inoltre, un altro elemento di particolare rilevanza negativo, e degno di attenzione, è uno dei dispositivi del setting: l’ambiente, dove e come si svolgono i colloqui (ambienti poco gradevoli, deprimenti, con barriere fisiche ecc.).

Ancora, é da tenere presente che il soggetto non é quasi mai automotivato alla consultazione dello psicologo; a ciò si aggiunge il fatto che il detenuto spesso (anzi quasi sempre, specialmente per il primo colloquio all’entrata in Istituto) non e’ lui che richiede la relazione di aiuto.A tale riguardo è facile comprendere come le modalità
in cui si svolge il colloquio diventano altrettanto significative e determinanti.

Da ultimo, ma non certo per importanza, c’è da considerare che in particolar modo nel settore penitenziario l’approccio sanitario, psicologico e pedagogico al detenuto dovrebbe ampiamente prevedere un’operatività di equipe che invece è sporadica, piuttosto latente.
L’istituzione carceraria è nella nostra realtà sociale molto discussa, ma altrettanto poco conosciuta.
Si tratta di una organizzazione complessa in cui operano, in stretta interazione tra loro, diverse figure professionali sia interne (direttore, agenti, educatori, assistenti sociali) che esterne (medici, infermieri, psicologi, criminologi, insegnanti, assistenti volontari, etc.).

Negli ultimi anni è diventata sempre più marcata la necessità del contributo della psicologia sia attraverso gli interventi degli psicologi penitenziari, sia attraverso l’aumentata sensibilità degli operatori penitenziari professionali rispetto agli aspetti psicologici, alle relazioni, alla comunicazione. L'introduzione della figura dello psicologo nell’Istituzione detentiva per adulti avviene con la legge n. 354 dei 1975.
L'art. 80 di tale legge, prevede, al quarto comma che: "Per lo svolgimento delle attività d’osservazione e di trattamento, l’amministrazione peniten-ziaria può avvalersi di professionisti esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica".

Proprio per questo ci sembra ormai più adeguata la definizione di “psicologi penitenziari”, in quanto è stata maturata una sufficiente esperienza teorica e pratica e, di fatto, si è verificato un passaggio dal ruolo di “esperto” ad una presenza stabile e continuativa: lo psicologo si coordina con tutti gli altri operatori (direttore, educatore, polizia penitenziaria, assistente sociale, medico), ha acquisito nuove competenze (presidio nuovi giunti, presidio tossicodipendenze), è nata l’esigenza di una maggiore presenza sulla base di nuovi bisogni e dell’aumento della popolazione penitenziaria.

Per ciò che concerne problematiche più complesse riguardanti la personalità del soggetto, è richiesta la competenza professionale dell'esperto. In particolare quando le difficoltà presentate dal soggetto riguardano la sua personalità e le dinamiche sottese alla strutturazione dell'Io, si ricorre allo psicologo, il cui ruolo, nell'ambito operativo, si configura rispetto a problemi di ordine diagnostico e terapeutico.

Lo psicologo conduce ad un'anamnesi del caso per situare il momento criminogenetico nella storia totale del soggetto; ne deriva una diagnosi del comportamento in rapporto ad una stato psicologico e psicopatologico, la quale va verificata in base alle ipotesi formulate dagli altri operatori. In tal modo il soggetto viene conosciuto non come un deviante o detenuto, somma di sintomi e comportamenti, ma come unità personale, cioè come il risultato di un processo motivazionale che ha origine nelle esperienze vissute e nell'ambiente socio-culturale.

Questa metodologia si traduce nella tecnica del colloquio clinico, condotto secondo un approccio non direttivo, che attua una partecipazione conoscitiva delle problematiche piena e consapevole, sia dell'esperto che del detenuto in osservazione.

Nei casi in cui emergono note psicopatologiche o qualora lo si ritenga opportuno per una diagnosi più approfondita, lo psicologo potrebbe somministrare test proiettivi quali, Rorschach, Machover, Koch, si privilegiano interpretazioni di tipo qualitativo a quelle quantificate come i test mentali, in quanto questi ultimi codificherebbero solo i sintomi e non si risalirebbe ad una conoscenza eziologica che tra l'altro sarebbe impossibile.

Effettuata la psicodiagnosi, l'esperto stabilisce un'azione terapeutica e il programma di intervento sulla base dei dati dinamici e strutturali del caso. Tale ipotesi viene portata in équipe al fine di concordare, in linea di massima, le modalità più opportune e più adatte da seguire da parte dei diversi operatori, in modo da effettuare un intervento organico, basato su una metodologia uniforme.

A livello operativo lo psicologo interviene su problematiche di tre ordini:
Problemi derivanti dal singolo: non accettazione, ansietà, situazioni conflittuali;

Problemi derivanti dalla comunità carceraria: noia, omosessualità, abbandono familiare, difficoltà di adattamento alle regole subculturali della realtà;

Problemi emergenti in prospettiva dell'atto di dimissione: impreparazione, difficoltà di inserimento nell'ambiente socio-familiare.

Per elaborare tali tematiche l'esperto attua un tipo di psicoterapia mirante soprattutto ad un pieno coinvolgimento del soggetto e che, partendo da un'analisi critica e completa del comportamento, induce una progressiva coscientizzazione, in modo che, sollecitato dalla sua stessa analisi, il soggetto reagisce al 'setting terapeutico', elaborando i problemi e riadattando le risposte in termini possibilmente risolutivi. Sia l'esame della personalità che le principali linee operative vengono relazionate in modo da fornire elementi utili ai diversi livelli di intervento, sia a fini rieducativi che al reinserimento del soggetto nella comunità esterna.

Qualora invece il caso presenti connotazioni di tipo psicologico a carattere neurovegetativo, si richiede l'intervento del neuropsichiatra, al fine di curare e prevenire turbe della personalità o scompensi derivanti dalla permanenza in istituto o dall'assunzione di sostanze stupefacenti e psicotrope, con idonee terapie di natura farmacologica e/o psicologica.
Si richiede poi la collaborazione del criminologo qualora risulti necessario approfondire particolarmente certi fattori che hanno determinato la devianza del caso, e inquadrarlo in una più ampia prospettiva che tenga conto sia del contesto socio-culturale in cui tale devianza si è manifestata, e da cui ha ricevuto la sua particolare connotazione, sia dal modo in cui si manifesta, al momento dell'assunzione e in prospettiva futura, il vissuto del soggetto, nei confronti del comportamento criminoso.
L'esperto criminologo, in tal caso, con opportuni metodi sollecita e riferisce su questi particolari aspetti, stimolando al contempo il soggetto verso un superamento delle sue dinamiche negative.Non va sottovalutata l'importanza dell'altro compito richiesto al criminologo, cioè quello della formulazione di una prognosi delinquenziale.

Dopo avere esaminato gli ambiti e le modalità d’intervento dello psicologo, è possibile definire un modello d’intervento che offre ai soggetti che si trovano in regime di detenzione un percorso di continuità articolato secondo tre fasi:

L'Accoglienza;

L'Analisi della domanda;

L''Orientamento,

Nella fase dell’Accoglienza l’attenzione dello psicologo è rivolta alla gestione dell’impatto emotivo dei soggetto con il sìstema carcerario, soprattutto nei casi che presentano maggiore problematicità, come i soggetti tossicodipendenti in crisi d’astinenza o quelli alla prima esperienza detentiva. In tale momento, all’interno di una relazione stabile con gli operatorì, il soggetto vìene preso in carìco, attraverso attività d’ascolto e sostegno, finalizzate a mitigare il trauma della detenzione.Nel primo contatto necessarìo a creare i presupposti per la continuazione dei rapporto.

Segue il momento dell’Analisi della domanda. L'attenzione dello psicologo è, infatti, successivamente rivolta alla comprensione dei bisogni e delle istanze di cui il soggetto è portatore, per consentire a quest’ultimo di riflettere criticamente su di sé. in tal modo, nel detenuto, potrà essere attivato un pensiero progettuale che guardi il momento detentivo come una situazione ponte tra un passato che ha prodotto la condizione attuale ed un futuro che potrebbe svilupparsi seguendo nuove direttive e registri.
In un senso più ampio tale fase coincide con la chiarificazione dei rapporto con lo psicologo sia sul piano della presa di consapevolezza da parte dei soggetto della propria condizione e delle proprie richieste, sia sulle reali possibilità d’intervento da parte dello psicologo.

Il momento dell’Orientamento coincide con la definizione degli obiettivi da raggiungere, sia relativamente alla richiesta dì un percorso trattamentale extramurario, sia relativamente alla possibilità di intraprendere un lavoro psicologìco su se stessi, durante il periodo della detenzione.

E' importante notare, inoltre, come nelle istituzioni penalì per adulti l’incontro tra psicologo e detenuto assume aspetti che lo differenziano rispetto ad altri contestì. Un elemento di differenziazìone è evidenziabile dalla domanda che viene posta ai professionista.

In genere, un individuo che si rivolge allo psicologo espone il suo problema esprimendo una richiesta esplicita d’aiuto per il superamento delle proprie difficoltà. Di primaria ìmportanza, per instaurare il rapporto terapeutico, è indagare sulle motivazioni che sottostanno a ciò che è stato espresso come domanda esplicita, analizzando e comprendendo i messaggi relazionali ìmpliciti per giungere ad una comune definizìone di ciò che è la reale domanda d’aiuto del soggetto.

Negli istituti detentivi questo processo appare dífficol-toso perché, prevalentemente, è lo psicologo a "chìamare a colloquio" il soggetto detenuto, necessitando d’elementi di conoscenza finalizzati all’esigenza di rispondere ai quesiti provenienti da altri livelli istituzionali (Direzione dell’istituto, Magistrato di Sorveglianza).
In questo senso la popolazione detenuta non sembra costituire una vera e propria utenza: chi si serve della professionalità dei consulente è la stessa committenza, nel momento in cui è chiamata a prendere delle decisioni che riguardano il detenuto o al fine di poterne gestire la permanenza, nel modo meno problematico possibile.

Crescente è, inoltre, la richìesta da parte delle Direzioni di un parere predittivo sulla concessione dei permessi premio per il quale, prima della decisione dei magistrato competente, è la direzione stessa a dover esprimere un parere d’opportunità. Non ultima la Magistratura di Sorveglianza che può richiedere la relazione d’osservazione scientifica della personalità, al fine di acquisire conoscenze utili alla concessione dei benefici previsti per legge ai soggetti che ne fanno richiesta.

E’ ormai opinione condivisa dalla grande maggioranza degli operatori che nel nostro Paese si occupano di Psicologia Penitenziaria che essa dovrebbe inserirsi all’interno degli Istituti di pena come uno “strumento in più” a disposizione di tutte le persone che si muovono in questa complessa realtà: operatori ed utenti. Essa dovrebbe quindi trovare la propria ragione di essere presente all’interno degli Istituti di pena non solo nell’area dell’Osservazione e Trattamento dei detenuti, ma anche nel lavoro con il personale in un’ottica diretta, soprattutto, alla Formazione Permanente.

I contenuti della Psicologia Penitenziaria potrebbero pertanto essere schematicamente così rappresentati:
Per gli utenti: Osservazione psicologica, Trattamento psicologico
Per gli operatori: Formazione: teorica, esperienziale (contenimento – prevenzione rischio burn-out)

Ai fini di una corretta lettura dell’intervento psicologico nel Penitenziario è quindi importante definire i concetti di “Osservazione psicologica” e di “Trattamento psicologico” differenziandoli, da un lato, sia dall’Osservazione che dal Trattamento “penitenziari” e, dall’altro, sia dalla Diagnosi che dal Trattamento “medico-psichiatrici”.

Parlare di Diagnosi e di Trattamento “psicologici” implica infatti la creazione di uno spazio e di un servizio specifico, in cui dovrebbero peraltro rientrare tutte le tecniche di intervento psicologico inclusa, quando possibile, anche la psicoterapia.
Per “Trattamento psicologico”, inteso in senso generale, si intende l’uso di strumenti propri della Psicologia atti a stimolare un cambiamento, inteso come crescita, della persona: esso, che proprio per questo si differenzia quindi nella metodologia e nei contenuti sia dal Trattamento penitenziario complessivamente inteso che da quello medico-psichiatrico, come esso specialistico, costituisce uno strumento utile al fine della riduzione del disagio psichico ma anche, coerentemente con la legge 354/75, per “promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale”.

Di tutto ciò, la “Diagnosi psicologica” è evidentemente la necessaria premessa: con questo termine si intende infatti un processo di organizzazione critica dei dati osservati per comporre un quadro delle funzioni mentali e delle capacità personali al fine di decidere un Trattamento. In altre parole, una volta inquadrato il disturbo fondamentale della personalità o le parti non funzionanti, si valuta quali aspetti sani e risorse interiori possono essere mobilitati in favore di un migliore equilibrio, e quale percorso trattamentale sia più opportuno in quello specifico caso.

La Psicoterapia è, invece, uno degli strumenti del Trattamento, finalizzato a stimolare un pensiero intorno a sé ed alla propria esperienza nel momento in cui si crei nell’utente una motivazione in tal senso. Non significa risoluzione di una patologia, né implica l’idea che il deviante sia un malato, ma offre delle possibilità di contenere una sofferenza psichica, legata allo stato di restrizione e/o a tutta quell’area di disagio che non appartiene alla psicopatologia in senso stretto ed in cui rientrano, ad esempio, i disturbi di personalità. Il riconoscimento della funzione psicoterapeutica dello Psicologo nelle carceri, oltre a cercare di rispondere alle esigenze di tutela della salute psichica degli individui detenuti, riprenderebbe e darebbe attuazione a quanto la legge 354/75 definisce quando essa, testualmente, afferma che “gli interventi sono volti a promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale”.

Sotto questo punto di vista, pertanto, appare evidente come una componente estremamente significativa della Psicologia penitenziaria e criminologica si caratterizza decisamente per la sua impostazione “Clinica”, ed è forse questa la ragione per la quale tale componente dell’attività lavorativa dello Psicologo in ambito penale si avvicina particolarmente, sino a volte a sovrapporsi almeno parzialmente ad essa, con quell’altra disciplina scientifica - non di esclusivo appannaggio della Psicologia e degli Psicologi, ma applicata anche da parte di altri operatori quali ad esempio i Medici - che ricade sotto il nome di “Criminologia Clinica”.

Uno specifico approfondimento al riguardo appare pertanto in questa sede particolarmente opportuno, tenendo proprio presente sia il fatto che spesso è proprio uno Psicologo che vuole operare in ambito penale ad acquisire, dopo la laurea e la successiva iscrizione all’Ordine degli Psicologi, anche un diploma di Specializzazione in Criminologia Clinica, sia il fatto che l’aggettivo “Clinica”, oltre ad accompagnarsi in questo caso al sostantivo “Criminologia”, in misura altrettanto adeguata e forse ancor più frequente nella pratica operativa si ritrova accompagnato al sostantivo “Psicologia” per denominare quel suo vastissimo settore applicativo che va appunto sotto il nome di “Psicologia Clinica”.

La “Clinica” è quella scienza che si accosta alla persona ammalata, sofferente, bisognosa di aiuto, e che cerca di interpretarne la specifica situazione soggettiva al fine di eliminare o almeno alleviare lo stato di disagio che si è determinato in quella persona e nell’ambiente ad essa circostante. Si può quindi definire la Criminologia Clinica come quella branca della Criminologia Generale che utilizza, nell’approccio agli eventi criminosi, una modalità di interpretazione specificatamente rivolta a comprendere i sentimenti, le esperienze ed i vissuti soggettivi sia degli autori sia delle vittime di reati, al fine di intervenire (assieme ad altre modalità interpretative di vario tipo, soprattutto quelle sociologiche e giuridiche) per una riduzione dei comportamenti penalmente sanzionati e della sofferenza che ad essi solitamente si accompagna.

Quella del Criminologo Clinico, sia esso o meno Psicologo, si caratterizza perciò marcatamente come un’attività di intervento e di aiuto verso il singolo individuo, più che verso la Società nel suo complesso, e si inserisce a pieno titolo tra quelle che gli Autori anglosassoni tendono oggi a definire con il significativo termine di “helping professions”.

Vi è pertanto, nel lavoro del Criminologo clinico, un primo momento fondamentale: quello della diagnosi, intesa non tanto come classificazione nosologica (che per quanto importante non è sicuramente di per sé esauriente), bensì come comprensione profonda e razionale delle cause che determinano le manifestazioni patologiche del comportamento ed eventualmente del pensiero.
In Criminologia clinica la diagnosi non va quindi considerata come necessità di un “etichettamento”, ma come comprensione del problema nucleare che costituisce la causa dei comportamenti penalmente rilevanti del soggetto: l'importante è giungere in possesso degli elementi oggettivamente significativi per avvalorare le ipotesi di partenza, oppure per disconfermarle.

Vi sono infatti alcune fondamentali differenze tra l'approccio più strettamente medico e quello più specificatamente criminologico, sia in fase diagnostica, sia nell'eventuale successiva fase d'intervento.
Nel primo modello la diagnosi viene infatti compiuta ricercando soprattutto i punti di debolezza del paziente, mentre per il secondo è fondamentale individuare soprattutto, oltre ai punti di debolezza, anche i punti di forza, perché è solo su questi ultimi che il criminologo clinico può contare per cercare di avviare di nuovo il processo evolutivo bloccato. Inoltre, nel modello medico la diagnosi implica il riconoscimento di una disfunzione verso cui è possibile intervenire sulla base di protocolli prestabiliti, cioè agendo attraverso la propria competenza professionale.

In ambito criminologico, invece, essa viene utilizzata per istituire una situazione in cui risulti possibile avviare una riflessione sui bisogni che nel soggetto hanno richiesto l'intervento del professionista.
Il lavoro clinico in senso criminologico, almeno nella sua impostazione generale e di base, è quindi molto più vicino a quello dello Psicologo che a quello del Medico: si rifiuta cioè una diretta azione diretta dall’esterno sul paziente (tipica del lavoro medico) e si sospende l'agire quotidiano usuale per instaurare invece rapporti di riflessione e di pensiero (operazione tipica, invece, del lavoro dello Psicologo). Si tratta cioè di rendere le emozioni “pensabili” al fine di favorire i processi di comprensione e di elaborazione verbale dei vissuti soggettivi: si tratta, in altri termini, di avviare nella persona quel fondamentale processo di mentalizzazione che per il Criminologo clinico costituisce il primo obiettivo metodologico, di carattere pertanto generale, dove risulti possibile individuare l'obiettivo specifico di ogni singola attuazione successiva.

Sono possibili per il Criminologo clinico anche alcuni tipi di interventi parziali che si basano sul concetto secondo cui, essendo la persona un'unità integrata, un intervento anche circoscritto su di un settore specifico si ripercuote inevitabilmente, modificandola, anche sul resto della situazione interna del paziente. I più comuni esempi di interventi parziali sono costituiti dal cosiddetto “intervento sul periodo di crisi” e dalla “consultazione terapeutica”.

L'intervento sul periodo di crisi

In questo caso il Criminologo clinico lavora focalizzando la propria attenzione, insieme al paziente, sul problema che è alla base di un preciso disturbo o del comportamento che tale disturbo determina, puntando decisamente sull'avvenimento specifico che ha determinato la crisi. L'utilizzazione di questa tecnica necessita tuttavia di una formazione assai specifica in quanto richiede un rapido utilizzo del controtransfert ed un rapporto empatico e profondo col soggetto, ed è quindi di fatto ammissibile solo per chi, Psicologo o Medico iscritto al rispettivo Albo professionale, abbia anche conseguito oltre alla qualifica di Criminologo clinico anche l’abilitazione all’esercizio della Psicoterapia.

La consultazione terapeutica

Questa metodologia d'intervento si differenzia dalla classica diagnosi in quanto consiste in un lavoro fatto non “sul” soggetto, bensì “insieme” al soggetto, al fine di verificare quali spazi di mentalizzazione sono utilizzabili in quella specifica situazione per: a) prendere le distanze, da parte del Criminologo, dalla propria teoria di riferimento, per non rischiare di fare un lavoro che rimarrebbe ancora sostanzialmente teorico; b) allacciarsi alle modalità di funzionamento mentale del soggetto ed alla sua “visione del mondo”, almeno per quegli aspetti intorno ai quali si è costruita la sua specifica situazione attuale; c) costruire un'ipotesi di lavoro attuabile per affrontare i problemi concreti di quella persona in modo per lei credibile, elaborando di volta in volta tale ipotesi sulla base degli assunti precedenti.

Obiettivo di questo tipo d'intervento è in primo luogo il “Sé” del soggetto (vale a dire l’ individuo stesso come egli si percepisce e vive a livello profondo), che deve divenire per entrambi un oggetto di conoscenza. Il lavoro del Criminologo si accentra quindi in questo caso sull'identità personale del soggetto: la propria conoscenza di sé viene infatti a coincidere con la conoscenza degli pseudoragionamenti che rendono problematica la propria realtà esistenziale, e ciò viene attuato con un lungo processo di riflessione e di elaborazione che può però già dare concreti risultati anche in tempi brevi (soprattutto. ad esempio, con gli adolescenti) e che richiede anch'esso una formazione specifica.

Va comunque ancora precisato, riguardo a questi temi, che spesso il Criminologo clinico, proprio perché non sempre ha anche un’adeguata formazione psicologica e psicoterapeutica, corre il rischio di prescindere dal contesto “attuale” di vita del paziente: può lavorare cioè “sul-col” soggetto come se lo stato detentivo non producesse "di per sé" effetti sugli atteggiamenti e sugli affetti, consolidando o all’opposto rendendo più fragili significative aree della personalità.
Questa è, invece, quella che dovrebbe sempre essere non solo l’ottica del Criminologo clinico, ma anche l'ottica dello Psicologo penitenziario: che è “penitenziario” non solo o semplicemente perché lavora in carcere, ma soprattutto perché conosce e tiene presente l'interferenza della variabile carcere sul soggetto (e su di sé).

Sul Criminologo, sullo Psicologo e sugli altri operatori che svolgono la propria attività sia all’interno dei penitenziari che nei vari altri Servizi territoriali che fanno capo all’Amministrazione della Giustizia grava comunque, in genere, un'utenza numerosa, estremamente bisognosa, comunque portatrice di problematiche di norma complesse e non di rado anche inquietanti. Tutti questi operatori devono perciò essere sufficientemente forti e consapevoli per poter reggere un carico cosi pesante, sia sotto il profilo quantitativo sia qualitativo: se tale condizione non sussiste la sindrome del “burn-out” e la cosiddetta “esportazione del conflitto” si configurano, pertanto, come rischi sempre estremamente presenti.

Non è mai da sottovalutare, inoltre, il già citato pericolo dell'emersione sia nel soggetto sia nell’ambiente che lo circonda di fantasie di onnipotenza: in situazioni di questo tipo, pertanto, è sempre possibile l’utilizzazione del conflitto come “risorsa”, cioè come stimolo per la necessità di affrontare i problemi.
Quando qualcuno viene portato da altri componenti del suo sistema familiare all’attenzione del Criminologo clinico, a maggior ragione se esso è anche Psicologo, egli deve di norma analizzare sempre il “sistema” intero.

Nel caso di situazioni problematiche coinvolgenti anche minori, essi si devono avvicinare per ultimi e soltanto se vi sono fondate motivazioni al riguardo. Il minore deve infatti sempre essere, anche secondo la legge, particolarmente protetto: perciò, nel caso di un bambino che entri in relazione diretta con il Criminologo clinico, si deve sempre compiere l’ “analisi della domanda“ raccogliendo gli elementi necessari anche da altri adulti, e non solo da quelli che l'hanno accompagnato dallo specialista.

In caso, poi, di situazioni caratterizzate da particolari difficoltà iniziali, lo specialista Criminologo può anche venirsi a trovare in una vera e propria condizione di blocco e di apparente impotenza (“impasse”). La cosa migliore da fare allora è quella di invitare il paziente o comunque chi ha portato il caso ad un secondo colloquio, per chiarire ciò che eventualmente potrebbe emergere nel tempo intermedio: ciò può dare sia allo specialista sia al paziente il tempo necessario per riflettere e per chiarirsi meglio le idee. Lo specialista Criminologo, nell'esporre tale invito, dovrebbe però cominciare ad inserire nel rapporto qualche rappresentazione della realtà diversa rispetto a quella portatagli inizialmente, per cercare di toccare tasti emotivamente significativi per i propri interlocutori al fine di cercare di aprir loro la via per un “pensare”.

Occorre anche prestare particolarmente attenzione all'“effetto placebo” che può scaturire da un semplice incontro tra Criminologo o Psicologo clinico e paziente, perché, in quest'ultimo, un apparente miglioramento senza che vi siano cause ragionevolmente credibili potrebbe celare meccanismi difensivi di carattere reattivo.

Per riassumere, nel lavoro clinico il Criminologo, sia esso Medico o Psicologo, deve tenere sempre ben presente che:
Nell'incontro col paziente, egli non deve portare nulla di preconfezionato ed esterno alla realtà del paziente stesso, ma semplicemente accompagnarlo alla ricerca della sua realtà soprattutto “interna”, cercando di scoprire insieme a lui ciò che di sé stesso egli non mai riuscito a vedere.

Occorre sempre essere disposti a “cambiare registro”, nel caso in cui il lavoro impostato in un certo modo non risulti concretamente proficuo.

Non si deve mai prendere nessuna decisione se non si è reciprocamente del tutto convinti della stessa. Per questo non ha senso tirare fuori improvvisamente , ad esempio, un questionario di personalità o addirittura le tavole di un test proiettivo: ha molto più senso per il lavoro dello specialista esprimere, con il paziente, i propri dubbi, le proprie perplessità, le proprie incertezze. Ciò apre per entrambi un nuovo spazio per la mentalizzazione rispetto al materiale che non è ancora stato adeguatamente elaborato, e può consentire di proseguire il lavoro in modo più fecondo.

In caso di “impasse” per il Criminologo clinico, è sempre meglio che egli ”'prenda tempo” per riflettere e pensare sul materiale che il paziente ha portato. Una consultazione terapeutica vera e propria, prolungata nel tempo, va pertanto iniziata soltanto se è sentita come necessaria e desiderata da entrambi.

Non si possono e non si debbono mai dare “ricette generali” a situazioni che sono appunto “cliniche”, cioè vanno comprese e determinate di volta in volta, caso per caso. Nel nostro Paese, ma questa è una considerazione che in realtà si può estendere a pressoché tutte le Società occidentali contemporanee, vi sono infatti sempre più persone che vivono secondo criteri assai diversi da quelli della maggioranza e che non chiedono che di riuscire a vivere secondo tali criteri: non esiste, pertanto, un modello ideale al quale sacrificare lo stato di benessere soggettivo.

In conclusione, quindi, la Criminologia Clinica e la Psicologia Penitenziaria e Criminologica appaiono come due discipline ancora teoricamente distinte ma che in realtà risultano per molti aspetti strettamente intrecciate, e che ben si armonizzano entrambe con un’impostazione generale che proprio nella Psicologia Clinica può evidenziarne gli aspetti reciprocamente comuni.

L’applicazione della Psicologia Penitenziaria e Criminologica al lavoro non con i detenuti, bensì con il personale degli Istituti di pena, è un altro capitolo, ampio e complesso, di ciò che può essere sviluppato dallo Psicologo che opera all’interno del sistema carcerario.

In sintesi, tale applicazione può essere effettuata in particolare attraverso due differenti ambiti di intervento:
Teorico, per l’acquisizione di concetti e teorie utili ad osservare e decodificare comportamenti e dinamiche di una realtà estremamente complessa;

Esperienziale, inteso come strumento per riflettere, confrontarsi, elaborare le esperienze attraverso il lavoro di gruppo e sul gruppo. Il lavoro in carcere, come è noto, rientra infatti tra i lavori psicologicamente più usuranti: è pertanto necessario contenere, attraverso l’applicazione di misure di “formazione continua”, sia i rischi di incidenti critici da stress sia, più in generale, il cosiddetto “burn-out” degli operatori.

I concreti compiti specifici che lo Psicologo penitenziario si trova di fatto più comunemente a svolgere sono attualmente i seguenti:
Prima accoglienza dei detenuti nella fase dell’ingresso in carcere;
Osservazione scientifica della personalità (anche in riferimento al reinserimento attraverso misure alternative);
Trattamento per favorire modificazioni soggettive durante il tempo della detenzione;
Sostegno psicologico;
Sviluppo della “relazione d'aiuto” commista con la funzione di influenza sul meccanismo di espiazione della pena (cioè “relazione d'aiuto-terapeutica”);
Prevenzione dei suicidi e delle condotte aggressive (auto ed eterodirette);
Assistenza a tossicodipendenti e soggetti affetti da HIV+;
Partecipazione al Consiglio di disciplina per l’applicazione della misura dell’art. 14 bis dell’Ordinamento penitenziario (“Regime di sorveglianza particolare”);
Consulenza psicologica su casi e situazioni particolari;
Sviluppo di modelli specifici di intervento su gruppi diversi e specifici di carcerati in funzione dell'attenuazione del disagio connesso alla detenzione e per il recupero degli stessi;
Analisi della struttura e del funzionamento della struttura carceraria;
Progettazione ed attuazione di modelli di intervento psicologico nelle strutture carcerarie;
Formazione e aggiornamento del personale carcerario in funzione del recupero e della reintegrazione dei reclusi.

Per essere in grado di intervenire con un minimo di efficacia in tali complesse situazioni organizzative, quindi, uno Psicologo penitenziario deve essere oggi in grado di conoscere e di saper affrontare adeguatamente almeno le problematiche specifiche elencate, e che sono riportabili sostanzialmente a tre ben definite aree di intervento: la Psicologia della devianza, la Psicologia penitenziaria propriamente detta e le Dinamiche istituzionali e di gruppo.

Al di là, comunque, delle competenze tecniche qui sopra specificate, occorre sottolineare che nel corso della propria formazione lo Psicologo Penitenziario dovrebbe anche aver sufficientemente elaborato al proprio interno le contraddizioni legate ai temi dell'espiazione, della trasgressione, del giudizio assolutorio/di condanna. A ciò vanno aggiunte,le competenze che sono necessarie per lavorare in un ambito che, comunque, è giudiziario, cioè all'interno del Diritto: non che si debba conoscere, in altri termini, tutto il Codice di procedura penale, ma il linguaggio del penale e la "filosofia" del giuridico-giudiziario.

Occorre comunque tenere infine presente, riguardo a questa particolare necessità di “specializzazione”, anche il fatto che in Italia quello dello Psicologo penitenziario è attualmente, oltre alla Psicoterapia e, per alcuni aspetti, la Psicologia giuridica e forense, una delle pochissime attività di Psicologo che in qualche modo è soggetta ad una procedura iniziale di valutazione di ulteriori titoli ed abilità, oltre alla semplice abilitazione all’esercizio della Professione attraverso l’esame di Stato successivo al tirocinio post-lauream che viene invece richiesta a tutti gli Psicologi che intendano esercitare professionalmente.

Tale specifica valutazione per poter operare all’interno del sistema penitenziario viene effettuata attraverso una selezione per titoli ed esami che si tiene periodicamente presso le sedi dei vari Provveditorati Regionali dell’amministrazione penitenziaria: essa, se adeguatamente superata, conferisce appunto il titolo di Esperto ex art. 89 L. 354/75 nella disciplina di Psicologia.

In sintesi, per lo Psicologo che intende lavorare in questo ambito dovrebbe pertanto essere necessario prevedere, nel concreto, la reale possibilità di acquisizione di:
Una specifica competenza dell’intero processo di sviluppo infantile ed adolescenziale sotto gli aspetti affettivi, relazionali, sociali e cognitivi;

Una sufficiente conoscenza delle manifestazioni e delle dinamiche legate ai comportamenti normali e patologici degli individui adulti;

Specifiche competenze tecniche in relazione all’approccio alla devianza ed ai comportamenti penalmente perseguibili;

Una concreta esperienza clinica come diagnosta, della durata di almeno due anni, fondata sull'acquisizione di competenze specifiche nel campo della psicologia della devianza e della crIminalità;

Uno specifico addestramento al lavoro all’interno di un’Èquipe multiprofessionale integrata (non importa se pubblica, privata o “mista”, l’importante è il fatto che sia, appunto, “multidisciplinare” ed “integrata”).

Per saperne di più:

Calvi, E.," Lo Psicologo al lavoro – Contesto professionale, casi e dilemmi, deontologia", Franco Angeli;

Carlo Serra; "Psicologia Penitenziaria. Sviluppo storico e contesti psicologico-sociali e clinici",Giuffrè Editore;

Guglielmo Gulotta e Collaboratori; " Elementi di Psicologia Giuridica e di Diritto Psicologico: civile, penale, minorile", Giuffrè Editore;

A. Forza, P. Michielin e G. Sergio, "Difendere, valutare e giudicare il minore: Il processo penale minorile, Manuale per avvocati, psicologi e magistrati " Giuffrè Editore

Mantovani," Il problema della criminalità", Cedam;

Ponti, G., Merzagora, I.," Psichiatria e giustizia", Raffaello Cortina Editore;

Bonomo M., Di Gennaro G., Breda R., "Ordinamento penitenziario e misure alternative alla detenzione", Giuffré;

De Leo G., P. Patrizi , "La formazione psicologica per gli operatori della giustizia", Giuffrè, Milano 1995;

Mastronardi V., "Manuale per operatori criminologici e psicopatologi forensi", Giuffré, Milano, 1996;

Merzagora I., "Il colloquio criminologico", Unicopli, Milano, 1987.

A cura di Lara D'Orazio


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