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Sui social alla Salvini: guida agli effetti della psicologia dell'algoritmo

guida agli effetti della psicologia dellalgoritmoQualche giorno fa Maura Gancitano ha postato su Youtube un'articolata riflessione sul mondo degli algoritmi dei social, partendo dalle mosse strategiche di comunicazione del segretario della Lega Matteo Salvini. Una riflessione che ha toccato vari aspetti cruciali della comunicazione persuasiva attuata dallo staff del politico e che, inevitabilmente, investe la vita sociale del paese: tutti sono sui social media e questi stanno sostituendo le piazze virtuali televisive della comunicazione politica di qualche anno fa. Raccolgo l'input della Gancitano e mi aggancio con altre riflessioni.

Come psicologo, di fronte ad un qualsiasi comportamento - di gruppo o dei singoli - mi domando le motivazioni che ne stanno alla base. Perché le persone stanno sui social? Partiamo da quanto è emerso da una ricerca dell'azienda di social media intelligence Blogmeter che lo scorso aprile ha diffuso il suo report, ripreso da vari organi di informazione e siti web. Basata su interviste - quindi con la tara della consapevolezza e dello spirito collaborativo degli intervistati - ma alcuni dati sono indicativi.

Il popolo dei social media li usa per scrivere e commentare (45%) o semplicemente per leggere i contenuti altri (42%). Molti di meno (13%) scrive post originale senza badare a quelli degli altri. Ma, come nota Riccardo Esposito su mediabuzz.it, anche "i social sono essenziali per farsi trovare nel momento giusto, quando le persone hanno bisogno di te".

Una sorta di Elencotelefonico 2.0, un luogo in cui essere almeno presenti con una boa digitale.

A titolo di esempio, aggiungerei a queste motivazioni dichiarate dagli intervistati, delle altre come la fame di presenza generata da un'ansia inconsapevole dettata da condizioni di solitudine sostanziale, il bisogno di farsi conoscere per necessità di lavoro (selfmarketing), necessità di affiliazione/identificazione e sicuramente molto altro ancora.

È intuibile che lo spostamento del desiderio di partecipazione, una volta appannaggio della tv che gestiva una platea passiva, ha innescato un riposizionamento di tutti gli strateghi della comunicazione che hanno dovuto far fronte al nuovo scenario. Gli spin-doctor sono quei professionisti che hanno assolto a questo compito e la Gancitano ne fa cenno. Lo spin-doctoring, infatti, è "l'attività esercitata dai politici, per lo più attraverso consulenti, che consiste nel comunicare le cose in modo favorevole a se stessi e cercando di nuocere ai propri avversari dando «l'effetto» alle informazioni, come si fa con la pallina nel tennis" [Bosetti, 2007]. Quindi è chiaro che la comunicazione è lo strumento della persuasione e i social ne hanno favorito la crescita dell'importanza. Gli spin-doctor lo sanno e ne approfittano, come del resto fanno da anni pubblicitari ed esperti di marketing.

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L'Opinione Pubblica, tanto inseguita dai politici e tanto manipolata dai persuasori, è qualcosa di fragile, a forte connotazione culturale, e riflette il grado di maturazione di una società. A livelli più alti di capacità critica e di partecipazione civile corrisponde un più alto grado di maturità democratica. Purtroppo, la capacità critica si esercita anche in base alla correttezza delle informazioni che abbiamo a disposizione.

Chi desidera persuaderci userà la comunicazione, ma chi sa che abbiamo una buona capacità critica allora preferirà lavorare sulla disinformazione perché, come umoristicamente recita una delle leggi di Murphy: "Se non puoi convincerli, confondili". E così accade.

Chi dovrebbe limitare questa disinformazione dovuta a queste strategie attuate sui social dal alcuni politici? Ma naturalmente i giornalisti. O meglio, gli organi di informazione che però - in particolar modo in Italia - hanno fatalmente dimenticato l'implicito contratto fiduciario tra la società e la stampa secondo cui "la prima premessa del giornalismo è che chi si occupa delle notizie è delegato da altri a compiere questo lavoro (...) Ciò implica altre tre premesse, ovvero che le informazioni devono essere diffuse quanto più rapidamente possibile, nel modo più comprensibile e devono essere vere fino a prova contraria" [Paolillo, 2017]. Infatti, come nota Flavio Ponzo già nel 2011, "Alienati dai mezzi di comunicazione di massa tradizionali - imbavagliati e maldestri - delusi da vent’anni di Berlusconismo conditi da un’opposizione patetica, gli italiani hanno sposato i social media con un entusiasmo e un’energia prodigiosa".

Un altro fenomeno fondante il tipo di persuasione/comunicazione che stiamo esaminando è frutto di quello che già i latini esprimevano con l'adagio "repetita iuvant": si sa che un'affermazione anomala ascoltata una prima volta appare tale, ascoltata una seconda sembra meno, ascoltata molte volte la diamo per acquisita. Poi, se a questa affermazione si aggiungono i commenti positivi e di condivisione di altri, allora la prenderemo per buona fino ad una sua palese smentita (e anche allora saremo molto diffidenti sulla possibilità che possa non essere vera). Non solo.

Dal momento che qualcuno comincia ad approvare e condividere, secondo il principio della riprova sociale, si verifica che "la tendenza a considerare più adeguata un’azione quando la fanno anche gli altri normalmente funziona bene (...) oppure definibile come quanto più vasto è il numero di persone che trova giusta una certa idea, tanto più giusta è quell’idea" [Oliverio Ferraris; 2010].

Una volta che gli spin-doctor hanno creato lo pseudo-evento innescando la polemica, l'affermazione eclatante o la notizia bufala si avvita in quel fenomeno definito profezia auto avverante: "secondo questo principio una cosa percepita come reale diventa reale nelle sue conseguenze, Un evento costruito non ha più bisogno di giustificarsi se ha conquistato l’attenzione del pubblico (…) La sua forza risiede nel potere che esercita sul campo, non nella sua veridicità o nel suo intrinseco valore" [Oliverio Ferraris, ib.]. Questi fenomeni vengono giustamente sottolineati proprio dall'analisi di Maura Gancitano a cui abbiamo accennato in apertura.

Tirando le somme, la comunicazione politica fatta sui social tende quasi sempre a persuaderci di qualcosa, a guidare il "sentiment" verso una certa posizione favorevole a chi prova a gestirlo. Si può resistere a questa azione? Naturalmente si.

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Coltivare lo spirito critico è un ottimo antidoto, come anche mantenere una buona dose di scetticismo. Ma, forse più importante di tutte proprio per la dinamica degli algoritmi che sottendono ai social, evitare di entrare nelle polemica aiuta ad attenuare e spegnere le stesse: i social media, con le loro chat e i loro tweet, non sono strumenti adeguati per argomentare e aiutano solo a generare traffico e facili consensi ai dispensatori compulsivi di like ed ai polemisti a prescindere. Le trappole di politici, spin-doctor e persuasori si possono evitare.

 

Bibliografia

  • Bosetti, G.; "Spin"; Venezia, 2007; Marsilio Editore
  • Oliverio Ferraris: "Chi manipola la tua mente"; Firenze, 2010; Giunti Editore
  • Paolillo. S.; "Psicologia dell'informazione e del giornalismo"; Chieti, 2017; Psiconline

 

Sitografia

 

 


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