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Conflitto e narrazione: conversazione con Francesco Forlani

confronto con francesco forlani foto di Luciano BorgnaNazione Indiana è il blog collettivo nato nel 2003 dalla mente creativa di un gruppo di scrittori (tra i quali Andrea Bajani, la romanziera Helena Janeczek, Raul Montanari e molti altri riuniti intorno a un’idea di Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Carla Benedetti). In quattordici anni di vita e militanza letteraria la redazione ha visto un continuo avvicendarsi dei propri autori, attualmente venticinque. Alcuni di loro hanno partecipato al convegno letterario World Wide Wars che si è tenuto l’8\9 settembre scorsi al Museion di Bolzano, organizzato dalla Südtiroler Autorinnen-und Autorenvereinigung.

Un titolo accattivante anche per me, poiché io stessa sono da tempo alle prese con riflessioni sulla convergenza, la compresenza, la correlazione e, in alcuni casi, la congiunzione tra istanze opposte, qui intese come elementi della psiche individuale e collettiva. Osservo gli opposti riflessi nei fatti e negli avvenimenti, nelle storie delle persone che abitano il mondo e in esso si relazionano. Il tema “conflitto” riguarda gli uomini e le donne, gli individui coinvolti a ogni livello (intrapsichico e concreto) in un procedere per differenziazioni e convergenze possibili. Non si tratta di una battaglia trasformabile a tutti i costi in nuove armonie. Che la lotta si risolva oppure non si risolva affatto, le alterne vicende tra la guerra e la convergenza degli opposti del caso sono trama portante dell’opera junghiana, nonché elementi per tessere la mia personale ricerca e argomento chiave di Contemporanea/Mente.

In un articolo di qualche anno fa, all’interno di una rubrica on line, riportavo il Dizionario di Paolo Pieri, sottolineando come la messa in relazione di istanze psichiche divergenti potesse portare a differenti modalità di rapporto tra le stesse e a prospettive non univoche, alcune delle quali maggiormente auspicabili, tenendo presente sia la realistica impossibilità di integrare e di dare senso a un singolo estremo scisso dal proprio opposto, sia il rischio di enantiodromia presente nell’assumere una posizione unilaterale. Così citavo anche Galimberti, scrivendo:

Jung prende in prestito il termine dalla filosofia di Eraclito e traccia per noi quel fenomeno secondo il quale, divenuta predominante e unilaterale una certa posizione psicologica nella coscienza di un individuo o nel collettivo, nell'inconscio inevitabilmente prende forma e assume forza la posizione diametralmente opposta. Enantiodromia si compone di “enantios” (opposto) e “dromos” (corsa) - andando a illuminare la direzione in una corsa nell’opposto. Gira la ruota e cambia la direzione. Si tratta di una compresenza contrapposta (tra conscio e inconscio) di direttive inconciliabili, non integrabili: questo movimento diviene man mano inibizione della coscienza e può procedere fino al passaggio completo nell’opposto (sul tema degli opposti: Umberto Galimberti, Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino 2002).” (qui)

Ed ecco che in questo momento una riflessione sulla parola, sul linguaggio e sulla narrazione come azione del raccontare storie mi porta a voler accendere il confronto con lo scrittore Francesco Forlani, da tanti anni redattore di Nazione Indiana. È dalla sua Pagina Facebook che sono venuta a conoscenza del convegno World Wide Wars che lo ha visto protagonista insieme ad altri redattori. Il tema “conflitto e narrazione” mi ha coinvolta immediatamente perché affine alle mie riflessioni e a quelle dei colleghi con i quali collaboro e scrivo (Silvana Graziella Ceresa, Simonetta Putti, in primis). Come psicoterapeuti e analisti ci interroghiamo sul rapporto tra psicologia ed etica di fronte alla coscienza del limite e alla responsabilità individuale – responsabilità che ci connette all’altro-da-noi. Da tempo osserviamo fenomeni altamente conflittuali nella società contemporanea, anche relativamente al mondo dei Social Network. Qualche settimana fa scrivevo: “Su Facebook gli insulti si susseguono. Chi tende a un estremo sulla linea della credenza popolare aggredisce tutti coloro che si dichiarano appartenenti all’estremo opposto”, suggerendo di aprire a partire da queste piattaforme canali di possibile revisione e meticciato, contaminazione delle proprie posizioni, ricordando che, se ci riconosciamo troppo rigidamente in un luogo mentale, mettiamo a tacere la parola della nostra stessa Ombra, condanniamo a morte la possibilità di pensare con coscienza, ovvero proprio riconoscendo quel limite che è l’altro.

“Sei troppo ottimista”, mi dice Forlani, poiché chiaramente” è proprio la “coscienza del limite a mancare nei contesti suddetti.”

Nei primi anni del 2000 il Professor Giulio Gasca parlava di un’epoca “borderline”. Oggi come oggi dobbiamo in effetti riconoscere di essere andati persino oltre.

Chiedo a Francesco se a suo avviso lo scrittore, il poeta, il cantastorie possano narrare la via che conduce oltre il conflitto, e quali siano, secondo lui, gli strumenti da disporre sul tavolo del Bagatto, le carte vincenti per una partita del genere, non dico le armi ma gli utensili per mettersi all’opera.

Lo raggiungo a Parigi telefonicamente e parliamo fitto-fitto. Mi dice che sei tra i redattori di Nazione Indiana vivono a Parigi e si ritrovano regolarmente come gruppo interno al grande gruppo - le cartel - e si confrontano al di là della Festa annuale (che quest’anno si terrà proprio in questi giorni, il 29/30 ottobre, alla Mediateca Montanari di Fano (Pesaro).

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Al mio dare della “borderline” alla nostra contemporaneità, epoca nella quale parliamo tutti di frontiera come confine da superare ma ci areniamo ricreando fronti, lui sottolinea come la schizofrenia ormai agisca anche tra grandi narrazioni.

Francesco Forlani: “La scissione si presenta tra la storia come passato storico narrabile e la storia presente. I fatti di Colonia, ad esempio, avevano rovesciato il rapporto persecutori\vittime, in prima istanza rappresentata dall’immagine dell’accoglienza benevola dei profughi da parte della popolazione tedesca nelle stazioni e, attraverso questi fatti, avevano mostrato al mondo ‘il vero volto’ dei rifugiati, aggressori e violentatori. Su questo aspetto, essenzialmente della contraddizione psicoanalitica del desiderio, consiglio la lettura del bellissimo articolo di Zizek. Nell’articolo viene chiaramente mostrato come il rovesciamento del desiderio di, in odio di sia scatenato dalla frustrazione dello stesso. Conflitto, come ben precisato dall’autore, dato dalla trasformazione di quello che Rousseau chiamava Amour de soi, pacifico armonico con l’amour propre, dove l’attore, che si tratti dell’occidentale che vede il migrante come un pericolo o del rifugiato che si vede negare tale desiderio, è spinto a non concentrarsi più sull’oggetto del desiderio ma sull’ostacolo. Su questi conflitti, sul fatto di cronaca - l’aggressione collettiva a Colonia, lo stupro di Rimini, e tanti altri - si concentra l’opinione pubblica, si scatenano le risse nei Social. È la narrazione di questi eventi a far vendere i giornali: è business perché fa leggere. E non da ora. Ti faccio un esempio presente in un saggio di Matteo Palumbo a proposito del teatro di Raffaele Viviani. Tra i vari personaggi della strada emerge quella dell’edicolante che testualmente dice:

Il giornalaio: Dovete comprendere che le nostre speranze sono basate sopra ‘e guaie d’a gente. Non per cattiveria ma per la sussistenza della classe. Il giornale è il nostro pane. Perciò si chiama quotidiano. Ed è anche il nostro barometro: tieempo buono pe’ll’ate, tempo malamente pe’ nnuie! (…) e nu terremoto ‘accà, na carestia ‘allà, na guerra ‘a sotto, un’alluvione ‘a coppa, se creano chelli notizie sensazionali per le quali ‘e ggiurnale primma d’asci’ già se vennero (…)vedete io stavo abbastanza in freddo con le finanze ma, da quando cominciò a piovere il lapillo del Vesuvio, cominciò a piovere la fortuna in casa mia. Bisogna dire che da tanno in poi ‘o ppoco ‘e pruvvidenza nun c’è mai mancata. Accumincianno d’o terremoto ‘e Messina a ferni’ ‘a guerra e alla rivoluzione russa! Stu cazone per esempio m’’o facetto c’a guerra ‘e Tripoli. Sta giacchetta c’’o terremoto d’Avezzano. Cu Caporetto già me so’ fatto ‘o cappiello e nu paro ‘e scarpe e mo aspetto ca fernesce stu conflitto e ca vene n’ato pe’mme pute’ fa’ ll’automobile.”.

Perché un raduno che parla di confronto tra poeti, scrittori per riflettere sul conflitto?”, gli domando ancora, sempre più coinvolta nel tema.

Sottolineando il valore del termine “intellettuali”, Forlani continua: “In Francia la parola ha ancora un senso positivo, in Italia è quasi un insulto. Eppure varrebbe la pena ristabilire il valore della parola, la sua autorevolezza. Non capisco una cosa, per esempio. Perché se va progettato un ponte si dà per scontato che a farlo sia un ingegnere o un tecnico che ne conosca le regole, o che per operare un paziente sia necessario un chirurgo e, al contrario, quando si entra nel campo della parola che spieghi, interroghi il reale come può farlo un’opinione, tutti diventano esperti, e non solo. Gli stessi in più pretendono che a quelle opinioni seguano fatti, si facciano leggi, si decidano destini, si approvino pratiche, e via con vaccino non-vaccino, matrimonio tra omosessuali, ius soli ecc, ecc. Questo rumore di fondo diventa assordante e ad essere messo in crisi è proprio il racconto autentico, quello della ‘misura’, cosciente del proprio limite.”.

“Che è anche un limite dato dal nostro stesso essere individui. La coscienza dell’osservatore come presenza interna che non può sapere tutto e il cui giudizio è sempre relativo a un punto di vista”, aggiungo.

F.F.: “Lo storytelling, filosofia del racconto tutto incentrato sulla tecnica del discorso e non sulla visione del mondo che deve precedere la parola, ha fatto più danni della bomba d’Hiroshima. Ed ecco che, invece di pescare dalle fonti le prove di verità, le opinioni si attingono dai pozzi di verità ormai discarica delle fake-news, e delle idee preconcette. Così s’inquinano le menti e anche le fonti buone, visto che poi nessuno sa più chi dica il vero e chi delle grandi cazzate.”

Parliamo ancora dell’evento e della città che lo ospita.

F.F.: “La città stessa, Bolzano, ha vissuto sulla propria pelle la storia di un conflitto tra due comunità linguistiche - italiana e tedesca - molto forti. Non si può prescindere per esempio dall’approfondire le problematiche linguistiche che sempre più ci troveremo a esperire anche in altre realtà.”

Anche Forlani, napoletano di origine e parigino acquisito, vive sulla propria pelle lo stesso conflitto, ed è una battaglia in continua risoluzione, parrebbe, alchemicamente rimescolantesi nella predilezione di una parola “sporca”, non lineare, complessa e carnale, di certo viva e pulsante.

Oggi, nel mondo che è intersezione di mondi, che cosa possiamo mettere in gioco a partire dal linguaggio che utilizziamo quando scriviamo, a vari livelli? Forlani mi ricorda che il rapporto tra le lingue è trasformazione continua - così come può operare lo scrittore che usa la lingua e trasforma il mondo contemporaneo.

F.F.: “A questo proposito trovo molto pertinenti i tentativi fatti dagli scrittori creoli a partire dagli anni ottanta e novanta con il pensiero del Tout-monde. Scrivono infatti nell’éloge de la créolité “La creolità è l'aggregato internazionale o transnazionale degli elementi culturali caraibici europei, africani, asiatici, levantini che il giogo della storia ha riunito sullo stesso suolo (…) La creolità  è la distruzione della falsa universalità, del monolinguismo e della purezza. Certo i Caraibi sembrano lontani da noi, ma mica così distanti se pensiamo alle contaminazioni vive e feconde delle nostre lingue regionali, gergali, dominate o dominanti. Ti faccio un esempio. Un grande scrittore, Sergio Atzeni, con bellas mariposas fa parte di quei ribelli a una lingua standardizzata, normalizzata, semplificata che si è imposta in questi anni al nostro paesaggio culturale. Entri in libreria e quando prendi in mano tre quattro libri di autori italiani sembrano traduzioni, scritti dalla stessa persona, l’editor universale passe-partout, o piuttosto nullepart, vanificando il lavoro degli autori di stile ed editor rigorosi. Ah dimenticavo, Sergio Atzeni traduttore di Chamoiseau, il creolo.”  

Arricchente, dunque, è per questo scrittore contemporaneo il fattore sorpresa dell’incontrare più lingue, perché il pensare stesso è sospeso tra lingue e non puoi prescindere da questo relazionarsi. Riflettendo ancora, Forlani mi fa presente il fatto che uno scrittore oggi possa godere di credibilità allo stesso modo di uno storico. Dice: “Sfiderei qualunque storico a negare il fatto che, per esempio, della prima guerra mondiale sappiamo veramente cosa è successo anche leggendo le pagine di Lussu, Céline o Ernst Junger.”.

Cosa possiamo fare, dunque? Mettere in comune complessità e aprire le vie del sale e della seta per una comunicazione che, a partire dalle tematiche contemporanee e dai conflitti che viviamo in questo periodo storico, ci porti a trovare nuove narrazioni del reale ma soprattutto linguaggi che siano in grado di “attrezzarci” nella traversata.

 

La fotografia che accompagna l'articolo è di Luciano Borgna

 


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