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Psicoterapia e autocoscienza

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on . Postato in Psicopatologia | Letto 1083 volte

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Chi di noi non è cosciente di se stesso? Esiste forse un essere umano che non sa di essere? No, certamente non esiste, fatte salve le gravi patologie psichiche, e i bambini nella primissima fase della vita.

psicoterapia e autocoscienzaGià nel corso del secondo anno di vita compare questa facoltà tipicamente umana, che consente all'individuo di riferirsi a se stesso dicendo "io", e che chiamiamo autocoscienza...

Si tratta di qualcosa di più della coscienza: all'inizio il bambino parla di sé in terza persona, sa già della pappa, dei genitori, della stanza, della propria presenza, ma non è ancora in grado di stabilire l'identificazione del soggetto pensante con quell'oggetto particolare che gli appare, non proprio dinanzi ma molto più vicino delle altre cose, e che gli dà sensazioni a getto continuo: il proprio corpo.

Da questa identificazione nasce la coscienza di sé, o autocoscienza, che è coscienza complessa, di livello superiore rispetto a quella dell'esistenza del mondo. Se l'autocoscienza è già in possesso di ogni essere umano, fin dall'infanzia, perché parlarne ancora e interrogarci su di essa e sul suo rapporto con la psicoterapia? In questa ottica, anche l'antico comandamento rivolto all'uomo dal dio Apollo: "Conosci te stesso", sembrerebbe un prurito di antichi filosofi con molto tempo da perdere. Affermava Goethe, in un suo scritto di metodologia della scienza: "Il grande e altisonante comandamento conosci te stesso mi è sempre parso come un astuzia di sacerdoti, segretamente in combutta per confondere l'uomo con pretese irrealizzabili e deviarlo dall'attività nel mondo esterno verso una falsa contemplazione interna" (1). Sembrerebbe proprio, da queste autorevoli parole, che l'autocoscienza non vada coltivata, perché il farlo risulta inutile o dannoso!

Questo problema si risolve facilmente. L'autocoscienza non è una qualità "tutto o niente": o conosco tutto di me e dei miei rapporti col mondo, o non so neppure di esistere. La prima forma di autocoscienza, che lampeggia già nel bambino, ci fa confusamente comprendere che noi siamo, ma non ci consente ancora di capire chi siamo, come siamo e come saremo, se siamo immutabili o in evoluzione, se la nostra anima è immortale o è destinata a perire con il corpo, quali forze si affollano nel nostro animo, che cosa in noi è generalmente umano, qual è il nostro vero io. Se la lista delle domande possibili è lunga, ancora più lungo è il cammino che un uomo deve fare, per poter dire di conoscere se stesso.

Filosofie, religioni, mistiche di tutte le epoche hanno cercato di rispondere in modo soddisfacente proprio a queste domande. Oggi è arrivato il momento della ricerca personale, perché l'uomo moderno rifiuta di affidarsi alla rivelazione altrui. Possiamo forse fare a meno delle risposte, ma non possiamo rinunciare a porci quelle domande, e a cercare di rispondervi.

Non sarà superfluo leggere come prosegue Goethe: "L'uomo conosce se stesso nella sola misura in cui conosce il mondo, del quale ha coscienza soltanto in sé, come ha coscienza di sé soltanto in esso. Ogni nuovo oggetto, osservato bene, dischiude in noi un nuovo organo"(1).

Dunque, l'autocoscienza, per Goethe, passa per la scienza e ne è un effetto collaterale. L'attività di ricerca oggettiva accresce l'interiorità umana, fino a "dischiudere nuovi organi" dell'anima. Mentre l'auto-contemplazione produce una falsa immagine di sé. Difficilmente si può contestare questo assunto goethiano. Ma questo ci porta al problema della oggettività nell'auto-osservazione.

Ancora Goethe ci può aiutare ad andare avanti: "Ma l'impulso maggiore ci viene dal prossimo, che ha il vantaggio di poterci comparare col mondo dal suo punto di vista e perciò raggiungere di noi una conoscenza più vicina di quanto non sia possibile a noi stessi. Perciò, negli anni maturi, ho sempre attentamente osservato fino a che punto gli altri potessero conoscermi, per venire più in chiaro su me stesso e sulla mia natura, in loro e su di loro, come in altrettanti specchi. (1)"

Il ruolo dello psicoterapeuta nel processo di autoconoscenza è proprio questo: di fare da specchio al paziente, fornendogli osservazioni oggettive, che altrimenti sarebbero, inevitabilmente, distorte dalla mancanza di punti di riferimento, fenomeno a cui ciascuno di noi va soggetto quando osserva se stesso.

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Quando la psicoanalisi nacque e si sviluppo nelle sue varie forme, con Freud prima, e Jung, Adler, Reich e tutti gli altri poi, non le erano certo estranei questi obiettivi: la presa di coscienza è il cardine attorno a cui ruota l'intero processo terapeutico psicoanalitico, con il conseguente processo di trasformazione del rapporto tra l'Io e le altre istanze psichiche. La presa di coscienza è il presupposto per la risoluzione dei conflitti inconsci che, in quanto inconsci, hanno il potere di provocare scompensi emotivi e disturbi di vario genere. "Dove è l'Es, lì sarà l'Io", recita una massima freudiana che ben sintetizza questo concetto.

In questo senso, l'intero movimento psicoanalitico si pone come strumento al servizio dell'emancipazione dell'uomo dalla necessità (interna, ma non per questo meno vincolante) e per il raggiungimento della libertà, in linea con il più profondo dei suoi bisogni evolutivi.

Fin qui, gli aspetti che accomunano le psicoterapie di tipo analitico. Tuttavia, le differenze tra le varie scuole non sono piccole. L'accento, in un percorso psicoanalitico, può essere messo su questo, ma anche su altri aspetti. Ad esempio, un eccessiva concentrazione sui rapporti infantili del paziente con i propri genitori, come avviene talvolta seguendo l'insegnamento freudiano originario, apporta alla crescita dell'autocoscienza un contributo inferiore che non un esame più vasto che includa anche atteggiamenti presenti e prospettive future.

Dunque, una psicoterapia orientata in modo più ampio e attenta ai vari aspetti della vita interiore sarà senz'altro più consona allo scopo dell'approfondimento dell'autocoscienza che non un percorso riduzionisticamente centrato solo su alcuni aspetti della vita emotiva. Una psicoterapia, cioè, che, accanto alla vita delle pulsioni, dei desideri, dei bisogni, sappia comprendere la vasta gamma di inclinazioni, aspirazioni, ambizioni, aneliti, intenzioni, nonché i sogni, le illusioni, le speranze, le delusioni e ogni altro sentimento che alberga nell'animo umano: in altri termini, che sappia compendiare e portare a maturazione tutti i diversi aspetti emotivi, sentimentali, cognitivi, volitivi della vita interiore nei suoi risvolti psichici, corporei e spirituali.

 

(1) Citazione tratta da: J. W. Goethe, Opere, VolumeV, Sansoni - Firenze, 1962

 

Dott. Massimo Rinaldi, Psicologo, Psicoterapeuta - Roma

 

 


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