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Il cibo della madre: dialogo sull'allattamento con Tonina Michela Tanda

Dal primo al cinque ottobre 2018 si celebra la Settimana Mondiale dell’Allattamento Materno, e anche in Italia ci sono tantissime iniziative in programma, appuntamenti importanti presso i Consultori e le strutture pubbliche e private in diverse città - dal Nord al Sud della penisola.

il cibo della madreIl seno della madre è il nostro primo amore. L’attaccamento comincia dal seno, si sviluppa oltre l’istinto di sopravvivenza, ma il legame di ogni neonato con il corpo della madre e poi con la madre ‘altro da sé’ e ‘altro dal cibo’ si prolunga per il tempo necessario a creare una relazione oltre il bisogno, oltre il primitivo cannibalico desiderio. Allattare oppure non allattare al seno resta per la puerpera una scelta personale, dettata anche dai ritmi, dai limiti, dalle esigenze fisiologiche e psicologiche della stessa. Per alcune madri, il ‘farsi cibo’ è una opzione da annoverare tra le varie possibilità, una decisione da ponderare e, in molti casi, da scartare. Di certo è un impegno. Un darsi (e un darsi da fare) per lo più piacevole ma anche - come tutti gli impegni - coinvolgente e potenzialmente stressante. Allattare al seno è un progetto condiviso con il/la bambino/a (spesso anche con il partner della madre, come figura presente al suo fianco e di sostegno) - sei mesi, un anno, due anni… per tutto il tempo del desiderio a due.

Dal primo al cinque ottobre 2018 si celebra la Settimana Mondiale dell’Allattamento Materno, e anche in Italia ci sono tantissime iniziative in programma, appuntamenti importanti presso i Consultori e le strutture pubbliche e private in diverse città - dal Nord al Sud della penisola (basta cercare gli eventi online), al fine di informare e accompagnare i genitori nel percorso di alimentazione ‘corpo a corpo’, nella pratica più ecologica e affettiva che si possa immaginare per il benessere di ogni neonato. A tal proposito, ho voluto fare due chiacchiere con la mia collega Tonina Michela Tanda. Formatasi all’I.I.P.G. di Roma in psicoterapia di orientamento freudiano/bioniano, è oggi il Dirigente Psicologo che da quasi due decenni si occupa di questo argomento attraverso la conduzione di gruppi di accompagnamento alla nascita presso un Consultorio Familiare ad Arezzo. La sua lunga esperienza con i genitori, attraverso indagini di coppia per le adozioni, di psicoterapia con le persone che soffrono di infertilità idiopatica senza cause certe di infertilità, di lutti abortivi nelle coppie (in ambulatorio), di corsi di educazione sessuale per adolescenti, genitori e insegnanti e di sostegno alla genitorialità per favorire - appunto - l’allattamento, la rende per me persona altamente idonea per chiarirmi alcuni dubbi.

Esiste o non esiste un pensiero psicoterapeutico e psicoanalitico attuale sul tema dell’allattamento? Quando ho scritto insieme alle colleghe junghiane (Silvana Graziella Ceresa e Simonetta Putti) le riflessioni di “Utero in Anima” (Lithos Edizioni, 2016), abbiamo sorvolato sull’argomento, perché ci siamo focalizzate sulla separazione dal corpo della madre nella GPA. Ma l’interesse, il coinvolgimento nel discorso, mi è rimasto anche perché io stessa ho allattato mio figlio per due anni ed è stato per noi tre (per me e per il mio bambino e anche mio marito) un percorso di scelta affettiva (ovviamente dopo i primi sei mesi non era il latte quel che si dice il nutrimento quotidiano ma il contatto fisico, le coccole, la presenza, il battito del cuore.

Avrei potuto non farlo, in piena libertà. Molte donne lo fanno. Molte donne non lo fanno. Che cosa cambia? È meglio allattare rispetto al decidere di non intraprendere il percorso, nonostante tutti gli ostacoli che possono insorgere e creare disagio, dolore, ‘ma chi me lo fa fare’? Forse converrebbe almeno ‘provarci’, senza diventare ossessionate dal ‘dover fare’… Che cosa succede ad Arezzo?  

La Dottoressa Tanda mi dice che è molto importante per lei, nel corso degli incontri clinici con il lattante e con la sua famiglia (ma anche con l’adolescente e i suoi genitori) focalizzare su quel che si definisce psicoanaliticamente ‘il Perturbante’, ovvero le origini e la trasmissione trans-generazionale di quel ‘dolore originario’ che non è stato tradotto.

Che cosa ha a che fare questo elemento psichico con la scelta, la possibilità, la decisione di allattare un bambino oppure no?

La collega mi parla delle ‘tre A’, ovvero ‘Accudimento Allattamento Attaccamento’ e cita un maestro importante per entrambe: J.L. Moreno. “Un incontro a due: sguardo nello sguardo, faccia a faccia. E quando sarai vicino io coglierò i tuoi occhi per metterli al posto dei miei, e tu coglierai i miei occhi per metterli al posto dei tuoi, poi ti guarderò con i tuoi occhi e tu guarderai con i miei.” J.L.Moreno (1946)

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“Come penso il bambino neonato e come penso la bambina neonata?” - riflette la Dottoressa Tanda mentre conversiamo sul tema. “Come una persona dotata di un Io primitivo (cit. Klein). Ovvero, dotata di una struttura psichica allo stato embrionale che affronta un problema emotivo di grande portata: il rapporto con il ‘seno materno’. Per Jung (e qui siamo già in accordo, nda.) è un pre-adulto in potenza. Una quercia nella ghianda. E' nota la nozione per la quale il bambino è il padre dell'adulto: le strutture evolute adulte sono derivate, e quindi (parzialmente) spiegabili, da quelle arcaiche infantili, dalla loro conoscenza”.

Che cosa possiamo dire delle relazioni primitive, della relazione con la madre?

“Diciamo: ‘Le relazioni precoci’. All'inizio della vita il rapporto si modulerebbe esclusivamente sul piano stupefacente e onirico del piacere, della soddisfazione, dell'appagamento. La crescita, la maturazione è resa possibile dalla prossimità del materno/familiare, già conosciuto in epoca gestazionale.”

Un ri-conosciuto, dunque, anche attraverso l’allattamento.

La conversazione prosegue: “La suzione come esperienza strutturante l'Io del lattante e l'identità della donna/madre”, spiega Tonina Tanda, “contro il dolore per l'assenza del seno o per la frustrazione legata al mancato o inadeguato soddisfacimento delle attese/esigenze istintuali che il lattante sperimenta; fame/rabbia/rassegnazione che si presentano di fronte alla mancata esperienza di suzione, che culla e traghetta la coppia mamma-bimba/o verso la vita.

Penso a come risulti evidente, dalle numerose esperienze cliniche di mancata corrispondenza con la madre, la sperimentazione della solitudine psicosensoriale e le paure che riattivano l'angoscia dell'istinto di morte nel lattante. Viene a mancare quel processo - che è la base - di trasformazione che muove l'Io primitivo del neonato verso la proiezione nel seno/mente materna; destinata a divenire, se mancante, elemento persecutorio/ingombrante.”

Parliamo a lungo di Melanie Klein, delle teorie nate dall’esperienza dei primi analisti e di come manchi un discorso psicologico vero su questo argomento.

“Nel contatto ‘pelle a pelle’, che si fa relazione con la madre, il bambino è quindi in grado di identificare l'altro e far-si con… e fidarsi... condividendo i contenuti emozionali, protomentali. Nel contempo reintroietta (porta dentro di sé, nda.) i contenuti di cui l'aveva precedentemente riempita, in qualche modo depurati dell'angoscia del sentirsi pieno di rabbia e di violenza. Il bambino cerca di suscitare nella madre la presenza di sensazioni spiacevoli-intollerabili e di cui vuole sbarazzarsi.

Spesso capita che lo spazio emotivo di cui il bambino necessita per depositare le proprie rabbie e angosce possa essere ‘costipato’, voglio dire ‘occupato’ dai fatti/ accadimenti emozionali dolorosi più o meno recenti, ma anche quelli che la donna/mamma ha sopportato nel corso della propria vita. Il lattante si può attaccare al seno con la tensione perché avverte su di sé il dolore materno. In questi casi alla nostra osservazione nello Spazio Mamma Consultoriale, dove lavoro con le ostetriche, arrivano le mamme con le ragadi, gli ingorghi mammari, e frequentemente i lattanti piangono anche se non hanno fame, inarcano la testa e allontanandola dal seno.”

Non hanno parole ma…

“Esatto. Li vedi, li ascolti. I neonati lamentano le cosiddette coliche, i rigurgiti e altro. Opportunamente in team, le ostetriche e io, psicologa, favoriamo la figurazione di una situazione utile a migliorare l'attacco del lattante, ed è una cosa che riduce il dolore fisico in allattamento della madre. L'intervento finalizzato alla rassicurazione e al raggiungimento dell'obiettivo ‘assenza del dolore per la madre’, arriva al lattante che si dispone alla suzione e accetta il seno.

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In parallelo si promuove, se necessario, anche un setting di ascolto specifico psicologico. Spesso l'incontro rappresenta l'occasione per raccogliere e accogliere notizie patobiografiche dei genitori, della coppia e delle famiglie, utili ad individuare eventuali fattori di stress che condizionano lo stato emotivo/ affettivo della mamma che allatta e del suo bambino o della sua bambina.”

Molto interessante, direi. Aiutare le madri per supportare i lattanti. Non è scontata la presenza di una psicoterapeuta nei Consultori, lo so per esperienza personale - anche se l’allattamento è stata per me una scelta impegnativa ma desiderata.

“La fatica che la madre sperimenta nella relazione di dipendenza, certo. Lo stato mentale aperto alla captazione di tutti gli elementi provenienti dall'oggetto amato si pone come ‘altro polo’. Winnicott ci ha parlato della madre normalmente ‘devota’, con un'attivazione di preoccupazione primaria in grado di mettersi nei panni del bambino. Questa madre esercita tre funzioni utili alla costruzione della vita psichica del bambino: il contenimento; la manipolazione e la presentazione dell'oggetto.

L'Io del bambino non è ancora organizzato, come già detto, e va favorita l'organizzazione graduale da “IO sono CON” a “IO Sono”. Sappiamo che questo è il prototipo dell'attività di contenimento: tenere in braccio; tenere il bambino, ovvero il cosiddetto ‘holding’, implica una sintonia empatica nella quale la madre e il padre devono fare molte cose. Per esempio devono imparare a vedere con gli occhi del bambino (e questo richiede immaginazione, nda.); sperimentare le sensazioni corporee del neonato e attribuire loro un significato; sentire che cosa significhi ‘essere il bambino’ con le sue esperienze fino ad ora sconosciute.

E poi devono parlare direttamente al bambino, il quale è dotato di una mente e di una personalità unica; sopportarne la dipendenza nei loro confronti. Una dipendenza totale. Questa pratica offre al bambino un senso di continuità del sé, contrasta l'angoscia primaria di annullamento e favorisce l'adattamento madre-bambino.”

A parole sembra più difficile di quello che è davvero, non trovi?

“Sì”, dice Tonina Tanda: “Con la manipolazione, non ci si pensa ma avviene, si integrano le esperienze motorie sensoriali e funzionali che permettono un'unificazione psiche-soma, mente -corpo. Il bambino arriva a percepire la sua pelle come confine tra sé e il mondo esterno differenziando cosi “me/non me”. L'attività di manipolazione/lavare, accarezzare, eccetera, sviluppa la percezione dell'Io corporeo e la sua posizione attiva nei confronti dell'adulto di riferimento.

Una madre che si adatta ai bisogni del suo bambino lo aiuta ad adattarsi. Il decrescere adeguato di questa disponibilità, va di pari passo con la capacità del piccolo di sopportare, prima, e di utilizzare in seguito la disillusione.”

Quindi anche rispetto all’allattamento. Prima si allatta e poi pian piano si penserà a staccare il bambino, a svezzare… se penso a quanti impedimenti, quanti ostacoli anche da parte delle famiglie alle mamme che scelgono di allattare… i giudizi, le parole… Concordiamo, non c’è dubbio. Concordiamo sul valore della relazione di accudimento.

“Il valore della cura parentale nello sviluppo e potenziamento delle emozioni e delle capacità cognitive”, dice la Tanda. “Ci sono risorse strutturate predisposte dalla USL per il sostegno all'allattamento materno. Fattori che ostacolano però ce ne sono molti. Fattori ambientali e culturali in materia di allattamento, il tempo a disposizione, per esempio, il congedo maternità retribuito o non retribuito, gli aiuti e il sostegno di nonni e mariti o compagni alla puerpera; il setting rigido e predefinito di allattamento, i minuti contati dell'attacco, la doppia pesata; il ritmo sonno-veglia della madre e del neonato; lo stato di salute del bambino, le situazioni personali e familiari delle neo-mamme. E ancora… lo spazio mentale della mamma e della coppia che, se organizzato rigidamente, condiziona il successo dell'allattamento materno e quindi dello sviluppo psicologico del neonato.”

Messa così, allattare diventa un’impresa!

“Ci sono gli Spazi Mamma. In un tempo in cui la gravidanza viene medicalizzata e sottoposta a controlli individuali privatistici appare strano se lo Spazio Mamma riporta alla naturalità della dimensione gruppale di condivisione dell'esperienza di relazione materna con il neonato attraverso l'allattamento. Si crea una situazione permanente di condivisione tra pari dell'esperienza e del suo divenire.

Gli operatori appaiono come facilitatori: ostetriche, psicologa, mamme dell'associazione “Latte di Mamma”. Non solo per il primo figlio ma anche per e con le secondipare. Le madri al secondo figlio possono essere un riferimento per riorganizzare lo spazio mentale e il sistema familiare. Si organizza in tal senso con uno specifico gruppo di sostegno parentale permanente.

La presenza delle donne di altre culture è altrettanto importante. Se in anni passati le donne di culture differenti dalla nostra esigevano uno spazio quasi separato e quindi individualizzato per l'allattamento, attualmente la presenza delle donne è in contemporanea con le altre mamme.”

Come funziona lo Spazio Mamme?

“Diciamo che tutti i giovedì lo Spazio Mamme accoglie dalle ore 09,00 alle ore 13,00 le mamme ma anche i babbi, le nonne, i nonni, le amiche, preferibilmente con il neonato, preferibilmente prima della poppata prevista in mattinata. L'accoglienza in primo ingresso è guidata dalla compilazione di scheda/diaria puerperio, individuale che riporta notizie della mamma del neonato e della situazione familiare e che le operatrici aggiornano in ingressi successivi. Vengono individuate le motivazioni di accesso. Viene monitorata la seduta di allattamento apportando se necessario gli accorgimenti utili a rimuovere fattori che ostacolano la condizione di serenità utile per l'allattamento. Viene condivisa tra operatori la decodifica della domanda di aiuto e le risposte e i suggerimenti che maturano nella fase conclusiva della seduta. La seduta si conclude quando tutte le mamme hanno terminato con soddisfazione del bambino la poppata.

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Le mamme si confrontano e si supportano alla pari. Riflettono sulle rispettive preoccupazioni e si rassicurano. Spesso si organizzano per incontrarsi in altri contesti. L'assistenza dell'ostetrica e quella psicologica si attivano equamente nell'accoglienza e nell'ascolto della donna al primo accesso. Tutto ciò che riguarda il processo fisiologico dell'attaccamento, e dell’accudimento, viene monitorato dall'ostetrica, che prudentemente si sintonizza con la richiesta di aiuto e nel caso di difficoltà particolari della mamma promuove l'aggancio per favorire altri interventi specifici di cura (mamma e/o bambina/o).

La condivisione di problematiche dolorose da parte della mamma può avvenire nel contesto della prima seduta o successivamente allo scambio di comunicazioni presentate dalle singole mamme o da più mamme. In taluni casi si valuta di monitorare e approfondire la situazione offrendo più tempo individualizzato all'ascolto della mamma/coppia e all'osservazione della relazione con il bambino.”

Un’esperienza non solo ‘ a due’, anzi… come psicoterapeuta di gruppo non posso evitare di approvare questo allattamento ‘allargato’. Per quanto tempo, a parer tuo, è importante allattare?

“Il seno della madre è un buon ristorante di lusso dove trovarsi a mangiare in un tempo sufficientemente adeguato a soddisfare bisogni primari che devono essere riconosciuti dalla mamma. Ognuno di noi provi ad andare a mangiare in un ristorante di lusso in un tempo velocizzato a causa di agenti esterni che premono! L'aperitivo analcolico, ovvero la primissima fase dell'allattamento; sedazione con abbiocco della fase del bisogno, pulizia e ripresa delle fasi mature/impegnative dell'attacco, fino alla fase finale di rilassamento ed eventuale addormentamento. Le difficoltà/fatiche maggiori che impegnano i genitori nelle prime sei o sette settimane di vita. Ma il bello può durare anche due anni… o quanto lo desiderano la madre e il suo bambino.”

Grazie Tonina Michela Tanda e buon lavoro!


Nell’immagine di copertina, la “Tempesta” del Giorgione, un classico dipinto che ci rimanda all’allattamento come relazione con il corpo, la madre, la natura (e anche il maschile che qui osserva e sembra prendersi cura).

 


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