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Modalità di gestione della dipendenza

on . Postato in Psicopatologia

Ciò che molto spesso rende difficile capire come aiutare individui dipendenti è legato ad una mancanza di conoscenze rispetto alle dinamiche insite nella realtà della dipendenza.

gestione dipendenzaSecondo dei recenti studi, la dipendenza coinvolge ed altera i circuiti di ricompensa del cervello, erodendo le capacità di autocontrollo della persona, nonché quella di prendere decisioni atte a migliorare la propria condizione e il proprio benessere.

Molto spesso può capitare di notare che qualcuno sta facendo uso di droghe o alcol attraverso modalità che minacciano la loro salute, le loro relazioni, le finanze, la carriera, e forse anche la loro vita, e ci si sente senza dubbio sopraffatti e disperati nel non sapere come poterli aiutare veramente.

Innanzitutto è importante scrollarsi di dosso il senso di colpa che può attanagliarvi; spesso uscire da questo meccanismo è difficile, perché vedere i propri cari, o magari i propri figli rovinarsi con le proprie mani, rende difficile allontanare il senso di colpa da sé stessi.

Non è insolito pensare che qualcosa che si è fatto, magari di sbagliato, ha potuto causare un avvicinamento alle droghe, e che probabilmente, con un atteggiamento diverso, le cose non sarebbero andate così. È importante capire che la dipendenza non “dipende” da te.

La colpa non è produttiva per la guarigione di nessuno; è invece preferibile un coinvolgimento nel processo di recupero e nel trattamento per dar loro la forza e il sostegno necessario.

Come secondo elemento da tenere in considerazione è che la disintossicazione non equivale al trattamento.

Si tratta di un “malinteso” comune quello di pensare che il tossicodipendente ha bisogno soltanto di disintossicarsi e di ricorrere ad una sostanza alternativa per raggiungere il massimo risultato.

Questo non è un cambiamento che può essere invertito durante la notte; ci vuole tempo e fatica per stabilire modelli di comportamento e di pensiero che possano sostituire quelli disfunzionali.

Essere consapevoli di tale aspetto è utile non solo alla comprensione, ma anche al sostegno eventuale che si potrebbe offrire, essendo, appunto, un viaggio lungo e tortuoso verso la guarigione.

Nessuno inoltre si aspetta di diventare dipendente; la dipendenza inizia con una scelta che può riguardare l’utilizzo di una sostanza o il prendere un drink. Questa affermazione potrebbe suonare strana, perché tutti noi possiamo aver compiuto una di queste scelte, ma senza diventare dipendenti.

Infatti, circa cinque persone su sei che cercano un drink o una sostanza non diventeranno dipendenti da essi. Ci si chiede quindi, come mai questo uso o comportamento diventa un problema per alcune persone e per altre no?

Non è facile trovare una risposta singola, ma i ricercatori credono che questo sia dovuto ad una combinazione tra diversi fattori, come quelli genetici, la presenza di traumi nell’infanzia, e altri problemi psichiatrici come ansia, depressione e disturbo bipolare.

Nel momento in cui una persona è dipendente, il suo comportamento è condizionato, e questo, rinforzato dai cambiamenti che avvengono nel cervello, rende difficile uscire da questo circolo vizioso.

Un altro aspetto che spesso viene sottovalutato, è che si crede che chi intraprenda un trattamento abbia deciso di smettere.

Rispetto a quanto esposto sino ad ora, sembra chiaro che è molto difficile che una persona si svegli al mattino pensando che oggi sarebbe la giornata della “guarigione”; di solito, infatti, i soggetti ricorrono al trattamento per via delle conseguenze prodotte dalla loro dipendenza.

Potrebbero aver perso il lavoro, avere un coniuge che minaccia il divorzio, o magari sono finiti in ospedale per un overdose e via dicendo.

Ciò che quindi è importante capire è che le persone che vivono una condizione di dipendenza devono essere supportate nel credere che la propria vita sarà migliore del semplice drink o sostanza, perché solo così si può iniziare un lungo percorso di recupero.

A sostegno di ciò, infatti, il primo obiettivo del trattamento è quello di aiutare la persona a trovare la propria motivazione per fare i cambiamenti necessari.

L’impegno per il cambiamento non è un processo tutto o niente, in quanto la persona tende spesso a contrattare sia con sé stessa che con gli altri, trovando una giustificazione e negando la propria condizione di dipendenza: “io in realtà non ho una dipendenza”, oppure “ho perso il mio lavoro perché il capo era ingiusto”, “non devo smettere, posso prenderne di meno”.

Rispetto a tali asserzioni, molto spesso non ci si rende conto che l’altro sta solo mentendo, e quindi si tende a dar lui fiducia, credendo a quanto si sta sentendo.

In realtà, questo comportamento serve a proteggere la propria dipendenza, perché la sostanza è divenuta vitale.

Se ci si rende conto di ciò è inutile lasciarsi sopraffare dal dolore o dal risentimento ma, al contrario, mantenere le linee di comunicazione aperte, impostando dei confini chiari che possano sia farli sentire protetti che incoraggiarli verso il trattamento.

Ciò che è bene precisare è che molto spesso, anche se si intraprende un percorso di recupero, vi è un elevato rischio di recidiva.

In molti casi, il ricorso ad una sostanza inizia come modalità di auto-curante per allontanare le sensazioni mentali dolorose causate da condizioni come la depressione, l’ansia e i traumi.

Questi disturbi concomitanti sono infatti molto comuni, e quando qualcuno con la dipendenza soffre di depressione, ansia o insonnia, le ricadute sono molto più probabili.

Come sottolineato anche dalla recente letteratura, circa un terzo delle persone che presentano una condizione di salute mentale grave diagnosticabile, presenta anche una qualche forma di disturbo da uso di sostanze.

Tale informazione è indispensabile per comprendere quanto sia importante prendere in carico tutta la persona.

La buona notizia è che esistono una varietà di tecniche e terapie che possono essere utilizzate, come la terapia cognitivo comportamentale, l’EMDR, che utilizza il movimento degli occhi per stimolare il cervello nel processare le emozioni negative, così come terapie farmacologiche spesso imprescindibili.

Non c’è niente di più doloroso che vedere qualcuno che sta distruggendo se stesso e la propria vita; la prima reazione naturale dinnanzi a questo potrebbe essere quella di cercare di proteggerli dalle conseguenze negative delle proprie azioni, ma spesso raccogliere i pezzi può ritardare la guarigione e amplificare la sofferenza di tutti voi.

Bisogna invece aiutarli ad aiutare sé stessi; ad esempio, si potrebbe mettere in chiaro che non li si sosterrà più finanziariamente, ma che sarete pronti a farlo nel momento in cui decideranno di iniziare un percorso di recupero.

Tra le altre cose, si potrebbe anche parlare con uno psicologo specializzato nelle dipendenze, il quale potrebbe sostenervi nel ridurre il dolore e rafforzare la vostra determinazione.

Prendersi cura di sé stessi, rivolgendosi anche a dei gruppi di sostegno i quali offrono un luogo e uno spazio dove poter imparare da coloro che hanno già indossato quelle stesse scarpe.

E infine, non perdere mai la speranza, perché per quanto il circuito della dipendenza può apparire terrificante, in realtà può anche essere superata.

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

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Tags: dipendenza cervello psicopatologia circuiti di ricompensa

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