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Psicologia delle Migrazioni

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Medico chirurgo, specialista in psicologia, psicoterapeuta.
Mi sono sempre occupata di profughi. A partire dai paesi dai quali loro provengono, fino al loro arrivo a Milano. Gli ultimi due progetti hanno riguardato la salute mentale nei campi profughi, prima del Mali e poi del Sud Sudan. Nel mezzo c’è stato anche Mare Nostrum, quindi ho lavorato...

Medico chirurgo, specialista in psicologia, psicoterapeuta.
Mi sono sempre occupata di profughi. A partire dai paesi dai quali loro provengono, fino al loro arrivo a Milano. Gli ultimi due progetti hanno riguardato la salute mentale nei campi profughi, prima del Mali e poi del Sud Sudan. Nel mezzo c’è stato anche Mare Nostrum, quindi ho lavorato nell’accoglienza sulle navi nel Mediterraneo.
Dal 2002 collaboro con L’Associazione Medici Volontari Italiani e lavoro con i profughi anche in Italia. Sia con i richiedenti asilo che con i profughi transitanti, siriani ed eritrei, nei centri di accoglienza di Milano.Attualmente lavoro come medico e psicologa in 7 centri di accoglienza in provincia di Varese.Ho insegnato nella Scuola di Psicoterapia Transculturale fondata a Milano dalla prof.ssa Rosalba Terranova

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La psicologia delle parole e quella delle azioni

migranti sulla naveTutti sappiamo qual’è il ruolo dello psicologo, più o meno. Egli è quello da cui andiamo  per raccontare i nostri problemi e lui ci ascolta e ci a aiuta superare i momenti difficili.

Anch’io sono stata molto tempo seduta dietro alla scrivania dei tanti “servizi pubblici “in cui ho lavorato. Consultori familiari, Centri di Neuropsichiatria Infantile, Servizi per i tossicodipendenti, alcolisti, Ospedale psichiatrico…penso non mi manchi niente.

Poi finalmente sono uscita da dietro le scrivanie e mi sono avvicinata di più alle persone che hanno bisogno di un sostegno psicologico.

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Ricostruire una vita

ricostruire una vitaLavorare con i migranti vuole dire molto spesso aiutarli a ricostruirsi una vita.

Questo è quello che succede fin dai primi momenti dell’accoglienza, sopra tutto in situazioni estremamente difficili in cui le persone arrivano sole perché hanno perso tutto: famiglia, amici, paese di origine.

Che arrivino dalle spiagge libiche o camminando senza mai fermarsi, dopo aver attraversato dieci paesi prima di arrivare a noi, le cose non cambiano. Sono disperati!

Hanno l’aria sperduta, non parlano con nessuno, spesso hanno gli occhi pieni di lacrime.
Li individuiamo facilmente, anche se spesso i profughi arrivano a centinaia.
Quasi sempre sono gli altri operatori a segnalarmeli e mi chiamano, anche di notte.

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E’ ancora il tempo delle streghe

villaggio delle streghe 2Sembra impossibile ma è proprio così.

Questa è la storia di Koffy un ragazzo del Ghana che vive attualmente in un centro di accoglienza per richiedenti asilo. E’ in Italia da sei mesi ed ha più volte chiesto di andare in ospedale per dei problemi fisici, che però alla visita medica risultavano inesistenti.

Solo dopo parecchi mesi egli ha raccontato la sua storia, quando ha ricevuto risposta negativa dalla Commissione per il diritto d’asilo. In realtà la sua storia di vita lui l’aveva già scritta, sebbene in modo riassuntivo, su di un foglio che forse nessuno aveva guardato.

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Mi hanno dato in pasto ai cani

mi hanno dato in pasto ai cani 2Una frase come questa non l’avevo mai sentita.  Poiché mi è stata detta dal ragazzo somalo in inglese, ho pensato di non aver capito bene. Ma poi i dettagli della sua permanenza in Libia, per quanto sia abituata ad ascoltare di tutto, mi hanno fatto rabbrividire.

Era il mio primo colloquio con Abram in uno dei nostri centri di accoglienza.

Era arrivato in Libia come tutti gli altri profughi  etiopi, eritrei, somali, sudanesi… e vi era rimasto per due anni, dove aveva lavorato come muratore. Un muratore-schiavo, come tanti altri.

Durante il giorno lavoravano al servizio dei padroni, tutti ugualmente crudeli, a quanto riferiscono tutti i profughi passati dalla Libia. Alla sera venivano riportati in una specie di capannone, dove venivano rinchiusi fino al mattino successivo. E tutti i giorni venivano  picchiati a sangue.

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Ritrovarsi dopo il naufragio

ritorno a casaIl mio ritorno a casa dopo aver trascorso tre settimane su una nave della Marina Militare nel Mediterraneo è stato a dir poco traumatico. Non è la prima volta che lavoro a fianco della Marina Militare nelle operazioni di salvataggio dei migranti.

Avevo già partecipato all'Operazione Mare Nostrum, che ora è diventata Operazione Mare Sicuro in quanto le navi hanno un doppio compito: salvaguardare le frontiere e salvare i migranti che dalla Libia vogliono arrivare in Europa.

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