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Dei delitti e delle colpe: un incontro con CriminalMente

Dei delitti e delle colpe un incontro con CriminalMenteChe cos'è il senso di colpa? Ne abbiamo parlato il 13 giugno a Torino. C’erano i criminologi dell’Associazione CriminalMente, il canale italiano che parla di criminologia e scienze forensi. C’ero io, c'era un pubblico attento e partecipativo.

Potete vedere il video integrale dell’evento, che si è svolto alla Casa del Quartiere Barrito, cliccando sopra questo link: https://www.facebook.com/CriminalMenteItalia/videos/327069754898913?s=636524772&v=e&sfns=mo

Ne sono emerse tante, di versioni della faccenda.

Per cominciare, il senso di colpa è soprattutto un sentimento. Quello che Elena Rossi, conduttrice della serata, ha definito “turbamento che ci attanaglia quando siamo chiamati ad operare scelte che possono incidere negativamente sulla vita altrui o che screditano le regole morali comuni”.

Un evento della nostra quotidianità attiva il famigerato senso di colpa, ed ecco che noi proviamo emozioni ben note, annesse e connesse a questo stato d’animo, senza magari ricordarci che l’origine della possibilità di sentire la colpa ha radici nel passato. Il nostro passato, individuale, e quel ‘tempo altro’ che ci collega a un terreno più antico, collettivo. Ciò che proviamo nel qui e ora riattualizza delusioni, infelicità, paure e rabbie che arrivano da lontano.

Ci si può recriminare di non ricambiare un sentimento d’amore, di aver deluso le altrui aspettative, di aver approfittato della disponibilità di qualcuno. C’è chi non si perdona di aver commesso un reato e chi si sente in colpa semplicemente per essere felice”, ci ricorda Elena Rossi, criminologa con la quale apro un dialogo che attraversa le pagine di “Non è colpa mia”, romanzo noir che ho pubblicato con Golem nel 2018, e si snoda, poi, nei meandri del suddetto senso di colpa, accennando alla distinzione dello stesso in ‘deontologico’ e ‘altruistico’, due modi operandi che attivano aree del cervello diverse: la corteccia del cingolo anteriore, il primo; la corteccia del cingolo posteriore, il secondo.

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Nel mito, il senso di colpa richiama l’immagine di un macigno, un masso che il povero Sisifo, re fondatore di Corinto, trasporta in continuazione dalla base alla cima del monte. Lo fa per cercare di realizzare una ipotesi di espiazione. Lo fa sperando di liberarsi, mentre invece vive in una realtà di schiavitù comandata da Ade, ed è una punizione che subisce a causa delle nefandezze che ha compiuto.

La libertà di Sisifo è solo una vana speranza, perché resta irrealizzabile il ritorno alla leggerezza. Il peso della colpa è sempre lì, e ogni volta occorre ricominciare da capo. Su per il monte, con il suo sasso. Ogni volta.

Sisifo è un monarca briccone, un tipo dalle mille idee e iniziative finalizzate a ingannare e sfruttare il prossimo. L’ha fatta in barba anche a Persefone, intenerendola tanto da farsi lasciare tre giorni fuori dall’oltretomba per andare a casa dalla propria vedova, guardandosi poi bene dal tornare e dal rispettare il patto. Lui non conosce pentimento. Forse, se si parla di colpa, nel pentimento occorre vedere uno spiraglio di superamento della stessa?

C'è anche un altro termine che mi piace associare alla colpa, oltre a ‘pentimento’. Mi piace ‘riscatto’. E mi piace anche ‘vendetta’. Con queste quattro parole, nasce già un mondo di trame possibili, narrazioni che raccontano l’umano.

A partire dal mondo greco, la colpa si fa racconto. Peccato che, spesso e volentieri, la colpa venga bollata come un qualcosa da eliminare subito, senza appello. “Abbandona i sensi di colpa!”, recitano le riviste di psicologia spicciola. Abbandona, sì, ma prima comprendi!

I greci sono maestri di pensiero, ancora oggi. La civiltà greca era regolata da una certa qual imposizione di divieti, collegati all’intervento degli dei. Sono gli dei che non tollerano i comportamenti che violano regole, religiose o sociali, riconducibili all’ordine da loro indetto, e allora… come abbiamo visto con Sisifo… c'è il peso da portare. Per i greci, ad esempio, la vendetta è un concetto interessante. Fra i mezzi e gli strumenti di controllo di cui dispone la società greca, uno è la vendetta: in caso di omicidio, era di fatto ‘consentito’ rispondere con la vendetta privata. I membri del gruppo di riferimento della vittima potevano uccidere l’assassino, a meno che questi versasse una somma concordata e ritenuta soddisfacente dalla famiglia.

A caldo, a freddo, quante vendette possiamo compiere? Persino pensando di aver perdonato qualcuno, noi che dei non siamo, possiamo per anni vendicare un torto subito, e lo possiamo fare nel modo più subdolo e inconsapevole. Se gli dei si vendicano con punizioni esemplari, che cosa fanno gli uomini? Poiché non ci riconosciamo più - ovviamente, per fortuna, ci mancherebbe, almeno in occidente, almeno consciamente - quel dovere di esercitare la vendetta, che cosa facciamo?

Senza arrivare a parlare di delitti, anche nel caso di un semplice torto che subiamo, che cosa facciamo? Quanto siamo liberi dalla necessità di vendicare un affronto per ‘riequilibrare’ la danza tra colpa e riscatto, tra rabbia e perdono, tra ingiustizia e soddisfazione?

E quando siamo noi a fare un torto a qualcuno, che cosa ci aspettiamo?

L’antropologo Marcel Mauss nel suo saggio sul dono parla della vendetta del dono non ricambiato. Ti faccio un dono? Mi aspetto che tu in qualche modo restituisca, che ti offra un riequilibrio tra dare e avere. Beh, ecco… Se persino i doni si vendicano… figuriamoci i torti!

La colpa ci ricorda anche quello storico e fiabesco momento della ‘cacciata dal paradiso terrestre’. È una colpa archetipica, questo morso dato alla mela. Una colpa che apre alla nostra coscienza la possibilità di esistere come esseri liberi e senzienti. Dunque la colpa svolge nella vita psichica di ciascuno un ruolo fondamentale. Ci dà parole nuove.

Il serpente tentatore è per Jung “la saggia parola di Eva”. Piuttosto, la mancanza di senso di colpa risulta un po' come un disturbo. Chi non porta il peso di almeno un minimo di trasgressione resta chiuso nel suo Eden incosciente, non coglie la portata positiva dell’elemento, spunto per la nostra trasformazione da Pinocchi a bambini veri, da burattini nelle mani di Dio a uomini e donne, da figli delle Grande Madre e del Grande Padre ad adulti.

A questo punto, possiamo parlare di responsabilità. Prendere il peso della colpa che ci rende vicini gli uni agli altri nel processo della crescita ci apre alla cura del nostro percorso personale. Diventa te stesso, e conosci te stesso - lo diceva Socrate, lo ribadiva Jung. Per diventare se stesso, ciascuno di noi deve separarsi dalla dimensione edenica collettiva e conoscere, o riconoscere, il senso di colpa che da tale uscita deriva. Fuori dal giardino. Via! A quel punto, da adulti, possiamo restituire qualcosa al mondo, in termini di valori e messaggi di senso.

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Personalmente, sono orientata verso l’area junghiana e non posso evitare di pensare alla proiezione dell’Ombra. Collettivamente, lo si vede tanto in giro, questo Leviatano ombroso… colpa dei neri, colpa degli alieni, colpa di una certa categoria, se tutto va allo scatafascio. Se osservo questo ‘gioco’ in termini individuali, la colpa proiettata mi ricorda il famoso ‘chi ha rubato la marmellata’? È sempre stato tuo fratello. Se non hai un fratello, basta attribuire le dita sporche all’amico immaginario. Ma è un gioco ingannevole, e funziona relativamente. È un gioco che ci blocca. Rimanere bloccati senza colpa? Capita a molti pazienti contemporanei, prigionieri di immagini da falso Sé, da Persona fissa in riflessi narcisistici. È diffusa la difficoltà a dare valore a un certo peso, al malessere. Si vuole giocare facile. “Corsi di felicità in tre appuntamenti. Elimina le sofferenze!” Se non è la sostanza psicotropa, è un life coach a vendere prodotti che solleticano l’ego. Solo quando compare in noi la nerezza, la fase alchemica della Nigredo, la depressione che si accompagna a un doloroso senso di colpa, iniziamo ad accendere un lume, ad guardarci dentro, a curare l’anima.

Non voglio fare l’apologia della colpa.
“Non è colpa mia”, in fondo, è titolo ironico.
È sempre un po' colpa nostra.

Per esempio, un esempio così, mi sorge spontaneo. Nell’isola di plastica che galleggia nel Pacifico, ci sarà qualche mio, tuo, vostro oggetto? Di chi è la colpa se Torino è inquinata? Possiamo prenderci un pezzettino di colpa archetipica ogni volta che mangiamo la mela della coscienza e con coraggio usciamo dall’Eden.

Se proviamo colpa davanti alle ingiustizie del mondo, se ci sentiamo colpevoli per non aver fatto tutto il possibile per impedire un crimine, per sostenere una buona causa, anche se non potevamo fare molto, stiamo vivendo la colpa metafisica che ci porta, con un barlume di coscienza, alla solidarietà. Diventiamo empatico verso gli altri, perché l’altro siamo un po' anche noi stessi.

 

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