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Vecchi e nuovi bulli: conversazione con Paola Sacchettino

Vecchi e nuovi bulli conversazione con Paola SacchettinoVolevo farlo da tempo. Desideravo ascoltare le colleghe psicologhe e i colleghi che si occupano di bullismo. Alcuni casi di cronaca occorsi di recente, andandosi ad aggiungere alle storie crudeli che ogni giorno popolano le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, mi hanno spinta ad affrontare, finalmente, la questione, portandomi a contattare la Dottoressa Paola Sacchettino.

Iscritta all’Ordine degli Psicologi del Piemonte, insegnante nella scuola statale di primo e di secondo grado per più di quarant’anni, membro del CSIG Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea Torino, associazione interdisciplinare che, tra le altre cose, si occupa di formazione nelle scuole per dirigenti e docenti, genitori e studenti su bullismo e cyberbullismo, questa psicologa ha saputo stimolare in me ulteriori domande.

Ci eravamo ripromesse di trovare il tempo per parlarci, ed ecco… siamo qui oggi, in questo spazio online che da un anno punta lo sguardo sulle tematiche del nostro mondo contemporaneo. Tra gli argomenti della rubrica, il tema della violenza tra adolescenti, delle provocazioni, delle cattiverie agite ai danni dei ‘pari’, del bullismo insomma – anche nelle sue declinazioni più attuali e ‘cyber’ – non poteva di certo restare in silenzio

A Torino, Paola Sacchettino si occupa di disagio adolescenziale e, in particolare, di bullismo e cyberbullismo. Che cosa ne pensa lei, e come ha visto cambiare, nella sua esperienza con i ragazzi, dei modi in cui si esprime il bullismo? Il termine cyberbullismo apre scenari attualissimi sulle relazioni amicali e an(affettive) tra adolescenti e giovani. Come funziona questa cosa, come si può affrontare e prevenire nel rapporto vis à vis? Ci sono nuovi modi operandi per affermare o negare le identità in fieri di oggi?

Paola Sacchettino: “Come è oramai noto, siamo di fronte ad azioni di bullismo quando un soggetto è prevaricato e vittimizzato, cioè quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da parte di uno o più̀ membri del gruppo dei pari. Le azioni possono essere di tipo fisico o psicologico e sono generalmente attuate in ambiente scolastico o nei gruppi frequentati all’esterno della scuola, come palestre e luoghi di svago o di ritrovo. Con l’avvento delle tecnologie digitali, le azioni di bullismo sopradescritte, si sono trasformate in un tipo di aggressività indiretta; ciò consente ai bulli di infiltrarsi nella vita delle vittime, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web tramite internet. Quello che viene definito cyberbullismo è molto pericoloso, forse più del bullismo vis à vis, in quanto l’aggressore può praticarlo ininterrottamente giorno e notte e, soprattutto, nel completo anonimato.

Quando ho iniziato a insegnare, parliamo di quarant’anni fa e più, i ragazzi si rapportavano tra loro con scambi di persona. Le amicizie erano concrete e reali e gli eventuali conflitti, le prevaricazioni avvenivano faccia a faccia. Il cambiamento l’ho potuto riscontrare nel tipo di comunicazione e di relazione. Forse è cambiata ancora di più la struttura dei legami di amicizia: si è persa molto la dimensione di gruppo che si è ridotta perlopiù a rapporti diadici o tra gruppi molto chiusi e ristretti. Anche in classe si è persa la dimensione del gruppo e della cooperazione, a favore di una competizione, una sterile ricerca del risultato a tutti i costi: quantità vs qualità. Come conseguenza ho potuto vedere giovani sempre più soli (non tutti, non la maggioranza, certo, ma moltissimi), isolati e chiusi anche quando non manifestavano un disagio.

Con l’avanzamento della tecnologia e la grande influenza che esercita nella vita quotidiana, i ragazzi hanno iniziato a preferire di passare il loro tempo in casa, di fronte allo schermo di un computer o di uno smartphone. Se si riuniscono, è per guardare insieme qualche serie televisiva, giocare ai videogiochi, postare ‘selfie’ sui social e controllare gli aggiornamenti dei loro youtubers preferiti. L’identità oggi è delineata da quanti ‘like’ riescono ad accumulare sui social: sei qualcuno solo se piaci, ma piaci virtualmente, non come persona viva e reale. E tutto questo ha avuto, ovviamente, una ricaduta anche sul passaggio dal bullismo vis à vis al cyberbullismo, aspetto che dobbiamo avere ben presente nel momento in cui andiamo ad occuparci di disagio giovanile”.

Già. Il disagio. Io me lo ricordo il disagio degli adolescenti. Mi rammento alcuni episodi di bullismo che i ragazzi delle scuole mi narravano quando lavoravo nei servizi di zona nella periferia a Nord di Torino. Si parlava di ‘ricerca di sensazioni forti’. Bullismo e ‘sensation seeking behaviour’. Chiedo a Paola Sacchettino se, anche secondo lei, c'è un nesso tra i due concetti e quale potrebbe essere una spiegazione, una riflessione da fare... Ricordo i 'gesti estremi senza rimedio’, agiti contro persone oltre che contro le cose. Le storie dei sassi dal cavalcavia, i riti di passaggio estremizzati come le corse del sabato sera nel sottopassaggio vicino agli ospedali. Quando tutto ciò si sposa col bullismo, che cosa può accadere? Come possiamo noi terapeuti, ma anche gli insegnanti o gli adulti in generale fare fronte al problema? Ultimamente si sente parlare di ‘sexting’ e di altre modalità online per 'ottenere sensazioni'. Bullizzare… fa parte dei giochi?

Paola Sacchettino: “Per la mia esperienza, i fenomeni di bullismo sono sempre stati presenti tra preadolescenti ed adolescenti, ma il fenomeno non era così esteso come ai giorni nostri.

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Il Ministero della Salute (dati del 2014) ha rilevato che, statisticamente, i rischi maggiori si corrono nella fascia di età corrispondente alla scuola secondaria di primo grado e al biennio della secondaria di secondo grado, ma episodi gravi di bullismo sono presenti già nella scuola primaria con punte sino agli ultimi anni della secondaria di secondo grado dove, al bullismo fisico, verbale e psicologico, si affianca il cyberbullismo.

Molti studi fanno rilevare come, strettamente correlato al bullismo, vi sia il fenomeno della violenza domestica. I soggetti esposti a episodi di maltrattamento familiare sono più propensi a esercitare forme attive di bullismo nei confronti dei compagni: il bullo replica il modello di comportamento violento appreso in famiglia o riversa su altri ciò̀ che ha vissuto come vittima di aggressioni, diventando esso stesso l’aggressore.

I sassi del cavalcavia, le sfrenate e pericolose corse nei sottopassi, a mio parere attengono più alla ricerca di sensazioni forti, al superamento della noia esistenziale che pare caratterizzare una buona fetta di giovani del nostro tempo e fanno parte di quelli che vengono definiti ‘riti di passaggio’ dall’adolescenza all’età adulta.

Le varie forme di aggressività, tipiche del bullismo e del cyberbullismo, sono invece collegate alla dimensione relazionale e alla ricerca di un’identità̀ all’interno del gruppo, dove le dinamiche di acquisizione di potere, perpetrate su soggetti più deboli, sfociano in comportamenti aggressivi e disfunzionali.

Pietropolli Charmet, uno dei più importanti psichiatri e psicoterapeuti italiani, afferma che "la scuola non è protetta da un significato condiviso e l'alleanza tra scuola e famiglia è andata in malora. Non viene più trasmesso dai genitori l'alone di rispetto e credibilità dei docenti e questo contribuisce ad aizzare queste gang folkloristiche".

Questo credo sia il vero nocciolo della questione: il ruolo della famiglia oggi. Lo so, è un argomento inflazionato, ma in quarant’anni di scuola il cambiamento della famiglia io l’ho visto eccome. Non è un luogo comune, perché è di moda incolpare qualcuno di qualcosa. In molti casi il bullo ha avuto dei genitori che durante tutto il percorso di crescita non sono stati presenti o lo sono stati in maniera sbagliata. I genitori devono essere certamente in grado di fissare limiti e dare regole chiare ai propri figli, ma occorre anche che prestino attenzione a come lo fanno: un’educazione coercitiva, aggressiva, al pari di una basata sulla sottomissione e sulla minaccia è dannosa. Dall’altro lato, vi è la tendenza dei genitori ad essere iperprotettivi e soffocanti: neppure questo aiuta i ragazzi a crescere.

Educazione iperprotettiva vs educazione di tipo violento e aggressivo avranno come prodotto ragazzi problematici. Per non parlare del fatto che il bullismo si è esteso anche ai genitori nei confronti degli insegnanti”.

E allora che cosa possiamo fare noi terapeuti insieme a genitori e insegnanti?

Paola Sacchettino: “Anna Maria Baldelli, Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Torino, che da anni si occupa di minori problematici, nei suoi interventi nelle scuole afferma che: “quatto sono le cose che si debbono fare per contrastare il fenomeno del bullismo: prevenire, prevenire, prevenire, prevenire”. Ne sono fondamentalmente convinta anch’io. Non dobbiamo aver paura di parlarne. Mi sono trovata spesso a contatto con dirigenti scolastici e colleghi timorosi di attivare interventi nelle classi sul tema del bullismo e del cyberbullismo, come se parlarne fosse una dichiarazione esplicita che il fenomeno era presente nella scuola. Invece no. Ho fatto per alcuni anni interventi di sensibilizzazione sul tema del bullismo e cyberbullismo nelle classi iniziali del liceo in cui insegnavo e i ragazzi, anche quelli più problematici, si sono rivelati sempre attenti e sensibili al problema, mi hanno tempestata di domande e, in molti casi, parlarne ha fatto la differenza nel bloccare il fenomeno al suo esordio.

Inoltre, è necessario avviare attività di educazione affettiva e gestione delle emozioni a partire dalla scuola primaria, attività di mediazione tra bullo e vittima nel caso di episodi conclamati, insegnare ai ragazzi il rispetto di sé e degli altri, del valore dell’inclusione; allenarli al riconoscimento e all’assunzione delle responsabilità, l’educazione alla legalità nel rispetto della libertà di ciascuno, anche con progetti in collaborazione con le istituzioni e professionisti del settore. In poche parole, aiutarli a crescere in maniera sana, lavorando in rete: scuola e famiglia non devono essere sistemi ‘chiusi’, ma aprirsi per interagire e collaborare, guidando tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo alla costruzione delle proprie relazioni e alla formazione di identità positive.

Sempre la Baldelli ci insegna che occorre adottare una “giustizia riparativa”, abbandonando l’ottica punitiva fine a se stessa: riparare il danno quando ci sia stata la commissione del reato, oltre ad avere una funzione di prevenzione secondaria, in Tribunale ha dato come risultato un aumento esponenziale degli interventi, ma parallelamente una drastica diminuzione di denunce per fatti di reato”. Scuola e famiglia dovrebbero funzionare nello stesso modo, ma certamente non è un lavoro facile, né sarà così immediato vederne i risultati.

Del sexting cosa dire? Il termine deriva dalla fusione tra sex (sesso) e texting (messaggiare) e indica l’invio in rete di materiale spinto, come fotografie, video o messaggi ad esplicito contenuto sessuale.

Mentre inizialmente era un ‘gioco sessuale’ tra adulti, dai dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza rileviamo che la tendenza di ragazze, ma anche ragazzi a scattarsi ‘selfie’ intimi e senza vestiti e inviarne le immagini o i video nelle chat, inizia già dagli 11 anni di età. Ciò che desta preoccupazione è l’età sempre più bassa dei protagonisti: sono infatti il 6% dei preadolescenti dagli 11 ai 13 anni, di cui il 70% sono ragazze, che praticano il sexting e circa 1 adolescente su 10, dai 14 ai 19 anni.

Si apre di nuovo una questione relazionale: nascosti dietro lo schermo del pc o dello smartphone, si può osare ciò che vis à vis non si riesce a fare e questo vale soprattutto per quella parte di adolescenti timidi ed impacciati che fanno fatica a costruire relazioni di persona. Se questo è vero per tutto ciò che attiene le attività quotidiane, possiamo immaginare quanto sia disinibitorio riguardo la sfera sessuale. Va da sé che il sexting può favorire fenomeni come il cyberbullismo e la pedofilia, che possono nascere proprio da questo scambio di materiale a sfondo sessuale. Anche se i ragazzi inviano il contenuto erotico a una persona precisa, esso può essere diffuso in rete senza possibilità di controllo. Come si può immaginare ci troviamo di fronte a un fenomeno molto pericoloso, che ha come conseguenza varie forme depressive, attacchi di panico e, in molti casi, atti estremi come il suicidio.

La Legge 17/2017, è stata voluta fortemente dalla Senatrice Elena Ferrara, a seguito della tragedia di Carolina Picchio, una sua studentessa dei tempi in cui lei era insegnante. Nel novembre 2012 Carolina è a una festa: forse dopo aver bevuto un po’ troppo, si sente male e va in bagno; perde conoscenza e viene raggiunta da alcuni coetanei che la molestano filmando tutto con un cellulare. Poco dopo il video è in rete. Carolina non regge al peso degli insulti, delle umiliazioni e dei commenti diffamatori e nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013 si toglie la vita. Il sexting può portare a tutto questo ed è fondamentale attuare azioni preventive mirate a consapevolizzare i ragazzi sui rischi e le responsabilità che la diffusione di immagini online comporta. Una volta caricata in rete un’immagine, anche se cancellata, vi permane per sempre e può fare il giro del mondo: di questo i ragazzi non sono consapevoli e, anche quando lo sono, agiscono con superficialità estrema.

Non insisterò mai abbastanza sulla prevenzione: monitorare accuratamente l’utilizzo dei mezzi informatici aiutando i ragazzi a farne un corretto uso, spiegare ai genitori l’importanza di impostare password ove necessario e di limitare ai figli l’uso di internet a determinati orari, aiutarli a conoscere il loro linguaggio, soprattutto quello informatico, al quale moltissimi non sono avvezzi. Non ultimo rendere note le azioni di tutela e le sanzioni in merito previste dall’ordinamento giuridico.

Come ex insegnante auspico l’organizzazione di corsi di formazione per il personale scolastico ed educativo, volti all’acquisizione di azioni didattiche preventive e di contrasto del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo, cosa che ancora avviene a fatica. È un ambito in cui non si vogliono, ahimè, investire fondi”.

A questo punto mi sorge una ulteriore curiosità e chiedo alla collega di raccontare due casi: vorrei che il primo fosse una ‘memoria di ieri’ per poter meglio comprendere l’oggi. Lei mi racconta la storia di… Leandro e le stampelle.

Paola Sacchettino: “Nei primi anni di insegnamento e fino a circa una decina, forse meno, di anni fa non si sono mai verificati casi di bullismo nelle scuole dove ho insegnato. Negli undici anni di lavoro nella scuola media inferiore (scuole perlopiù di periferia), ho assistito a molti casi di ragazzi che, a causa delle situazioni famigliari di grande disagio economico e sociale, tenevano comportamenti oppositivi, provocatori e di grande indisciplina. Erano ragazzi che disturbavano in classe, infastidivano sì i compagni, ma tutti in generale; non vi era mai qualcuno di specifico che venisse preso di mira.

Uno fra tutti: Leandro (nome di fantasia). Frequentava la prima media ed era scalmanato ed indisciplinato come la maggior parte dei suoi compagni di classe; come molti altri ragazzi di quella scuola, apparteneva ad una famiglia problematica in carico ai servizi sociali ed aveva un’ulteriore grande sfortuna: un occhio di vetro. Sì, proprio una protesi. Durante una lite tra i suoi genitori quando aveva circa cinque anni, suo padre l’aveva accecato con un coltello che, in realtà, era diretto alla moglie. Era un occhio fatto talmente bene che difficilmente ci si accorgeva della sua presenza; solamente la fissità del suo sguardo poteva indurre qualche sospetto nelle persone più attente. Per lui non era assolutamente un problema. Ovviamente le indicazioni igieniche e quelle dettate dal buon senso erano di riporre l’occhio in uno scatolino durante lo svolgimento delle attività fisiche, ma Leandro non se ne curava affatto. Le partite di Calcetto o di Pallacanestro erano tutte un rincorrere l’occhio che rotolava sul pavimento.

Leandro vai a lavare quell’occhio prima di rimetterlo, per cortesia”, urlavo a gran voce ogni volta che gli accadeva di perderlo. Non c’era niente da fare, Leo non poteva perdere tempo per queste stupidaggini; senza nemmeno fermarsi, lo raccoglieva da terra e lo rimetteva al suo posto con un gesto fulmineo e preciso.

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In piscina, cui avevamo l’accesso a settimane alterne, durante le ore di lezione curriculare, era tutta un’altra storia: l’occhio doveva proprio essere rimosso perché l’acqua in faccia non permetteva alla protesi di rimanere assestata nella sua sede. L’acqua pareva essere uno degli elementi a lui più congegnali: non posso dire che si comportasse bene, ma per lo meno nuotava avanti e indietro nella corsia assegnata al suo gruppo, senza disturbare troppo i compagni ed eseguendo quasi tutti gli esercizi; e un giorno l’occhio l’ha perso, perché l’aveva riposto in una scarpa da ginnastica, anziché nel suo scatolino. L’abbiamo ritrovato a terra sotto una panchina degli spogliatoi. Non oso pensare alla reazione di chi, eventualmente, avesse trovato al posto nostro un occhio abbandonato a se stesso nello spogliatoio di una piscina.

Oltre a questo, neppure una frattura alla gamba destra era riuscita a tenerlo fermo: aveva passato venti giorni ad inseguire compagni ed operatori scolastici saltellando su di un piede solo e cercando di dare le stampelle in testa al malcapitato di turno. In una delle lezioni di quel periodo, Leo era particolarmente nervoso e agitato. Era stato già rimproverato più volte in classe, aveva preso una nota disciplinare e aveva saltato l’intervallo, obbligando un operatore scolastico a controllarlo a vista, perché rimanesse in aula nel suo banco. Così, mentre i compagni facevano un’esercitazione di pallacanestro, ha iniziato a rincorrere quelli che a turno si esercitavano con il pallone. A nulla sono serviti i miei richiami e i miei rimproveri. Lo rimandavo a sedersi e lui si rialzava. Finché, a un certo punto, con la stampella sulla quale non si sosteneva, ma che brandiva come una spada, ha fatto inciampare e rotolare a terra una ragazzina, con grande spavento di tutti.

Il tutto si è risolto con lacrime da parte dell’infortunata, ghiaccio sulle parti doloranti, una nota a Leo e la convocazione di un consiglio di classe straordinario, nel quale si è preso tre giorni di sospensione.

Di casi come questi ne potrei raccontare a centinaia, ma nessuno potrà mai essere classificato sotto il nome bullismo. Non che non esistesse come fenomeno, ma era molto, molto limitato”.

Un caso più recente? La collega prontamente narra la storia de… La Balena.

Paola Sacchettino: “Subito dopo essere stata a parlare in una classe prima, in una delle mie lezioni di sensibilizzazione sul tema del bullismo e cyberbullismo, una ragazzina mi ha fermata in corridoio dicendomi che un gruppetto di compagne di un’altra classe erano venute a scuola indossando una maglietta raffigurante una balena e avevano cominciato a diffondere messaggi su WhatsApp, prendendola in giro per la sua corporatura molto robusta. Sono intervenuta immediatamente comunicando l’accaduto al Dirigente Scolastico ed al coordinatore della classe; abbiamo convocato i genitori delle ragazze, abbiamo parlato con loro e con i compagni, spiegando la gravità di ciò che avevano fatto. Il Consiglio di Classe ha deciso di non procedere con la sospensione, salvo recidive. Il tutto è rientrato rapidamente; il gruppetto responsabile dell’atto di bullismo aveva comunque grossi problemi di rendimento scolastico; due ragazze su cinque sono state respinte. La leader del gruppo, che aveva portato a scuola le magliette e organizzato l’atto di bullismo, è stata nuovamente mia studentessa l’anno successivo e posso affermare che il suo atteggiamento è cambiato completamente, è maturata parecchio. L’altra ha cambiato scuola e ho perso le sue tracce”.

C’è ancora una storia che preme per essere narrata prima della conclusione di questo lungo articolo. È uno scenario di cyberbullismo in classe.

Paola Sacchettino: “Il secondo caso è avvenuto all’inizio dell’anno tra due ragazzini di una prima: il responsabile in questo caso di un atto di cyberbullismo, era ripetente; l’altro era un ragazzino piccolino, minuto, abbastanza tranquillo, anche se non particolarmente introverso. La vittima ha ricevuto dal compagno messaggi su WhatsApp molto aggressivi e minacciosi, per averlo escluso da un gruppo di chat di classe. Il Dirigente Scolastico li ha convocati entrambi in presidenza e ha chiesto la mia collaborazione, in quanto docente della classe e referente del bullismo. Dopo aver sentito le loro versioni, li abbiamo invitati a ragionare sui loro comportamenti. Il Dirigente ha chiesto al cyberbullo di leggere i messaggi inviati al compagno (cosa che ha fatto con molto imbarazzo e difficoltà) e gli ha ribadito quanto fosse stato inadeguata e prevaricatrice la sua reazione nei confronti del compagno per essere stato estromesso dal gruppo. Dopo avergli fatto chiedere scusa al compagno, abbiamo invitato entrambi a cancellare i suddetti messaggi in nostra presenza e li abbiamo rimandati in classe, invitandoli al dialogo reciproco. Dopo di allora non c’è stato più alcun comportamento scorretto da parte del bullo”.

I casi recenti di cui ho parlato sono l’esempio lampante della necessità di prevenzione. Come ho detto poco fa, la prevenzione e, nei casi conclamati, un intervento rapido e diretto su vittima e bullo o cyberbullo, operando un’azione di mediazione tra loro ed invitando tutti (studenti, genitori ed insegnanti) al dialogo, sono la risposta più efficace alla tua domanda “cosa possiamo fare noi terapeuti insieme a genitori ed insegnanti?”

I lettori di questa rubrica hanno, a questo punto, davvero tanto materiale sul quale riflettere. Mi piacerebbe – ci piacerebbe – discutere insieme di questo tema. Per contattare la Dottoressa Sacchettino: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - https://leimprontedellemiemani.wordpress.com

Per discutere insieme del tema – con la collega e con me – vi rimando al gruppo Facebook: Discutiamone Insieme | Conversazioni di Psicologia

 

 


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