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Una storia speciale, per un profugo speciale

un profugo specialeTutti i giorni ci capita di ascoltare o leggere storie di profughi. Ora, dopo gli accordi dell’Italia con Libia e Niger, sono ovviamente tutte storie tragiche.

E sembra che la gente scopra solo adesso quanto sono terribili le situazioni che i profughi hanno dovuto affrontare, sopra tutto in Libia. Invece no.
Morte e torture, sono presenti da anni, e sono emerse in maniera un po’ più chiara fin dal 2014.

Personalmente da tutti quelli che arrivano nei centri dove lavoro, fin dal primo incontro mi faccio raccontare la loro storia, sia che io sia lì come medico che come psicologa. Mi sembra importante tracciare fin dall’inizio l’Identikit culturale della persona che ho davanti, per stabilire un rapporto che poi andrà avanti per almeno un paio di anni.

In questi giorni ho incontrato un ragazzo di 25 anni, Mohamed, proveniente dalla Guinea Konakry. Quello che mi ha colpito della sua storia è stato questo: lui, come tutti, è stato imprigionato in Libia, per cinque mesi.
“Come hai fatto a venire via”, gli ho chiesto.
“Ho pagato” mi ha detto. “Ma non con i miei soldi. Nessuno della mia famiglia avrebbe potuto darmeli. Mio padre era stato ucciso molti anni fa e mia madre è morta durante l’epidemia dell’ebola. Io avevo fatto il viaggio insieme a un amico senegalese, che si era fatto inviare i soldi dalla famiglia. Nel frattempo però il mio amico è morto, in prigione, e quando ci hanno avvisato che erano arrivati dei soldi per lui, io ho preso il suo nome, così hanno dato i soldi a me.”

Sul momento sono rimasta un po’ stupita, mi era sembrata una cosa un po’ difficile da gestire. Evidentemente i carcerieri libici non distinguono un africano dall’altro. Poi ho pensato a tutto quello che doveva essere passato per la testa di Mohamed, quando ha deciso, in pochi attimi, di prendere il nome del suo amico ormai deceduto, al quale i soldi non sarebbero comunque mai andati.

E così Mohamed ha salvato la sua vita.

Alla fine, anch’io ho riflettuto un po’ e poi gli ho detto:
“Bravo!”

E bravo Mohamed lo è davvero. Parla italiano molto bene ed ha una storia disperata alle spalle. Era partito nel 2016 con il fratellino di quindici anni, che, una volta arrivati a Tripoli era scappato ed era andato per conto suo.

E dopo sei mesi Mohamed ha saputo che il fratello era morto in mare, durante un naufragio. Padre, madre, fratello… che non ci sono più, e un paese al quale non può più ritornare.

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E’ venuto dal medico perché da tanti giorni ha dolore alla testa, non dorme, pensa sempre al suo passato. E come farebbe a non pensarci ?
Molti colleghi medici che conosco gli avrebbero dato una tachipirina e tutto sarebbe finito lì. Io invece sono rimasta colpita da questo scambio d’identità che alla fine ha permesso almeno a uno dei due di salvarsi e gli ho detto:
“Torna più tardi, così mi spieghi tutto bene”.

Ho ammirato la sua forza d’animo, la sua intelligenza.
E’ uno dei pochi che è andato a scuola e parla bene la lingua del paese che lo ha accolto. Aveva anche un lavoro, al suo paese faceva il meccanico e ora sta impegnandosi a fare lo stesso lavoro in Italia. Va dai proprietari di officine, direttamente, e chiede.
Spero che prima o poi qualcuno lo assuma.

Ecco allora la differenza fra leggere una storia e riviverla insieme al paziente.

Io mi sono rivista tutto il suo viaggio, con l’amico senegalese e il fratello, i suoi mesi in prigione, le torture e le sofferenze cha ha patito. Il dolore per il fratello che è scappato e che non ha più rivisto. Il suo prendere il nome dell’altro, ormai deceduto, per rimanere vivo.
E mi ha dato anche il permesso di condividere queste emozioni.

 

 


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