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Contemporaneamente - Luci ed ombre del Millennio

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Non è mai troppo tardi per farsi un'infanzia felice

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” è una constatazione che mi rimanda al viaggio nella storia vissuta da ogni paziente in psicoterapia quando lui, o lei, comincia a riflettere su se stesso nel percorso individuativo;  mi riporta al senso del tempo per i tessitori e per le tessitrici di storie, perché nella scrittura – di un racconto, di un romanzo, soprattutto se il tema riguarda le relazioni umane – si procede sia in avanti che indietro.

Si diventa adulti soltanto tenendo per mano quel bambino che rischierebbe di farci perdere per sempre la strada di casa se non lo ascoltassimo.

non e mai troppo tardiOggi danzerò tra gli spunti che una frase mi sta offrendo. Lo scrittore Tom Robbins non mente, quando afferma il concetto espresso dal titolo dell’articolo e la mia cara amica Valeria, che è una donna molto creativa, ha scelto la suddetta frase come motto, trasmettendola anche alla sottoscritta attraverso una delle magliette che disegna e regala alle persone a lei care nelle occasioni speciali.

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” è una constatazione che mi rimanda al viaggio nella storia vissuta da ogni paziente in psicoterapia quando lui, o lei, comincia a riflettere su se stesso nel percorso individuativo. La frase di Robbins mi spalanca scenari alchemici, l’operare dell’individuo al di là della “Persona” indossata nel proprio agire quotidiano – il ruolo fisso, la maschera - a partire dal momento in cui il suddetto paziente arriva - stanco e provato dalle esperienze di vita - a bussare alla porta dello studio.

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” mi riporta al senso del tempo per i tessitori e per le tessitrici di storie, perché nella scrittura – di un racconto, di un romanzo, soprattutto se il tema riguarda le relazioni umane – si procede sia in avanti che indietro, come danzatori sul filo che è trama e ordito, il “passato e presente che va e che viene” (cito Anne Anceline Schutzenberger, fondatrice dalla Psicogenealogia). Mi rimanda ad alcuni bellissimi laboratori condotti da colleghi e colleghe sul tema del “transgenerazionale”, al lavoro di cucitura degli strappi atavici, al riempimento dei buchi lasciati aperti dai bisnonni e dai nonni nella corteccia dell’albero genealogico di ogni neonata creatura.

La mia formazione come psicodrammatista mi ha portata ad approfondire i temi relativi alle generazioni, alle storie di famiglia, alle memorie che si attualizzano come “qui e ora” in quelle che noi definiamo “scene virtuali”, nelle quali per esempio si fanno rivivere le emozioni e i sentimenti che attribuiamo ai nostri avi – persino quelli che non abbiamo mai conosciuto! Un ricordo su tutti: il paziente “doppia diagnosi” nella comunità per il trattamento delle tossicodipendenze che “gioca” (in psicodramma il gioco è la rappresentazione stessa) un momento chiave, il trauma della vita infantile del proprio nonno, ormai defunto, ovvero la morte della propria madre (bisnonna dello stesso paziente).

 

Non potrei dire con certezza se sia nato prima l’uovo o la gallina, poiché da sempre mi appassionano le narrazioni autobiografiche e biografiche, i segreti celati nei giardini delle case avite che pulsano nei meandri dell’anima delle persone con le quali entro in relazione - i pazienti, certamente, ma non solo.

In un articolo di qualche anno fa scrivevo alcune considerazioni circa i familiari dei malati di demenza, poiché tra le altre cose conduco gruppi con i caregiver presso alcune RSA piemontesi: “Che si tratti di Alzheimer, di demenza senile o di un’altra patologia, i familiari sono stati e sono coinvolti nel processo degenerativo che ha colpito un congiunto appropriandosi pian piano della sua personalità, delle sue memorie, delle sue abitudini, della sua vita. Sono proprio i membri di ogni famiglia a dover portare la ‘memoria dell’albero’, ad occuparsi della cura di quel filo rosso affettivo e simbolico che attraversa le generazioni e le connette conservando il passato per guardare verso il futuro.” (Bianchi Mian V., in “Anamorphosis”, Ananke Edizioni, 2011).

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Se la memoria è perduta, non è detto che lo siano le emozioni sottese ai ricordi fuggiti via. Persino nei pazienti gravemente compromessi si notano tracce di un’infanzia che non abbandona mai del tutto la persona, anzi… sembra riprendere il filo del discorso, seppur in maniera non consapevolmente “felice”. Il gusto per il cioccolato, la carezza, la risata, il nome “mamma” che ritorna sulla punta della lingua e diventa il modo di appellare chiunque, l’amore per la nenia e la ninnananna.

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” è un ballo da condividere. Un altro esempio mi salta subito in mente: con la scrittrice Emma Fenu sto curando un’antologia di racconti - siamo alla fase di raccolta – sul tema della casa come luogo dell’anima. si tratta di immagini nate dalla penna di una quindicina di scrittrici italiane contemporanee. Sono storie di stanze e oggetti che richiamano il passato per riattualizzarlo nella creazione recuperando riportando alla luce rivivificando eventuali mancanze, vuoti di memoria, ricordi.

 

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” è anche un po’ ammettere di essere giunti al punto in cui nella propria vita occorre prendersi cura di se stessi e seguire la propria strada. Un po’ come sta facendo questa mia amica, l’omonima Valeria, che da pochi mesi ha aperto finalmente l’attività culinaria dei suoi sogni. La ricerca individuativa non ha limiti di età, anzi: come Jung stesso ha più volte sottolineato, è a partire dalla seconda metà della nostra esistenza che possiamo avviare ancora meglio il cammino, la danza che si muove in avanti e indietro tra gli opposti psichici, quelli che fanno di noi gli esseri complessi che siamo. La ricerca la coscienza ci può accompagnare sin da piccoli o può risvegliarsi a un certo punto della vita. C'è chi non arriva mai a udire il campanello, a sentire la spinta alla partenza, ad alzarsi al suono del corno, della tromba dell’angelo del Giudizio (un’immagine ben rappresentata, per fare ancora un esempio, dall’arcano numero XX dei tarocchi). Se parte il segnale, io vi auguro di non confondervi tra i poveri di spirito e di anima che si perdono prima di trovarsi. Provate a conoscere il Puer e la Puella creativi, i vostri bambini interiori che dormono o gridano dietro gli strati di polvere accumulatasi negli anni sulla “Persona” che fino a quel momento è stata troppo occupata a farsi accogliere nel mondo attraverso le attese altrui.

A me, per fare un altro esempio, piace tanto giocare, e di fatto gioco nei diversi laboratori espressivi che conduco con tecniche che vanno dal disegno alla drammatizzazione. Giocare è un’attività necessaria ai bambini e agli adulti. Prossimamente giocherò con “i grandi” e li farò giocare insieme all’artista Maura Banfo in “Zoometrie” – laboratorio del 20 febbraio 2018 presso la Libreria Trebisonda di Torino. Creare maschere a partire da idee e ricordi letterari, da visioni animali interiori e condivise con il gruppo di partecipanti.

Per iscriversi all’evento: trebisonda Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure tel. 011 7900088

“Non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice” è un concetto ben noto ad Alejandro Jodorowsky. Sono andata a vedere il suo nuovo film “Poesia senza fine” (2016). Nonostante il lavoro di questo – diciamolo – genio giri sempre intorno a lui stesso, moto circolare che connette la regia alla scrittura, tutto ciò che viene partorito dalla sua fervida immaginazione riguarda ognuno di noi, perché Jodorowsky mastica e ricrea i simboli universali dell’inconscio collettivo come un bambino succhia il latte dal seno della madre. Anche in questo caso, la pellicola autobiografica tocca temi che ricreano le immagini del Senex e del Puer, dell’Anima tessitrice pronta a connettere i due poli opposti. Vero e proprio romanzo di formazione per immagini, “Poesia senza fine” racconta le avventure di un Alejandro adolescente e, poi, giovanotto desideroso di seguire la strada della poesia in opposizione al padre autoritario, psicologicamente violento e sordo al desiderio dell’altro, che lo vuole medico a tutti i costi. La poesia è roba “da omosessuali” dichiara il genitore, senza possibilità di appello. Il giovane Alejandro se ne infischia e parte verso se stesso, incontrando Muse ispiratrici maschi e femmine: Enrique Lihn, Stella Díaz Varin, Nicanor Parra, figure reali che nel film diventano rappresentazioni degli archetipi chiave, elementi immaginali di una potenza inaudita.

Si diventa adulti soltanto tenendo per mano quel bambino che rischierebbe di farci perdere per sempre la strada di casa se non lo ascoltassimo.

È un paradosso vitale.

Ce lo spiega Jodorowsky, il quale, alla soglia dei novant’anni, può dirsi artista totale – regista, disegnatore, scrittore, sognatore, esperto di arcani maggiori e minori, terapeuta e poeta, briccone ingannatore – che riesce a coinvolgere un vasto pubblico con una sorta di psicodramma che mette in scena i propri “rami” e li porta al centro della storia di famiglia. Il regista conduce due dei suoi quattro figli come “Io ausiliari”, e lo fa in qualità di Doppio (la voce dietro le spalle, il suggeritore nel gioco psicodrammatico) perché i due recitano – uno nella parte del nonno, l’altro nel ruolo del giovane Alejandro – e, tutti insieme, ricuciono la cesura, il taglio che l’autore ha dovuto operare nella “linea paterna” per potersi differenziare. Il taglio in questione è stato così netto da aver generato altri mondi, ma adesso – intuendo forse l’arrivo della fine che ci accomuna tutti – Jodorowsky può permettersi di riprendere quel filo che lo ricollega alla propria infanzia.

Geniale, senza dubbio. Un vero atto psicomagico!

Non è mai troppo tardi.

E voi?

Che cosa state aspettando?

 

 


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