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La sessuologia clinica:dagli studi di Freud ai giorni nostri

on . Postato in Sessuologia

La sessuologia ha un grosso debito nei confronti degli studi di Freud sulla sessualità umana, sui suoi disturbi e sulle sue manifestazioni polimorfe perché sono stati la base di partenza per tutte le scoperte successive.

freud e la sessuologiaL’opera di Freud ha fornito contributi sempre più incisivi allo studio della sessualità umana, dei suoi disturbi e delle sue manifestazioni polimorfe legandole al divenire della storia dell’individuo e alle sue relazioni primarie.

La disciplina che ha come oggetto di studio la sessualità è la sessuologia clinica. Essa rivolge il proprio interesse alle diverse problematiche che il singolo individuo può sperimentare a livello interpersonale, andando poi a soffermarsi anche sulla natura stessa della relazione, coinvolgendo così anche un aspetto ludico e dinamico.

Con il termine sessualità si fa riferimento all’insieme degli aspetti psichici e degli elementi fisici (caratteri sessuali, morfologia somatica, emotività, reattività, tendenze) che caratterizzano l’uomo e la donna nella loro personalità e in ogni manifestazione normale e patologica del loro comportamento.

Non va confusa con la genitalità in quanto non indica soltanto le attività e il piacere che dipendono dal funzionamento dell’apparato genitale, ma tutta una serie di sensazioni e di funzioni, già presenti nell’infanzia che concorrono a formare l’amore sessuale maturo.

Più in generale, la sessualità può essere intesa come l’espressione fondamentale dell’essere umano che coinvolge tutti gli aspetti della sua personalità fatta di razionalità, affettività, volontà, emotività, erotismo e ricerca del piacere.

Da un punto di vista storico si deve a Ivan Bloch, nel 1906, l’introduzione del termine “sessuologia” (Sexualwissenschaft).

In quel periodo si iniziò infatti a volgere sempre più attenzione a questo comportamento umano e anche da un punto di vista psicoanalitico si stavano compiendo passi sempre più importanti.

Molto brevemente, l’opera di Freud dava infatti contributi sempre più incisivi allo studio della sessualità umana, dei suoi disturbi e delle sue manifestazioni polimorfe legandole al divenire della storia dell’individuo e alle sue relazioni primarie.

Per comprendere al meglio la sessualità umana è bene sottolineare come questa sia caratterizzata da tre componenti: identità sessuale, funzione sessuale e relazione di coppia.

Essa è determinata da condizioni biologiche e modulata da fattori psicoemotivi, relazionali e socioculturali, ed è parte integrante della salute e della qualità della vita.

La sessuologia, in qualità di disciplina, rivolge il proprio interesse ai fattori biologici, innati ed acquisiti, psicologici e relazionali che possono interferire con una fisiologica maturazione della sessualità e della capacità di vivere il piacere erotico nei suoi vari aspetti.

Tra gli aspetti che caratterizzano la sessualità umana vanno annoverate:

  • la componente multifattoriale, in quanto ad essa concorrono fattori biologici, psicoemotivi e contesto-correlati, sia in senso affettivo, di coppia e famiglia, sia in senso culturale e sociale;
  • la componente multisistemica, in quanto dal punto di vista biologico la funzione sessuale dipende dall’integrità e dal coordinamento dei sistemi nervoso, vascolare, ormonale, muscolare, metabolico e perfino immunitario.

Tra le componenti sopra citate, verrà ora presa in considerazione e analizzata più nel dettaglio l’identità sessuale.

Da un punto di vista etimologico, il termine identità deriva dal latino “Identitas” (Identico, uguale) e sta a indicare l’immagine mentale che un soggetto costruisce di Sé.

Ogni individuo sviluppa diverse tipologie di identità nel corso della sua vita, come ad esempio quella etnica, religiosa, lavorativa e via dicendo.

Rispetto alla sessualità, le attuali teorie sessuologiche considerano l’identità sessuale come un costrutto multidimensionale costituito da quattro distinte componenti:

  1. Identità sessuale o sesso biologico; si riferisce alla femminilità o alla mascolinità di una persona determinata da 5 fattori biologici: i cromosomi sessuali XX (femmina) o XY (maschio), la presenza di gonadi maschili o femminili (testicoli o ovaie), la componente ormonale (testosterone o estrogeni), le strutture riproduttive accessorie interne e infine gli organi sessuali esterni. In sintesi descrive la dimensione soggettiva del proprio essere sessuati.
  2. Identità di genere, ossia la rappresentazione intrapsichica che ognuno di noi ha della propria identità di uomo o donna, modulata dalla soddisfazione o meno con cui la vive. È una delle componenti fondamentali del processo di costruzione dell’identità.
  3. Identità di ruolo, indica la modalità con cui, attraverso comportamenti verbali e non verbali, si esprime a se stessi e agli altri il genere, maschile o femminile, cui si sente di appartenere. Il ruolo di genere è una rielaborazione personale di condizionamenti esterni, che deriva dal particolare modo in cui si è venuta a costruire l’identità di genere.
  4. Identità di mèta, relativa all’orientamento del proprio desiderio o mèta sessuale, su un partner, oggetto di desiderio, dello stesso sesso (omosessuale) oppure del sesso opposto (eterosessuale).

Ovviamente alla strutturazione dell’identità sessuale concorrono fattori biologici, psicosessuali e relazionali.

L’identità sessuale è infatti una componente dinamica in quanto espressione di un vissuto che subisce modificazioni in virtù dell’interazione costante tra fattori endogeni ed esogeni, biologici e psichici.

Ha la massima plasticità durante la vita fetale, prima e seconda infanzia e adolescenza e può, altresì, andare incontro a ristrutturazioni significative durante l’arco della vita, in risposta a fattori biologici e psicodinamici, in particolare ad eventi traumatici affettivi o somatici.

Il periodo prenatale è considerato di estrema sensibilità biologica, sia neuropsichica sia genitale, dell’identità sessuale.

Alterazioni endogene o esogene così come materne o fetali, possono modificare il normale sviluppo delle strutture anatomiche Mulleriane (femminili) e Wolffiane (maschili).

Una componente importante da tenere in considerazione in questo periodo è relativa al bilancio ormonale, in quanto ha l’effetto di costruire un programma che verrà successivamente attivato e realizzato in termini comportamentali dal nuovo bilancio ormonale prodotto dalla pubertà.

Nella prima e seconda infanzia, da un punto di vista psicologico, l’identità sessuale si struttura attraverso alcuni processi importanti come l’identificazione con il genitore dello stesso sesso e la complementazione con il genitore del sesso opposto.

È ovviamente essenziale la qualità dell’affetto che andrà a determinare lo stile di attaccamento tra i genitori e il bambino.

Un amore tenero e sereno contribuisce alla formazione della “base sicura” che determinerà una fiducia interiore sul proprio valore, sull’essere capaci di amare ed essere amati.

Di contro, relazioni anaffettive in cui subentra un’esperienza traumatica o di abuso fisico, verbale e sessuale, potranno ledere il processo di crescita e strutturazione dell’identità sessuale, così come la capacità di vivere relazioni affettive significative e gratificanti.

Durante la pubertà e l’adolescenza diverse sono le modificazioni fisiche, psichiche e biologiche a cui si va incontro.

Nella pubertà si assiste ad uno sviluppo generale più rapido dell’organismo in linea anche ad un completamento armonico dell’individualità sessuale.

L’adolescenza comprende invece l’insieme delle trasformazioni psicoemotive e psicosessuali che accompagnano la pubertà.

La descrizione freudiana di questa fase sottolinea i cambiamenti che devono condurre la vita sessuale infantile alla sua definitiva strutturazione normale. La pulsione sessuale, che fino a questo momento era prevalentemente autoerotica, ora trova l’oggetto sessuale.

La costruzione dell’identità sessuale sarà quindi il frutto dell’elaborazione individuale a livello affettivo e cognitivo dei fattori somatici (l’iniziale programma genetico prenatale e le modificazioni corporee della pubertà) integrati con influenze socio-culturali.

Infine, nell’età adulta, l’identità sessuale è in genere ben consolidata, può però essere lesa da tumori che colpiscono gli organi simbolo della femminilità (mammella, utero, ovaie) che richiedono chirurgie demolitive e amputanti, trattamenti chemio/radioterapici che inducono menopausa precoce anche nelle donne giovani; lo stesso può ovviamente succedere in caso di tumori genitali nell’uomo.

Da un punto di vista psicoanalitico, l’autore che ha rivolto una particolare attenzione al tema dello sviluppo sessuale, è sicuramente Sigmund Freud con la sua opera “Tre saggi sulla teoria sessuale”.

In questo periodo le teorizzazioni di Freud subirono una grande svolta; egli infatti a partire dalla nuova definizione del sintomo, inteso come “formazione di compromesso” che riassume in sé il conflitto tra desiderio e rimozione, inizia a concentrarsi sempre di più sul concetto di pulsione per spiegare questo conflitto.

La pulsione può essere definita come la costituente psichica che produce uno stato di eccitazione che spinge l’organismo all’attività.

Questa è caratterizzata da un spinta, ossia una carica energetica che ha origine nell’organismo dell’individuo e che tende verso una meta, cioè una particolare modalità di scarica della tensione energetica che caratterizza la pulsione.

Il conflitto deve dunque riguardare la pulsione e qualcosa che le si oppone e deve esistere già nelle prime fasi dello sviluppo infantile.

L’energia che si esprime attraverso la pulsione è chiamata da Freud libido ed equivale “all’espressione dinamica nella vita psichica” della pulsione sessuale.

Per raggiungere la sua meta e quindi eliminare la tensione energetica, la pulsione si rivolge verso un oggetto. Fonte, meta e oggetto, sono dunque i tre aspetti caratteristici della pulsione.

Il conflitto che determina il disturbo deve quindi verificarsi tra una pulsione che per il soggetto è inaccettabile e inammissibile, e la rimozione.

Nel primo dei tre saggi Freud affronta il tema della perversione, non conferendo a tale termine connotazioni morali, ma intendendolo piuttosto come una forma di deviazione dal processo naturale della procreazione a cui la sessualità è finalizzata.

Le perversioni sono dunque caratterizzate da mete e oggetti differenti da quelli della sessualità procreativa e consistono in un arresto del processo di sviluppo della sessualità dell’individuo che inizia nei primi mesi di vita e che dovrebbe procedere fino alla sessualità procreativa matura.

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Freud classifica le deviazioni sessuali in base all’oggetto (ad esempio il feticismo) e alla meta (ad esempio il Voyeurismo); tuttavia sostiene che il confine tra perversione e normalità è sfumato, sottolineando che anche nella sessualità normale includiamo alcune pratiche come i preliminari sessuali che, da un punto di vista classificatorio di meta e oggetto, potrebbero essere considerate perverse.

Tutto questo anticipa il secondo saggio dedicato alle fasi dello sviluppo sessuale infantile, all’interno del quale Freud ha cercato di ricostruire la “storia della sessualità” adulta, non sulla base dell’osservazione diretta, ma sulla base di inferenze che prendono spunto dalle analisi delle nevrosi dei suoi pazienti adulti.

Dunque Freud stabilisce che in realtà le pulsioni sessuali sono presenti fin dalla prima infanzia e vengono prodotte dall’eccitabilità di alcune zone erogene specifiche che cambiano nel corso dello sviluppo infantile.

Introduce a tal proposito il concetto di “pulsioni parziali” in quanto la loro esistenza è collegata a singole parti del corpo e l’appagamento che ne deriva è ottenuto direttamente con pratiche autoerotiche su quelle parti.

La prima fase descritta da Freud è quella “orale” e l’area eccitabile, fino ai 18 mesi, è quella della bocca.

Il piacere che il bambino ottiene dalla stimolazione dell’area buccale è collegata quindi alla suzione del seno e alla funzione nutritiva.

Le funzioni sessuali, in questo primo periodo, si appoggiano quindi sulle funzioni organiche.

Dai 18 mesi ai tre anni circa, l’area di eccitazione è invece l’ano, mucosa interna e area circostante: si parla dunque di “fase anale”.

L’autoerotismo relativo è quindi connesso e praticato dal bambino attraverso il trattenimento-controllo delle feci:

“Il contenuto intestinale rappresenta il primo ‘regalo’, con la cui alienazione può essere espressa la docilità, con il cui rifiuto può essere espressa la sfida del piccolo verso il suo ambiente.”

Infine, dai tre ai cinque anni, la zona erogena si trasferisce sul pene e sul clitoride (inteso come sostituto del pene nelle bambine) e l’autoerotismo è esercitato mediante l’autostimolazione di questo organo, anche indirettamente attraverso movimenti particolari.

Questa fase prende il nome di “fase fallica”; all’interno di quest’ultima si assiste sia alla formazione della relazione libidica triangolare tra bambino e genitore (complesso edipico), sia all’angoscia di castrazione del bambino.

Il complesso edipico determina nel bambino un particolare investimento libidico per il genitore del sesso opposto e sentimenti aggressivi per il genitore dello stesso sesso.

Da parte del bambino maschio, l’edipo positivo, cioè l’investimento libidico per la madre e l’aggressività per il padre, è vissuto con angoscia per il timore di una reazione aggressiva del padre e della conseguente minaccia di castrazione che il bambino avverte.

Ecco perché Freud chiama questo vissuto angoscia di castrazione, in quando producente un disinvestimento libidico della figura materna e successiva repressione della sessualità.

Questo vissuto è il precursore della cosiddetta “fase di latenza”, la quale durerà fino al risveglio della sessualità nella prima adolescenza.

Ritiene che tale fase sia organicamente e geneticamente determinata, ma anche la risultante dell’educazione genitoriale ricevuta.

Per quanto riguarda invece il complesso edipico al femminile, Freud assume che l’invidia del pene produce sia una particolare attrazione per la figura paterna, come se il padre potesse in qualche modo farla partecipe di un organo che ad essa manca e sia, corrispettivamente, una svalutazione della figura materna.

Questo modo di valutare lo sviluppo dell’organizzazione della sessualità femminile seguendo il paradigma dello sviluppo maschile è stato ampiamento contestato già ai tempi di Freud.

Il torto di Freud fu infatti quello di condividere il pregiudizio dell’inferiorità biologica delle donne.

Proseguendo con le sue teorizzazioni Freud svilupperà il tema dello sviluppo della genitalità nell’adolescenza.

I primi segni di un risveglio della sessualità si hanno verso gli otto anni, un periodo in cui si assiste all’organizzazione della sessualità guidata da un’unica zona erogena, quella genitale, e da un movimento della pulsione verso un oggetto esterno e quindi verso la meta della procreazione, della scelta oggettuale e dell’amore maturo.

A Freud si deve il merito di aver compiuto delle osservazioni sulla sessualità dalle quali è riuscito poi a ricavare delle basi su cui costruire la propria teoria; inquadrare la sessualità come un’eccitazione proveniente dalle zone erogene e implicante la necessità di essere scaricata, evidenzia il modello neurologico dell’arco riflesso imperante ai suoi tempi.

 

Bibliografia

  • Freud S., ( 2014), “ Tre saggi sulla sessualità”, Newton Compton Editori, Assago (MI)
  • Kroger J. (2007), “Identity Development: Adolescence Through Adulthood”, SAGE Publications, Canada.

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

 

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Tags: sessualità Freud sessuologia

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