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Malefica o Benefica: luci e ombre del femminile

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Malefica o Benefica luci e ombre del femminileBenefica: l’opera della Luna

di Valeria Bianchi Mian

Ogni Madre è stata Figlia, prima di tutto, prima di mettere in atto le Ombre del Principio Femminile e perpetrare eventuali danni che fanno del filo matrilineare un legame ancora troppo spesso, in ancora troppe realtà familiari, distruttivo e soffocante. Nella dinamica tra Demetra e Persefone, sin dagli albori del rapporto tra la genitrice e la sua creatura, è consacrata la difficoltà del distacco. L’incontro con il Principio Maschile nelle storie delle pazienti donne che incontriamo nei nostri studi non è sufficientemente creativo da lasciare che Core possa crescere fuori dal girotondo tra Ade e la Madre.

Nel rapporto di forze che emerge dal racconto di Malefica e di Aurora che Valentina Marra mi ha spedito, ritrovo l’eco di un brano che ho pubblicato un paio di anni fa nel sito cultural-letterario Nazione Indiana - Opus Lunae (L’albero delle madri in quaternio) | NAZIONE INDIANA. Si tratta di un lungo scritto in prosa poetica dedicato all’archetipo della Madre. Ne estraggo alcune righe per introdurre lo scritto della Dottoressa Marra in questa nostra comune neonata rubrica.

La cicatrice ora duole, se con l’indice ne premo i lembi tracciati in rosa antico. È la linea frastagliata di una battaglia che non avrà mai fine. È la nostra comune ferita, la feritoia del differenziarsi nel Tu e nell’Io tra le grandi labbra.

Carl Gustav Jung ci dice, in base alla moderna esperienza medica, che l'inconscio  femminile genera una simbolica a grandi linee compensatoria rispetto a quella maschile. Citando l’alchimista Pordage, lo psicologo analista scrive che il Leitmotiv delle donne sarebbe non tanto la tenera Venere quanto piuttosto il Marte di fuoco, un Principio Maschile pericoloso, certamente, e non tanto la Sophia quanto Hecate, Demetra e Persefone o la Kali matriarcale dell'India meridionale nel loro aspetto più chiaro e più oscuro." (C.G. Jung, La psicologia della traslazione – pag.177 e 185).

Dobbiamo necessariamente fare i conti con l’Ombra per integrare la nostra alterità. La nerezza della Madre è la nostra stessa Malefica.

La Venere dell'artefice femmina, della donna che si mette in discussione in un percorso individuativo e comincia il viaggio della coscienza, è "signora della Morte e della Vita", una Venere "Melenide ("la nera")", "Scotia ("l'oscura"), Androfone ("omicida") e anche, secondo Plutarco, Epitimbria ("delle tombe")" (R. Graves,  I miti greci – pag.62) .

La nostra Venere nera è da umanizzare, da digerire, da riconoscere. L'umanizzazione dell'Ombra specifica del femminile, non più commista a quella dei falli (ctonio e solare), è il percorso necessario prima della congiunzione, ci dice la junghiana Silvia Di Lorenzo (La donna e la sua Ombra. Maschile e femminile nella donna di oggi). 

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Riconquistare l'istinto del serpente, per fare un esempio che sia indicativo, è utilizzare il suo sangue freddo, necessario a bruciare i ponti con il passato per procedere oltre, verso il significato nella menzogna; è agire il bacio viperino che uccide i legami obsoleti e i giochi di ruolo, dirigendosi verso Sophia, la divina e autonoma: "Il serpente non più schiacciato sotto il piede della Madre Buona, perché il serpente è Eva stessa", conferma Roberto Sicuteri in Lilith, la Luna Nera.

Lilith è l'archetipo del femminile ribelle: demonica, perché assume su di sé la rabbia  dovuta all'incomprensione  di  Adamo; insofferente alla supremazia solare, lei non si limita, come Eva, ad ascoltare i sussurri del male trasformativo ma diventa essa stessa terrore   allo stato brado, assassina dell'opposto e dei suoi discendenti, abortiva e infanticida: " la sua natura è dunque astuta, come il serpente", scrive Sicuteri, "la sua sapienza di demone è grande, ma perciò grande è anche la sua sofferenza. Aggiungendo conoscenza, Lilith aggiunge sofferenza, che peraltro accetta."(Sicuteri R.) 

Il  legame da ricucire, forse un giorno ricucito, tra donna e donna è la Linea Materna della quale ci parla con orgoglio e tenerezza la psicanalista americana Naomi R. Lowinsky in The motherline (Every Woman's Journey to Find Her Female Roots, Fisher King Press)

"La Linea Materna è un nome per quel modello - per l'unità di corpo e psiche, per l'esperienza di continuità tra donne. Penso ad essa come ad un organizzatore centrale nella psiche delle donne, che collega a noi l'antico terreno di procreazione femminile. (...) Le donne sono i veicoli della specie, la via d'accesso alla vita. Anche se una donna può scegliere di non avere figli o non riuscire a farne, ogni donna è nata da una donna, e nata nella potenzialità di donare la vita. Ogni donna in vita è connessa a tutte le donne che hanno vissuto attraverso i rami e le radici della sua particolare famiglia e cultura. Noi tutte emergiamo dall'antica linea delle madri."

"La luna cresce e svanisce e cresce ancora. Sono così diversa da mia madre, dalle mie figlie, ma ancora  sono la stessa cosa." (Lowinsky N.R.)

Le proiezioni dell'Ombra femminile sono sfumature delle nostre stesse Ombre e noi donne dovremmo imparare a superare il fastidio, il senso d’inadeguatezza, la rabbia che alcune "altre" ci suscitano. Imparare a capire perché quella particolare donna ci regala emozioni nel bene e nel male, è riconoscere un pezzettino di noi stesse, è prenderci cura del Principio Femminile. Purtroppo, troppo spesso, nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana incontriamo donne che ci fanno lo sgambetto. Donne che criticano altre donne perché le ritengono troppo o troppo poco. Troppo sguaiate, troppo libere, troppo poco libere, troppo rigide, troppo superficiali o magari stupide, troppo attaccate all'estetica, troppo trascurate, troppo femmine, troppo poco femmine, troppo religiose, troppo progressiste. Per molte donne, le altre non andranno mai bene. Che siano le nuore o le suocere, le conoscenti, le colleghe, le compagne di classe, le amiche del gruppo sportivo, le immagini del femminile patinato, le ragazze dei fatti di cronaca, capita almeno una volta nella vita, a tutte noi, di pronunciare la famigerata frase che comincia con: "Quella, beh... “.

A volte, siamo noi stesse ad allungare il piedino con nonchalance per far inciampare la malcapitata di turno. Anche tra amiche carissime occorrono momenti di tensione, sale la nebbia e poi si dirada senza che le protagoniste della storia comprendano i motivi del reciproco allontanamento. Ci si avvicina come in danza, senza capire; ci si allontana, senza capire. Cominciare a considerare le Ombre (preferisco utilizzare il termine al plurale) ci permette di conoscere la nostra Lilith, la sorella ctonia, terrena, densa di emozioni con tutta la sua ricchezza. L'unione di nature omogenee, il connubio tra gli aspetti della stessa natura è lo stadio preliminare all'unione simbolica tra i due opposti, nota Carl Gustav Jung in La psicologia della traslazione, pag. 211, nota 36 e pag. 60, nota 13. 

A livello individuale e sociale, ogni qual volta i ruoli e le voci delle donne sono separati eppure commisti nell'indifferenziato inconscio, è necessario compiere un'operazione di differenziazione e ricucitura che per le ricercatrici dell'anima ai giorni nostri significa fare i conti con le proprie Ombre. Vale per tutte le donne. Perché ogni volta che una donna dice: "Lei ... " è meglio che si guardi allo specchio e accolga in se stessa l'altra. L'arricchimento è inevitabile.

 

Malefica: il volto oscuro del femminile

di Valentina Marra

Aurora: Tutte le altre fate volano, perché tu no?

Malefica: Avevo le ali, ed erano forti, ma mi sono state rubate.

C’erano una volta due regni: quello degli uomini e quello della brughiera, in perenne lotta fra loro. Nel mondo della brughiera, fatato e oscuro, viveva Malefica, una dolce bambina con corna e ali. La piccola conosce Stefano, un suo coetaneo che, con grande coraggio e ardore, entra nella brughiera per rubare una gemma.

I due crescono e la loro amicizia lascia il posto all’amore. La guerra fra uomini e creature fatate continua senza sosta e la giovane Malefica combatte per la sua terra. Nel frattempo Stefano, spinto dall’ambizione di diventare re, tradisce l’amata. Il re Enrico, ferito in battaglia da Malefica, decide di cedere il trono a colui che avesse il coraggio di vendicarlo.

Stefano, invece di uccidere Malefica, le taglia le ali. Quel taglio lacerante spezza, rompe un legame. La fata diverrà assetata di vendetta; vuole ferire Stefano e ne farà le spese la figlia Aurora, sulla quale Malefica scaglierà la nota maledizione:

“La principessa crescerà in grazia e bellezza, amata da tutti coloro che la circondano. Ma… prima che il sole tramonti sul suo sedicesimo compleanno, ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio, e cadrà in un sonno mortale! Solo il bacio del vero amore potrà spezzarlo e nessun potere ultraterreno potrà annullare il maleficio!”.

La bambina è quindi affidata alle tre fate – Giuggiola, Fiorina e Verdelia – ma esse si rivelano incapaci di prendersene cura. Sono goffe e sbadate. Malefica, per evitare che la piccola muoia di fame o per altre sventure, inizia a darle da mangiare e a prendersene cura di nascosto. Man mano che Aurora continua a crescere, le premure di Malefica aumentano, finché le attenzioni verso la ragazza, dapprima puramente opportunistiche, cominciano a trasformarsi in amore materno. E sarà proprio l’amore vero a risvegliare Aurora dal lungo sonno… l’amore di una madre, donna, dea.

Ma chi è Malefica?

Due sono i regni. C’è quello fatato, per dirla con Hillman. C’è il Mondo Infero, e c’è quello umano, solare. Malefica è la creatura del mondo magico, una fata dalle grandi ali, simbolo che riemerge da una divinità che era adorata 5.000 anni a.C. - la Dea Madre o dea uccello. La caratteristica principale dell’antica dea era la forma, il suo essere uccello.  Dagli studi di Marija Gimbutas, archeologa, è possibile rendersene conto. La Gimbutas ritrova molte statuette votive con le ali, il becco e talora le zampe, alle quali si accompagnano spesso attributi simbolici legati alla gestazione e alla generazione come il ventre gravido e i seni colmi di latte, simbolicamente legati al nutrimento.

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La Grande Madre contiene una duplice natura, quella della madre che accoglie e della “madre terribile” che divora.

Scrive Jung: “La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto, ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi di trasformazione, della rinascita; l’istinto o impulso scorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti, ciò che divora, seduce, intossica, ciò che genera, angoscia, l’ineluttabile.”  

La dea Madre primitiva era, infatti, sia buona che cattiva, proprio come lo è la Natura, la quale può ristorare, avvolgere piacevolmente, farti commuovere dalla bellezza e dal suo profondo sentimento, ma ha in sé un potere distruttivo.

Torniamo alla maledizione di Malefica, la donna, la fata, la strega, colei che spinge Aurora, bianca e pura, a pungersi sull’arcolaio. Vani i tentativi di Re Stefano di far distruggere tutti i fusi del regno, racchiusi in cima a una torre, sospesi nel tempo e nello spazio. Aurora è chiamata a seguire il richiamo dell’arcolaio.

L’immagine dell’arcolaio evoca le tre Moire, coloro che tessono la trama della vita. Nella Teogonia di Esiodo compaiono due volte: come figlie della Notte e come figlie di Zeus e Temi. Personificazione del destino ineluttabile. Cloto filava lo stame dell’esistenza, Lachesi lo avvolgeva sul fuso e stabiliva quanto del filo spettasse a ogni uomo e Atropo, dal greco Atropos, l’ineluttabile che, con lucide cesoie, lo recideva.

Aurora è chiamata al suo destino, nessuno può sfuggire ad Ananke, neanche gli dei.

Si pungerà il dito.

Attraverso il sangue, il rito si compie. Il sangue è sede della vita. Si pensi solo alla presenza del sangue nella liturgia cattolica dell’ostia, ai giuramenti di sangue che sancivano un’appartenenza, ai duelli all’ultimo sangue. E si pensi, infine, alle numerose evocazioni del sangue nei testi sacri costitutivi della nostra cultura. Nella Bibbia il sangue è alla base del patto dell’Alleanza, quando Dio impone ad Abramo di procedere alla circoncisione del suo futuro figlio, legame che si sostanzia in un versamento di sangue, instaurando così una prassi perpetuata nei secoli.

Erich Neumann nella sua opera Storia delle origini della coscienza spiega come lo sviluppo psico-biologico del Femminile comprenda il simbolismo del sangue. Attraverso il sangue, la terra si fertilizza, la bambina diventa donna tramite la mestruazione. Il sangue è anche latte, nutrimento, il fondamento dei misteri primordiali della vita.

Per Aurora, la ferita diviene feritoia, lo squarcio attraverso cui entra la luce e proprio attraverso un sonno iniziatico sarà condotta alla nuova vita di donna, ma non senza l’incontro con il maschile.

Il bacio è quello del giovane principe e poi della Madre-Malefica. Così come accade a Malefica: sarà infatti il suo corvo-umano, Fosco, che la condurrà a se stessa.

Ogni fanciulla ha l’arduo compito di ripercorrere il cammino di Proserpina, strappata a sua madre Demetra dall’oscuro Ade, re degli inferi, che la trattiene come sposa per la metà fredda dell’anno restituendola alla madre nei mesi generativi.

Fino a quando…

 

 

 

 

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