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Psicologia delle Migrazioni

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Medico chirurgo, specialista in psicologia, psicoterapeuta.
Mi sono sempre occupata di profughi. A partire dai paesi dai quali loro provengono, fino al loro arrivo a Milano. Gli ultimi due progetti hanno riguardato la salute mentale nei campi profughi, prima del Mali e poi del Sud Sudan. Nel mezzo c’è stato anche Mare Nostrum, quindi ho lavorato...

Medico chirurgo, specialista in psicologia, psicoterapeuta.
Mi sono sempre occupata di profughi. A partire dai paesi dai quali loro provengono, fino al loro arrivo a Milano. Gli ultimi due progetti hanno riguardato la salute mentale nei campi profughi, prima del Mali e poi del Sud Sudan. Nel mezzo c’è stato anche Mare Nostrum, quindi ho lavorato nell’accoglienza sulle navi nel Mediterraneo.
Dal 2002 collaboro con L’Associazione Medici Volontari Italiani e lavoro con i profughi anche in Italia. Sia con i richiedenti asilo che con i profughi transitanti, siriani ed eritrei, nei centri di accoglienza di Milano.Attualmente lavoro come medico e psicologa in 7 centri di accoglienza in provincia di Varese.Ho insegnato nella Scuola di Psicoterapia Transculturale fondata a Milano dalla prof.ssa Rosalba Terranova

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L’impressione di aver fallito

aver fallitoOggi abbiamo lavorato molto e sono tornata a casa tardi, stanca e confusa. Non era neanche il giorno in cui avrei dovuto andare all’hub, ma sono stata chiamata alle sette di mattina perché un ragazzo curdo si era presentato dicendo che voleva parlare con me. Ho capito subito che era un profugo che era passato da noi una settimana prima e  che aveva manifestato  evidenti problemi psicologici. Parlava solo curdo, passando dalla tristezza al riso senza che potessimo capire perché. All’inizio avevo fatto un colloquio con lui alla presenza di un interprete curdo, che però parlava anche inglese. Avevo interpellato anche un ‘avvocatessa del Kurdistan, non sapendo che nel Kurdistan iracheno non parlano la stessa lingua del Kurdistan turco.

Un colloquio difficile, che mi aveva riportato a quelli fatti sulle navi di Mare Nostrum, quando per parlare con qualcuno avevo bisogno di almeno due interpreti, passando attraverso le varie lingue.

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Questo è il primo luogo dove ho trovato amore

trovare amore1E’ la frase detta da un profugo, arrivato oggi dal Camerun, un giornalista costretto a lasciare il suo paese da un momento all’altro.

In Camerun il presidente in carica da moltissimi anni, Paul Byia, è conosciuto per essere un dittatore molto crudele.

Fin dal 2000 i pochi profughi del Camerun che sono riusciti a fuggire hanno raccontato della grandissima tenuta dove tutti i suoi oppositori vengono tenuti prigionieri e sembra che in quella tenuta ci sia una fossa dove  i dissidenti finiscono per venire mangiati dai leoni. Gli oppositori scompaiano così e il giornalista era probabilmente uno dei predestinati.

Stasera all’Hub c’erano venti persone. Cinque africani che erano arrivati attraverso il Mediterraneo: il giornalista camerunense, un ragazzo del Togo dall’aria sperduta e tre sudanesi  spavaldi. Tutti gli altri erano afgani e curdi e avevano seguito la rotta Balcanica.

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Susanna vuole ritornare a casa

susanna vuole tornare a casaVuole che la chiami Susanna, ma il suo nome è un altro, è un nome somalo. E’ una donna bella, modernizzata, con il velo che le copre i capelli, ha 42 anni e da otto anni è in giro per l’Europa.

Casualmente arriva al nostro Hub e ringrazio sempre gli operatori dell’ accoglienza per l’attenzione che hanno nell’individuare i profughi  sofferenti di disturbi psichici che non sempre sono così evidenti al primo impatto.

Il viaggio di Susanna è un viaggio all’incontrario. Vuole lasciare l’Europa per ritornare in Somalia. Mi viene presentata da una delle operatrici, dell’Hub,  Ginevra, una ragazza dolce, gentile e determinata che è riuscita a conquistare la fiducia di Susanna. Cosa tutt’altro che semplice perché Susanna ha con sé una documentazione risalente a qualche giorno prima redatta dalla gendarmeria francese: è una ordinanza che stabilisce il suo  ricovero coatto nell’Ospedale Psichiatrico di Montpellier.

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Non sono mai stata sotto Pantelleria

pantelleriaÈ la frase pronunciata da una collega psicoterapeuta il giorno in cui ho detto addio all'ambulatorio medico di Opera San Francesco, a Milano, in cui collaboravo da circa 18 mesi. Mesi faticosi, dico la verità, non tanto per i pazienti quanto per la diversa ottica che avevamo noi operatori nella cura dei pazienti stranieri.

A questo centro affluiscono infatti prevalentemente stranieri che non hanno la tessera sanitaria e quindi non possono accedere ai servizi pubblici.

Nell'ambulatorio di psicologia sono impegnati un numero consistente sia di psicologi-psicoterapeuti che di tirocinanti delle varie scuole di psicoterapia. Purtroppo non ho mai visto neanche uno dei tirocinanti che frequentano la mia ex scuola, quella di psicoterapia transculturale dove per qualche anno ho insegnato, applicare i test o i concetti che erano la base teorica della scuola. Ogni psicoterapeuta lavora a modo suo.

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Disagi fisici e psichici dei senzatetto

immigrati senzatettoLavorare con i senza tetto non è cosa di  tutti i giorni, né di tutti gli psicologi. Eppure ce ne sono tanti in tutte le nostre città e il numero è andato via via aumentando  negli ultimi anni.

Non è vero, come si sente spesso dire, che lo stato pensa più agli stranieri che agli italiani. In realtà non riesce a pensare a nessuno in particolare, per cui i centri di accoglienza sono super saturi già dall’inizio di novembre e molta gente rimane sulla strada.

Milano ha messo a disposizione 2700 posti letto, in vari centri e, se guardo alle mie personali statistiche, gli stranieri sono in numero maggiore rispetto agli  italiani, ma solamente perché gli stranieri sulla strada sono molti di più.

Molti di loro sono qui da anni, altri solo da pochi mesi. Sì perché alla fine delle pratiche per la richiesta di asilo, solo il 20% di loro lo ottiene e porta avanti il percorso di integrazione.  Per tutti gli altri c’è solo la strada.

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