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Lo psicologo incontra lo sciamano

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on . Postato in Psicopatologia | Letto 1829 volte

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lo psicologo incontra lo sciamanoLo scorso ottobre ho partecipato ad un congresso molto diverso da quelli che solitamente frequento per via della mia professione di psicoterapeuta ad indirizzo analitico.

Il tema era infatti "Sciamanesimo e guarigione" e si è svolto nell'arco di due giorni presso castello Belgioioso in provincia di Pavia. L'evento è stato divulgato da giornali e televisioni a diffusione nazionale, perché riuniva alcuni tra i guaritori più noti provenienti da tutto il mondo e rappresentanti di culture anche assai diverse tra loro. La partecipazione del pubblico è stata consistente.

Le due giornate del congresso si articolavano in modo da alternare conferenze con ricercatori, antropologi, esperti di religioni e di riti che riunivano in sessione plenaria tutti i partecipanti e seminari a porte chiuse presieduti da ogni singolo sciamano/guaritore a cui presenziavano un gruppo più ristretto di persone.

Lo sciamano dei giorni nostri, quello che viene in Occidente per curare e tenere seminari formativi lo si deve intendere come l'"Uomo medicina", definizione degli indiani americani, ovvero il detentore dei segreti relativi alle forze che governano il corpo umano, colui che collegandosi con gli spiriti può intervenire in caso di malattia. In origine lo sciamanismo è un fenomeno religioso siberiano e centro asiatico (con antiche influenze indù), il cui aspetto fondamentale è la capacità dello sciamano di vivere l'esperienza estatica; anzi egli è definibile un esperto di tecnica dell'estasi. "E' lo specialista di una trance durante la quale si ritiene che la sua anima possa lasciare il corpo per intraprendere ascensioni celesti o discese infernali" ; questi viaggi fuori dal corpo gli permetteranno di incontrare spiriti, dominare gli elementi naturali, per intercedere a favore del proprio popolo o del singolo paziente e di accompagnare i defunti nel lungo viaggio che li aspetta dopo la morte. Infatti i maggiori studiosi dello sciamanismo non lo definiscono una religione, quanto più esattamente una forma di misticismo. Lo sciamano è l'esperto dell'anima per cui egli è chiamato ad intervenire in situazioni di malattia da intendersi come "allontanamenti dell'anima" dal suo legittimo proprietario; come se si trattasse di una sorta di "decentramento" tra percorso di vita attuale ed il principio vitale primigenio. Per cui la logica della cura consisterà nel tentativo di "ricentrare" l'anima nel paziente grazie all'intercessione di spiriti favorevoli; il focus dell'intervento quindi non è il corpo-materia.

La specializzazione "occidentale" per cui esistono dottori per il corpo ed altri per la psiche non avviene invece per gli sciamani, che considerano i due aspetti indissolubilmente legati; è il sintomo che può avere diversi livelli di manifestazione. Può invece cambiare l'approccio metodologico al malato, ad esempio impiegando di più erbe medicinali o l'imposizione delle mani piuttosto che canti e danze o ancora sviluppare di più la relazione tra curante e curato.

La mia esperienza transculturale con gli sciamani è di fatto limitata poiché si riferisce all'incontro avuto con loro nel corso dei seminari del congresso ed integrata da alcune letture in merito, per cui sono consapevole della parzialità del mio scritto.

L'interesse per questi fenomeni culturali, apparentemente così lontani dai nostri approcci scientisti e razionalisti, nasce da due ordini di motivi:

1) la segnalazione da parte di persone conosciute, affidabili, che mi descrivevano gli eventi straordinari di guarigione cui avevano assistito o addirittura di cui erano stati beneficiari;

2) una progressiva flessione del monte ore di psicoterapia erogato a fronte di una forte crescita - sia in termini di varietà dell'offerta che di incremento del fatturato - di quello che potrei definire in senso ampio l'offerta New Age. Non ho dati certi che mi permettano di stabilire una correlazione lineare tra calo delle prestazioni psicoterapeutiche e il proliferare di offerte di "terapie non convenzionali", nel senso di uno spostamento dei pazienti (reali o potenziali) verso cure "'alternative" e credo che sia difficile ottenerne vista la natura "di nicchia" e recente del fenomeno.

Certo è che possono emergere considerazioni originali cercando di comprendere i motivi sottostanti.

Ad esempio come psicoterapeuta mi chiedo quali motivazioni accompagnate da quali dinamiche mentali spingono una persona che sta male (sia che si tratti di un malessere psichico che somatico) a rivolgersi ad uno sciamano, afffidandosi senza esitazione ad approcci di cura così diversi dai nostri e perlopiù sconosciuti? Può essere corretto interpretare il fenomeno alla luce di una proiezione inconscia degli aspetti grandiosi idealizzati del Genitore Onnipotente, (introietto risalente all'infanzia), a fronte dell'inconsapevole ma fermo rifiuto di occuparsi di parti di sé ferite, mancanti, impotenti, incapaci di evolvere secondo le richieste della realtà attuale? E se effettivamente siamo di fronte a rimozioni massicce con relativo dispiego di difese, (proiezione, idealizzazione) che tipo di elaborazione, di "attribuzione di senso" sarà in grado di produrre un ipotetico paziente? E soprattutto in che misura sarà funzionale al suo miglioramento e quanto potrà invece provocare il dilagare di contenuti inconsci non arginabili da una struttura psichica sufficientemente "solida", di cui gli psichiatri parlano come di "accesso psicotico"? A chi spetta il compito di "leggere" questi fenomeni se non allo psicologo ricercatore o allo psicoterapeuta?

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Oppure si può dire che il senso di sfiducia rispetto al curante più tradizionale, sia da attribuire alla convinzione di non trovare nell'ambito ufficiale della cura un interlocutore in grado di comprendere in profondità le esigenze più intime e autentiche di ricerca spirituale, relegandole al ruolo di "sintomo" o di "difesa"?

Nel tentativo di dare una risposta a questi interrogativi, il primo passo è stato quello consueto nel nostro approccio culturale ovvero di leggere : quando non sappiamo qualcosa acquisiamo nozioni, informazioni attraverso un processo accumulativo, ma questo certo non basta. Il passo successivo è stata la partecipazione ad un rito sciamanico, occasione offerta appunto dal Congresso; l'osservatore /ricercatore non è più "neutro " (non pone una distanza spaziale ed emotiva rispetto al fenomeno di interesse) ma prende parte all'evento, utilizzando come strumento di ricerca la capacità auto-osservante, cioè una facoltà che consente di osservare sia i propri movimenti mentali ed emotivi che la loro relazione con gli eventi esterni; si tratta di una facoltà peculiare degli esseri umani e particolarmente sviluppata in persone che si sono sottoposte ad analisi.

L'incontro con la sciamana.

Il seminario ( il termine suona improprio) di cui racconterò è tenuto da Hi-Ha- Pak che è una guaritrice coreana; rispetto ad altri riti celebrati da suoi "colleghi" presenti in quello che mi appresto a descrivere ci sono molti aspetti in comune con una psicoterapia di gruppo. Contemporaneamente nelle stanze attingue sono al lavoro un "uomo medicina" Navajo cioè nativo americano, un'anziana guaritrice indiana (dell'India) Sri Chakravati, autrice di diverse pubblicazioni e un "curandero" messicano che si rifà alla tradizione azteca. La stanza è molto grande, c'è un tappeto enorme al centro ; gli avventori, circa una trentina, sono invitati a sedersi ai margini del tappeto, in circolo e senza scarpe, borse ed oggetti personali. La sciamana è una donna piccola, minuta, con lunghi capelli neri vestita di bianco, in maniera molto semplice. I lineamenti sono tipicamente orientali, l'età è difficile da valutare, forse intorno ai 45 anni. Si esprime in inglese aiutata da un traduttore/assistente che siede al suo fianco. Quest'ultimo avrà a più riprese difficoltà a tradurre nonostante il fatto che il modo di parlare di Hi-Ha-Pak è semplice e lineare; questo strano fenomeno verrà da lei interpretato non come inadeguatezza del professionista ma come sintomo a tratti di mancanza di sintonia emotiva nel gruppo, causa di dispersione ed incomprensione.

Nell'angolo c'è una telecamera che riprende; fuori dal tappeto (perciò fuori dal "setting") c'è l'antropologa del convegno precedente che osserva ciò che accade .

Il primo passo è quello di fare un rapido "giro di tavolo" (o meglio di tappeto) dove ognuno è chiamato ad esprimere i motivi che l'hanno condotto qui, le proprie aspettative e desideri; cito le motivazioni emerse con maggior frequenza: insicurezza di sé nel rapporto con il mondo, depressione, ricerca di un senso del vivere sentito più autentico, attachi di panico, rapporti di coppia in crisi, stati d'ansia generalizzata. Alle affermazioni delle persone la sciamana risponde in maniera diversa: o si limita ad un cenno di assenso del capo o interviene con decisione con commenti ed interpretazioni; ad esempio quando è il turno di un ragazzo che parla dell'insicurezza di sé nel rapporto con gli altri e si addentra in una descrizione contorta di cosa prova e di come vorrebbe essere, viene prontamente bloccato "ti stai allontanando da quello che senti adesso e stai facendo un bla bla inutile..." suona il suo commento. Oppure quando è il turno di un medico che afferma di trovarsi lì perché "riesco a curare con successo i miei pazienti all'incirca all'80% ... sono qui perché vorrei essere più efficace per l'altro 20%" si sente rispondere con grande enfasi "se prima non sei andato a fondo dei tuoi problemi non puoi aiutare gli altri". La sua reazione è di sconcerto. Ho la sensazione è che il commento abbia colpito nel segno anche se il medico in oggetto smentisce confuso; probabilmente se effettivamente ha dei problemi ne è poco consapevole; forse c'è un gap troppo ampio tra interpretazione e stato di conoscenza di sé. O ancora parla una persona anziana che si lamenta perché gli altri non capiscono lo sue manifestazioni emotive: narra di essersi trovata a piangere per la strada perché aveva ricevuto una notizia particolarmente felice, e di alcuni passanti che si sono offerti di portarla all'ospedale perché convinti che stesse male. Il suo commento: "Meglio esprimere quello che si sente piuttosto che essere 'zombie!'".

Ma il tempo stringe (l'incontro durerà in tutto circa tre ore) e i tempi richiesti da un "ampliamento della consapevolezza" sono lunghi. Il livello generale d'attenzione è molto alto; c'è una tensione tangibile per le alte aspettative ingenerate. A questo punto il pallino torna alla conduttrice che riallacciandosi a quanto emerso, parla della sua esperienza di vita, di ciò che la ha portata a diventare una sciamana. E' il ritratto di una vita segnata da un grosso trauma: era di professione una danzatrice alla corte reale coreana, per cui occupava un posto di prestigio; un incidente stradale la costringe su una sedia a rotelle obbligandola a rinunciare a ciò che di fatto era la sua vita: la danza. I medici diagnosticano una lesione al midollo definitiva; come lei stessa specifica "nessun medico né orientale né occidentale" le dà speranza di riacquistare l'uso delle gambe. Sarà l'incontro con la sua Maestra che segnerà l'inizio di un lungo e doloroso cammino di conoscenza di sé che la porterà come da sue parole "ad andare a fondo della sua più cupa disperazione" . Questo è stato per lei il percorso di guarigione , che secondo il suo racconto è stato incentrato soprattutto sullo sviscerare blocchi affettivi profondi, stratificati e 'pietrificati': parla della lotta tra il dover essere, frutto di anni di rigida educazione secondo i dettami di una tradizione secolare e l'essere ovvero la ricerca di una personalità sentita come più autentica, svincolata da ruoli e regole. Qui l'assunto è che ognuno è dotato di un Sé autentico (con cui si nasce) ma viene educato affinché acquisisca un Sé 'convenzionale' che risponda alle aspettative dei genitori e dell'ambiente. Per cui il cammino sulla via della Conoscenza sarà inverso: ovvero smantellare il guscio che nasconde il vero Sè, lasciarlo crescere , esprimersi. L'esito di questo lavoro per Hi-ha-Pak è stato il recupero della motilità e l'aver compreso che la sua vera vocazione non era danzare ma aiutare lei stessa gli altri, come curante, facendo tesoro di quanto imparato. E' implicita una legge esoterica, che è ricorrente nei testi New Age : si presuppone che nella vita nessun accadimento sia casuale ma funzionale al nostro percorso interiore: diviene fondamentale la nostra capacità di cogliere queste opportunità allenando la sensibilità personale. Per uno psicologo non è un discorso nuovo giacché Jung quando parlava di sincronicità intendeva esattamente la correlazione tra eventi esterni ed interni, non sulla base di una legge causa-effetto ma su una matrice archetipica comune all'intera umanità.

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L'obiettivo centrale della terapia, come lei stessa ribadisce, sarà quindi rimuovere la "maschera d'acciaio" che imprigiona, 'irregimenta', bloccando il fluire armonico e costante delle energie vera fonte della creatività; come direbbe uno psicoanalista tali energie risultano depauperate perché al servizio della rimozione.. Sono le donne, secondo la sciamana, ad essere state più vittime di regole e ruoli. Porta sé stessa come esempio; la comunicazione si fa vivace quando mima i gesti ed i sorrisi aggraziati (che ricordano quelli delle geishe giapponesi) che aveva appreso e che era inscenare nel rapporto con gli altri. Lo stile narrativo è semplice, immediato, comprensibile da tutti, rimanda a situazioni di vita vissuta che a mio avviso facilitano l'identificazione. A questo punto si può dire che la 'terapeuta' ha gli elementi che le consentono di porre una 'diagnosi' e di prescrivere una cura: se il cuore del problema, proprio sulla base delle testimonianze comuni sono i blocchi emotivi (rabbia a cui non si lascia sfogo, paura della paura, incapacità di amare ecc.), la "cura" consisterà nel tentativo di forzare la corazza che imprigiona e che inconsapevolmente contribuiamo ad alimentare. Per questo ambizioso obiettivo ci resta ancora un'ora a disposizione. La stanza viene oscurata e gli osservatori esterni vengono cortesemente allontanati. Si crea un certo 'pathos'. La prima indicazione consiste nel rappresentare con il sottofondo di suoni assordanti che ricordano i tuoni o comunque fragorosi eventi naturali, emozioni come la rabbia (verso l'Aggressore: "... immaginate di poter reagire finalmente manifestando tutta la vostra rabbia nei confronti delle persone che nel corso della vita vi hanno imposto regole rigide, tabù, facendovi sentire profondamente inadeguati ...") poi la paura ("come se foste degli animali braccati") e infine il risveglio (quando tace il tumulto e lentamente si torna sé stessi ma ci si riscopre diversi ora i suoni che fanno da sfondo; sono suoni bitonali, vagamente metallici, che ricordano il rumore di un fischio nelle orecchie o di quando in pieno rilassamento si produce un vuoto mentale). Per realizzare tutto ciò si deve correre, mimare vere e proprie aggressioni, gridare e soprattutto si deve essere spontanei (torna il famoso paradosso del doppio legame: come coniugare il 'devo' con la 'sponteneità'?). I partecipanti mostrano grande spirito di adattamento e rispondono per lo più diligentemente alla richiesta. Lo spettacolo è quello di un gruppo di persone che corrono in tondo, saltano, gridano, afferano i compagni e li spintonano a volte con delicatezza a volte un po' meno. Anche la mimica del volto assume espressioni forti

Ci sono alcune signore che si tengono ai margini, visibilmente preoccupate, si muovono appena e osservano guardinghe i propri compagni, spaventate da ciò che gli si muove intorno. Personalmente ho scelto di stare al gioco per capire sulla base dell'esperienza cosa avviene; perciò corro con il branco, mi sento come una bambina che fa un gioco di ruolo, vivo l'aspetto giocoso. La sciamana dal canto suo interviene spintonando gli uni addosso agli altri, come il gioco dell'autoscontro. Probabilmente ciò serve ad accentuare l'azione immediata ed a fiaccare le difese razionalizzanti. Dopo tre interminabili minuti il gruppo appare esausto nonostante il tempo a disposizione non sia ancora terminato. La consegna successiva è di giacere al suolo come morti, lasciarsi andare completamente. I suoni dal registratore si fanno cupi e gravi. Il volume è sempre elevatissimo, ho come la sensazione di essere attraversata da questi suoni. Per associazione visiva immagino un paesaggio grigio, nebbioso, disabitato, primordiale. Alcune tecniche di rilassamento precedentemente apprese mi vengono in aiuto. Ci sono in me una serie di pensieri diversi:vorrei effettivamente rilassarmi, lasciarmi trasportare dal suono, ma non desidero perdere d'occhio ciò che mi accade intorno e temo che il persistere di un atteggiamento razionale, osservativo non risponda alle aspettative della sciamana.

Lei gira tra le persone stese a terra con il suo assistente/traduttore poi si ferma e sale in piedi sul corpo di un prescelto; la vedo esercitare pressioni in alcuni punti particolari, sostenuta dall'assistente.L'impiego di una considerevole porzione di forza è evidente. Poi pone la mano in corrispondenza di un punto (sopra lo sterno) e vedo la mano vibrare in senso rotatorio; contemporaneamente chiede alla persona oggetto delle sue cure di gridare, e di persistere nel tentativo. Il risultato sono delle grida agghiaccianti, sembrano più animali che umane; ne ho sentite di simili solo nel reparto psichiatico dell'ospedale. E' qualcosa di decisamente fuori dall'esperienza ordinaria a cui non so dare una spiegazione. Questa "applicazione" mi sembra durare moltissimo (anche se non si sarà trattato di più di venti minuti) ma non tutti i presenti ne "beneficeranno"; per quanto mi riguarda, ad esempio, mi passa vicina diverse volte ma va oltre. Anche qui sono presa da due diverse emozioni: la curiosità di "subire" un tale trattamento per comprendere fino in fondo di cosa si tratta e la paura delle conseguenze.. Si affaccia anche un nuovo interrogativo: in base a quali elementi decide chi "curare" e chi no? Poi il rito si conclude, le persone si alzano lentamente come un po'rintronate. Nell'intervallo successivo cerco di parlare con i "prescelti", identificando coloro da cui provenivano quelle grida terribili ma quando chiedo loro cosa hanno provato e cosa è cambiato non trovo nessuno che riesce a darmi una risposta, ad abbozzare un racconto. Appaiono piuttosto scossi, confusi; probabilmente ci vorrà del tempo per riuscire a dare un senso all'accaduto.

A questo punto vorrei saperne di più: sarebbe facile liquidare l'accaduto come una manifestazione psicopatologica, legata alla dinamica del gruppo, ma la mia sensazione è che qualcosa mi sfugga sia dell'approccio "terapeutico" sciamanico che dell'effetto ottenuto sulla persona.

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Decido quindi di metteremi in contatto con persone che percorrono questa via di ricerca già da tempo e che hanno seguito seminari di approfondimento della conoscenza, non solo finalizzati alla cura. E la spiegazione non tarda ad arrivare: in corrispondenza dello sterno, si trova il plesso solare (un punto energetico considerato molto importante anche nelle religioni indù); tra le vari funzioni energetiche, questa è ritenuta l'area in cui tutti i traumi vengono registrati, i blocchi emotivi risalenti anche a periodi molto precoci dell'infanzia. La sciamana attuando delle pressioni e proiettando energia attraverso la mano in quel punto produce uno sblocco. Le grida devono essere considerate come liberatorie. Lo stesso significato è da attribuire a pianti dirotti o a risa fragorose, che si possono produrre in occasioni simili. Per quanto riguarda l'eleaborazione più consapevole e razionale, essa richiede qualche giorno. Prima i ricordi (di eventi del passato) compaiono come flash frammentati e poi gradualmente divengono più chiari, come evidente diviene il loro collegamento con la sofferenza attuale, che così perde di consistenza. L'energia trasmessa con la mano non è visibile se non da coloro che hanno raggiunto un certo grado evolutivo e la relativa sensibilità che consente di "vedere l'energia" come flusso di particelle, oppure comunicare con gli alberi, gli animali, o i bambini molto piccoli. Ciò detto in altri termini equivale all'aver realizzato nel vissuto la consapevolezza dell'inscindibile unione del tutto (di cui narrano le religioni; basti pensare al concetto di "illuminazione" nel buddismo) che permette di conoscere tutto ciò che riguarda il vivente, con l'immediatezza dell'intuizione.

Il mio racconto si conclude qui; ritengo di tener fede al mio proposito descrittivo avendo riportato i fatti il più possibile scevri da giudizi e valutazioni personali, giudizi che comunque non sarei in grado di formulare.

Desidero condividere con altri questa esperienza e promuovere il dibattito e la ricerca anche se il terreno su cui ci si muove non è proprio quello "ortodosso" definito dalle istituzioni scientifiche.

Quanto detto e vissuto mi porta a fare una considerazione in generale sulla nostra professione: ho l'impressione che lo psicologo e lo psicoterapeuta rischiano oggi di essere considerati come gli intellettuali, i razionali, i sapienti ma anche coloro che restano freddi e distaccati dal "sentire" autentico e profondo delle persone. Forse questo è uno dei motivi da cui dipende l'allontanamento e la disaffezione dei pazienti che cercano altrove chi li sappia comprendere e "condurre". E' come se libri, scuole di formazione, seminari ecc. di fatto seppellissero la peculiarità del proprio Essere (con tutte quelle doti così importanti relative all'intuizione e al sentire empatico) nel nome di un Dover Essere che diviene un ostacolo nell'incontro con il paziente. Per dirla con la sciamana, se ci allontaniamo dalla nostra anima (psyche) non saremo in grado di aiutare l'altro a ritrovare la propria, perciò egli cercherà altrove per rispondere a questo bisogno.

 

Questo articolo ha partecipato al 1° Premio di divulgazione Scientifica "PSICONLINE.IT"

 

Dott.ssa Marcella Dittrich, Psicologa, psicoterapeuta ad indirizzo analitico, Milano

 

 

 

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