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La trappola dell’innamoramento. Dinamiche di dipendenza disfunzionale nella coppia e obiettivi terapeutici.

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on . Postato in Psicopatologia | Letto 1058 volte

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L’innamoramento dovrebbe essere una fase iniziale, in cui si prova una forte attrazione fisica, un forte desiderio di vicinanza con l’altro, sentiti come un bisogno, con emozioni annesse molto forti. Prevalgono la componente della passione e dell’intimità.

 La trappola dellinnamoramento. Dinamiche di dipendenza disfunzionale nella coppia e obiettivi terapeutici

 Sentirsi totalmente governati da sentimenti sovrastanti, ingombranti, potenti e contrastanti: è quello che capita alle persone che hanno relazioni intrappolate nella fase dell’innamoramento.

L’innamoramento dovrebbe essere una fase iniziale, in cui si prova una forte attrazione fisica, un forte desiderio di vicinanza con l’altro, sentiti come un bisogno, con emozioni annesse molto forti. Prevalgono la componente della passione e dell’intimità.

Capita però a volte che questa fase non evolva naturalmente in quella dell’amore stabile, in cui prevale la componente dell’Impegno (secondo la teoria triangolare dell’amore di Sternberg), e come sarebbe auspicabile dopo qualche anno. Ci sono coppie che rimangono attaccate a questa prima fase in modo morboso.

Succede in relazioni altamente disfunzionali: se di base non si possiede una certa stabilità interna, sarà impossibile accedere ad una dimensione di coppia stabile.

Si tratta di persone che possono corrispondere a diversi stili di personalità, ma sicuramente caratterizzate da alti livelli di dipendenza, insicurezza rispetto al legame o disorganizzazione (rispetto alla rappresentazione di sé, degli altri e agli affetti).

Queste persone saranno dipendenti dalla relazione e dall’altro, compatibile e speculare alle loro problematiche. La relazione può dunque avere lo stesso effetto di una "Droga", i circuiti della dipendenza a livello cerebrale vengono infatti attivati allo stesso modo.

Non è difficile che in alcuni casi anche la "droga" stessa sia presente a complicare la questione, costituendo un triangolo velenoso.

In generale è l’altro stesso (o ciò che rappresenta), che diventa una "droga": fa sentire euforici ed eccitati, si raggiungono dei picchi emotivi positivi, per poi sprofondare poco dopo. Quando diventa più evidente la dinamica ed aumentano i picchi negativi, ci si vorrebbe allontanare, ma non ci si riesce; Ci si racconta che è facile, che è tutto sotto controllo, e poi tutto daccapo.

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Proprio quando ci si allontana infatti, e l’oggetto fonte di piacere viene percepito come non disponibile, a livello cerebrale aumenta il desiderio. Aumenta l’emissione di determinati neurotrasmettitori al fine di mettere in atto comportamenti volti al riottenere l’oggetto perduto. Questo ha chiaramente un senso a livello evolutivo, si tratta di meccanismi che sono stati un tempo utili alla sopravvivenza, che in questi casi risultano però disfunzionali.

La ricerca dell’altro diventa quindi compulsiva nel tentativo di riottenere la propria droga: ecco il fenomeno del craving (ricerca compulsiva della sostanza); E se questo non viene ottenuto, le crisi di astinenza.

Si rende dunque necessario fare delle scelte, non basta comprendere che fa male, o sarebbe molto semplice disintossicarsi. La prima regola per disintossicarsi è smettere di assumere la droga. È l’astinenza. L’azione pensata.

Questo può veramente aiutare ad evitare le conseguenze più negative, si pensi ad esempio alle relazioni che espongono a rischi concreti per la propria incolumità fisica o psichica. Purtroppo non sempre è facile rendersi conto della gravità della propria situazione, proprio in quanto si è offuscati da tali meccanismi.

Ci possono essere però diversi segnali a cui appellarsi, ad esempio:

-un malessere psichico e disforia costante, anche se può sembrare sopportabile o venir normalizzato

-segni di aggressività verbale o fisica

-gelosia morbosa

-commenti di persone amiche o parenti che si preoccupano per questa relazione.

Ma può bastare un’astinenza imposta?

Quando la situazione è molto compromessa, è necessario partire dall’astinenza totale, in modo tale da essere poi più lucidi per lavorare su sé stessi, ma poi bisogna lavorare su sé stessi, appunto.

Perché spesso al cuore (e nei nostri termini, all’inconscio), non si comanda. Non è sufficiente imporsi razionalmente un’astinenza o una rottura. Sarebbe troppo facile, non basterebbe a far tacere quel che viene vissuto come un bisogno dirompente. Bisogna invece puntare a un cambiamento interno profondo. Bisogna comprendere cosa ci sia in realtà dietro quel bisogno. Bisogna arrivare a desiderare cose diverse.

La soluzione non è quella di rinunciare a desideri infantili, come sosteneva Freud, quantomeno non nel senso di privarsi di qualcosa: non bisogna privarsi di niente, nelle stanze della nostra mente niente si aggiunge e niente si toglie, solo si mette ordine.

È fondamentale tener sempre viva la dimensione desiderativa, ma il desiderio può essere rivolto a oggetti più sani, non tutto riversato su un unico oggetto che ripropone il trauma. L’obiettivo terapeutico è permettere l’investimento emotivo su diversi affetti e relazioni. Investire soprattutto su sé stessi, entrando in contatto con ciò che siamo e cosa ci fa stare bene.

Questo non significa rinunciare alle sensazioni forti. Significa darsi la possibilità di accedere a emozioni forti più sane che non raggiungono picchi negativi, alla possibilità di raggiungere un proprio equilibrio.

Non è certo qualcosa da poco, si parla di lavori terapeutici a volte anche lunghi, ma necessari, e per perseguire tali obiettivi è dunque importante affidarsi ad uno specialista.

 

 A cura della Dottoressa Margherita Castagna

 

 

 

 

 


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Tags: bisogno innamoramento coppia dipendenza affettiva

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