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Corpo vissuto e corpo immaginato

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on . Postato in Sessuologia | Letto 618 volte

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Essere individuo significa avere una vita, ma anche al tempo stesso essere in vita.

corpo vissuto corpo immaginatoL'esistenza, infatti, dura fino all'ultimo respiro e fino all'ultimo pensiero impresso in memoria.

Si dipana in una temporalità, che è la temporalità stessa del corso biologico, che ne delinea il limite, e non può essere comprensibile, nella sua globalità, durante il proprio scorrere (dalla nascita sino alla morte).

Essa viene riconosciuta mediante la storia interiore, nelle prestazioni e nell'opera dell'individuo, ma soprattutto attraverso il suo corpo. La sua forma temporale ed il suo trasformarsi si realizzano, cioè, come un processo di evoluzione interna e relazionale al tempo stesso, in un'esperienza dello spazio - corpo, vissuto in qualità di veicolo e di nozione sincronicamente, quale sede simultanea dell'evento e del suo ricordo, incamerato come traccia conservativa e come lievitazione emotiva e permanente, promotrice di nuove esperienze (noi abbiamo un corpo e siamo il corpo che abbiamo).

La vita ci pulsa in continuo movimento, in un incrocio perfetto d'armonica sincronia tra il nostro corpo e la nostra psiche; e, in un momento che sfugge a simultanea spiegazione, si fondono insieme le esigenze corporee e la capacità di elaborarle in un crogiolo di emozioni, che partono da un momento reale, ma da esso a volte si distaccano in uno scontro dialettico con il nostro immaginario.

Il corpo è, così, l'unica porzione della terra, che possa essere percepita in contemporanea dall'interno e dalla sua superficie ed è, comunque, contemporaneamente l'unico "mezzo" che sia dato per vivere. E' il nostro veicolo ed il nostro vincolo; pur essendo per ciascuno un oggetto, ciascuno in quell'oggetto si identifica: io ho delle mani, degli occhi, due gambe, un cuore, o sono quelle mani, quegli occhi, quelle gambe o quel cuore?

Le sensazioni si fondono ai sentimenti e la coscienza e il discernimento del corpo in vita possono soggiacere, nella loro elaborazione, a grandi deformazioni, scuotendolo ed indirizzando tutte le sue cellule secondo la parabola dell'esaltazione e del degrado: nello status di libido, dell'angoscia, della perdita, ecc.

Ciò è evidenziabile con semplicità attraverso il comune codice della mimica e della fisiognomica del corporeo, nelle relazioni causali tra reazioni somatiche e vessazioni psichiche, nella struttura del corpo e la sua "costituzione", intendendo per costituzione l'insieme permanente di cognizioni proiettabile.

Tutte le funzioni dell'individuo, in effetti, hanno rapporti di reciprocità; l'insieme infinito di questi rapporti, dal quale ogni singola funzione dipende, mentre contribuisce da una parte a determinarla, dall'altra crea l'idea stessa della continuità e della permanenza: è il "tutto" sperimentato concretamente come possibile, e quindi successivamente fruibile.

Quando si parla di corpo e psiche, l'uno non deve essere considerato parte o porzione di influenza territoriale dell'altro, ma ciò che da entrambi si manifesta, che non è né somatico né fisico, ma è la vita.

La differenziazione, quando c'è, invece, è vissuta come segmentata e permane nell'elaborazione del dato, settorializzando l'interesse, non essendoci intrinseca la capacità di accettazione del senso dell'unità, mancando l'abilità di contenimento della perdita nella morte del corpo e , quindi, di conseguenza, delle nostre aspettative sentimentali ed animistiche ( "parva sed apta mihi").

Io non sono più il mio corpo ma ho un corpo. La sensazione non diviene altresì percezione, investendo lo spazio oggettivo del sé, ma rappresentazione, possedendo intrinsecamente un carattere immaginato ed immaginario, coinvolgendo lo spazio di soggettivazione e solo occasionalmente i singoli elementi sono conformi a quelli percettivi. Nella maggior parte dei casi le rappresentazioni risultano inadeguate e si disfano continuamente, dipendendo dalla volontà ed essendo facilmente modificate a piacimento nel colore del sentimento vissuto, nel rifiuto incosciente dell'accettazione realistica della morte del corpo ( homo de humo, l'uomo è fatto di terra ).

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S. soffre di schizofrenia. Ingurgita ogni giorno in un preciso rituale 10 Tavor e molti terrifici intrugli. Vive da solo. Proclama che è forte, così forte che niente e nessuno gli potrà fare del male.

M. è affetta da anoressia. Lotta ogni giorno, nonostante abbia un corpo ormai smunto, per non prendere cibo. Dice che sentire la fame le ricorda di non essere morta.

F. ha 80 anni e gli occhi furbi e incavati di chi la vita sa da tempo già cosa sia. Ne rispetta le regole, dice, tranne quella di dovere morire. Ogni volta che viene in seduta ad un certo punto mi osserva e mi chiede perché il gioco deve per forza finire. Si ripromette di non venire mai più, ma ogni volta è puntuale ad ogni suo appuntamento: è la sua strana maniera per dimostrare a sé stesso ed a me che è riuscito un'altra volta a tornare, quasi vincendo una sfida.

B. ha un problema. Ogni lunedì deve andare all'anagrafe comunale per farsi rilasciare un certificato di esistenza in vita; e quando gli altri lo prendono in giro non gli importa, perché lui è tranquillo: un attestato gli conferma di non essere morto.

Vivace e furbo, C. ha una simpatia naturale, che lo rende accattivante, ed un'aria ingenua e d'attesa passiva che disarma chiunque lui abbia di fronte. Affetto da nanismo, ha un lutto che non riesce ad elaborare: non potrà diventare mai grande. Si ritrova schiavo di un corpo che è l'unico che potrà mai avere; ha visto pian piano i suoi compagni crescere e per un po' ha albergato la speranza che prima o poi sarebbe successo anche a lui. Lavora per non sentire il dolore di un limite così invalicabile; e spesso sorprende con i suoi scatti vivaci, quasi felini, quando scherzosamente mi dice che comunque vale la pena di essere nato.

Il dolore così trova spazio nel corpo (in un corpo che duole e rende infelici), ma la forza di credere in un modo migliore di essere al mondo cambia le cose; il cambiamento, infatti, parte col primo pensiero buono che riusciamo a produrre.

 

Dott.ssa Lucia Daniela Bosa - Psicologa - Psicoterapeuta - Gruppoanalista AION

 

 

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Tags: corpo corporeità

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