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Gesti estremi, a volte senza rimedio

Rifletto ancora (e nelle prossime “puntate” ancora rifletterò) sul termine “confine”, limes, quel Limite che oggi sfuma in assenza, una cancellazione che diventa transito, passaggio verso l’altrove, nuova soglia - limen – attraverso la quale un’eccezione si fa regola condivisa da o in un gruppo.

gesti estremi

Gesti estremi, gli agiti di un essere umano nello spazio tra la vita e la morte, diventano a volte senza rimedio. La tendenza all’agito performativo è una modalità di comportamento riconoscibile tra le caratteristiche degli individui che, per età e disposizione, vanno alla ricerca di se stessi e del proprio significato nel mondo; il poter dimostrare agli altri chi si è e di che cosa si è capaci è un percorso che la maggior parte degli adolescenti conosce e vive in modi differenti.

È auspicabile che questa messa in scena di se stessi conduca l’esploratore del caso fino al punto, il Limite, in cui egli possa riconoscersi come un “Io” adulto che non sia troppo rigido, un “Io”, insomma, in relazione con “l’altro”. Quando  l’individuo non è avvezzo al riconoscimento di un’identità che sia - almeno in parte - definibile tenendo conto del corpo che ognuno di noi ha in dotazione, il suo sguardo può smarrirsi nelle molteplici possibilità dei segni, per dirigersi verso la manipolazione del confine corporeo e avventurarsi lungo sentieri spesso pericolosi, giungendo a volte lontano dalla possibilità di cogliere in modo cosciente quel che può essere e restare rappresentazione di sé senza dover per forza diventare concretezza.

Se il “gioco” dei ruoli possibili, se il camminare sul filo dell’equilibrio tra le rappresentazioni di sé tende a diventare concretezza, si materializza in azione e, a volte, può farsi gesto senza rimedio. Gesto definitivo versus messa in scena. Agito versus drammatizzazione. Reversibilità versus irreversibilità. Non c’è protezione per un giovane “Io”, quando il confronto con il gruppo dei pari diventa condivisione del gesto autodistruttivo del singolo e si fa modello trasmissibile, si fa regola condivisa.

A riflettere sull’idea di gesto estremo, ce n’è per tutti i gusti. Quel gusto particolare, ad esempio, del segno sulla pelle, la traccia che per alcuni è solo parzialmente un modo di dichiarare se stessi, per altri diventa il canale privilegiato per convogliare dentro l’incisione, in fondo alla ferita, un “Io” che potrebbe rivelarsi altrimenti indefinibile. Per il modello canadese Rick Genest, meglio noto al pubblico come “Zombie Boy”, tanto per fare un nome, non è prevista alcuna cancellazione delle centinaia di tatuaggi rappresentanti l’apparato scheletrico e – a tratti – muscolare in decomposizione.

Rick è un dipinto vivente, una immagine che agli occhi di chi lo osserva diventa una perfetta incarnazione della Morte così come è rappresentata nell’iconografia medioevale (questa è l’impressione che fa a me, per lo meno). I tatuaggi di Zombie Boy possono essere momentaneamente ricoperti con il trucco, certamente, ma essendo stati scelti dal giovane come immagine di sé definitiva, (così dichiara lui stesso nelle interviste) lo rappresentano in modo deciso1 . Quando la pelle finirà, viene da chiedersi, dove andrà a incidere?

Il confine dell’Io, quello tra l’Io e il mondo; l’Io-pelle come concetto psicologico (D. Anzieu, 1985) che si definisce a partire dal corpo: la traccia dell’essere se stessi si fa “nomadismo” sull’epidermide contemporanea, perché oggi questo Limite è difficile da identificare con certezza. La nostra è francamente un’epoca borderline, una mente contemporanea che fa l’occhiolino al post-umano e al macchinino. Lo spirito del tempo soffre, tra le altre malattie, di quel che con Anzieu si può dire patologia degli involucri psichici2.

Rifletto sull’epoca che ci vede protagonisti e trovo che ce ne sia per tutti i gusti, se parliamo di superamento di confini e di assenza di Limiti, di sfida alla vita (nonché alla morte), associando questo tema agli adolescenti e agli adultescenti alla ricerca di un’identità personale dentro e fuori dal gruppo. Nascondersi dentro uno scatolone e sfidare la sorte nel bel mezzo di una strada provinciale. Mettere a rischio la propria vita. Gettare sassi da un cavalcavia. Mettere a rischio la vita degli altri. Il gruppo dei pari incita, il gruppo dei pari sostiene. Ci si conosce, ci si sente diversi dal resto del mondo, ci si struttura oltre la legge, si inventano regole per raggiungere l’estremo, per superare tutto: la tradizione, l’imposizione, la famiglia, la noia, la madre, il padre, la società, lo Stato, la parola, la forma, lo spazio, il tempo...

Connettersi on-line per condividere strategie pro-anoressia e sfidarsi, “giocare” a chi dimagrisce di più e meglio3 . Accarezzare la Morte e magari, prima o poi, abbracciarla e piangere i caduti nei forum on-line. Connettersi per condividere la propria “passione” per le amputazioni (avete letto bene, amputazioni) e mostrarsi reciprocamente con orgoglio un dito mozzato, una falange “mummificata” portata al collo come un ciondolo4 . Il disordine psichico ridefinisce l’identità del corpo, anzi dei corpi, e trasmette in rete nuove sfide a qualsiasi Limite. La fantasia macabra si sposa con la possibilità di intervenire a piacimento sul proprio corpo per dichiarare se stessi, superando le barriere della definizione, perché a ben guardare non c’è alcun “Io” ma solo un’ipotesi che mostra un “Noi” desensibilizzato, contenitore del gesto condiviso, della propria patologia messa in comune con quella degli altri e supportata dalla Tecnica5.

Gli “amputee” (parliamo qui di persone che si auto-amputano) sono alla continua ricerca di sensazioni forti perché spesso una volta sola non basta, come se fosse sempre necessario andare oltre per dire l’indicibile. A volte, all’amputazione di un dito della mano o del piede si aggiunge il taglio di altre dita; all’amputazione di un arto si correlano in altre zone del corpo disegni meccanici, ingranaggi tatuati, una sorta di ricostruzione di se stessi secondo una nuova identità cyborg6 .

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Esistono Blog e siti dedicati agli appassionati del caso, per condividere strategie e fotografie, immagini tra le quali si trovano esempi che difficilmente possono essere osservati a cuor leggero (vi consiglio di sedervi). Alcuni frame sono scene da Teatro dell’Assurdo, e l’ironia resta l’occhiale più degno da indossare per poter esplorare (sempre da seduti, comunque). L’ironia mi viene in aiuto di fronte a una foto che scopro particolarmente cliccata, dotata di “mi piace” in buon numero, di un ragazzo con il proprio dito amputato, la falange distale, infilata nella narice a mo’ di provocazione.

Fantastico, scrive qualcuno! Genio, ribatte un altro. Il gruppo di appassionati BME si supporta, si fa un tifo da stadio. Numerosi esempi invitano a seguire le regole di una riuscita amputazione chirurgica per “divertimento” o “dedicata a qualcuno”, come ad esempio il mignolo (successivamente mummificato) di un ragazzo, tagliato in onore della madre morta. Nella “necrocultura”7  attuale, solo a tratti questi agiti richiamano alla memoria le amputazioni rituali degli antichi sacerdoti di Cibele, ma è chiaro a tutti, suppongo, che il significato simbolico di un tempo è andato perduto nella rete (dei segni).

Eccomi qui, sembra dire l’immagine: sono quello che vedete. Naturalmente, qualche episodio di BME finisce male, per un motivo o per un altro, come si evince dal caso dello spagnolo Juan Carlos con il suo “Eyelid Piercing”, come narra la storia dell’uomo-gatto Dennis Anver, morto suicida, come si può leggere nelle lettere di madri e familiari di appassionati estremisti delle modificazioni corporee, lettere inviate ai siti del caso per cercare di portare un messaggio o un monito del “Limite”.

Limite che sembra ancora più sfumato nella pratica nota come “cock and ball torture” (elettrostimolazioni del pene), una via che per alcuni si spinge fino alla castrazione, ma questo tema ci conduce ad aprire porte nel campo della pornografia estrema. Basti dire, per la cronaca, che non si tratta di casi isolati ma di azioni più diffuse di quel che si potrebbe pensare e certamente condivise tra gli appassionati attraverso i Social Network.

Il web allarga i confini dell’inconscio collettivo e i gruppi on-line sono definibili come tali anche se gli individui non si conoscono personalmente ma in uno spazio o in un altro trovano una strutturazione. Strutturazione di pensiero, persino di sentimento, di passione vitale per alcuni, poiché non è di certo lo strumento il “colpevole” ma è l’uso che se ne fa a cambiare le carte in tavola, o strutturazione di azioni che non hanno bisogno di coscienza. Gruppi on-line come quelli descritti sono spazi di raduno che raccolgono identità senza confini e offrono un contenitore che è in realtà annullamento di sé per l’individuo.

Gli esempi ancora più estremi non mancano. Connettersi on-line per “giocare” a seguire le regole di una follia strutturata in 50 punti, fino al salto finale: la notizia relativa al “gioco” che tira in ballo l’idea della balena blu (The Blue Whale Challenge) è stata ampiamente gonfiata dai media a partire dalla trasmissione “Le Iene”, pur basandosi su eventi realmente accaduti. Notizia ingrandita, più che falsa, ma in ogni caso non lo si può chiamare “gioco”.

E nemmeno rituale. Piuttosto, questo tipo di sfida si situa ben lontana dal rito di passaggio che nelle culture tribali è spazio-tempo per transitare dall’infanzia all’età adulta lasciando che l’individuo passi molto vicino alla Morte. Ben diverso dal rito dotato di senso, dal significato riconosciuto collettivamente, è il modus operandi dei cosiddetti sensation seeker, nella tensione verso una meta che forse, a raggiungerla, si riconosce definitiva.

Le componenti psicologiche identificate da Zuckermann alla fine degli anni settanta, ovvero la ricerca del brivido e dell’avventura, la ricerca di esperienze accompagnata da un certo grado di disinibizione e la difficoltà a tollerare la noia (suscettibilità) , sono le stesse che, affiancate al Test 16PF di Cattell (1956) danno modo di trovare delle correlazioni interessanti, ad esempio alla voce “disinibizione” è associato l’item relativo alla “dipendenza dal gruppo”8

Nei primi anni dopo il duemila mi occupai per un certo periodo di questo tema, condividendo e confrontando la mia esperienza professionale con gli adolescenti e il lavoro nelle classi delle scuole superiori territoriali con i colleghi dell’équipe condotta da Maurizio Gasseau nel servizio dedicato alla fascia di età 16-24, a cavallo tra la Neuropsichiatria infantile e la Psichiatria adulti. All’epoca, di prevenzione primaria si parlava tanto e c’era un gran fermento, perché le possibilità di accedere alle chat, ai social network e via discorrendo erano limitate dalle potenzialità non ancora sfruttate dello strumento che si stava affinando. Ci si stupiva leggendo notizie di nuovi rituali che sfidavano la morte, come ad esempio le “gesta” - che di certo non possono dirsi eroiche, intendendo con eroismo un agire indirizzato all’ideale ma che, per coloro che le compiono, assumono un significato totalizzante di connessione con la morte – di adolescenti chiusi dentro una scatola in mezzo alla strada. Qualche anno dopo avrei avuto modo di approfondire la mia esperienza professionale con adolescenti e giovani tossicodipendenti. Ricordo che un diciannovenne mi parlò con entusiasmo delle sfide tra auto e moto nel tunnel di Corso Unità d’Italia a Torino, “giochi” pericolosi, che giochi non sono, con il rischio di coinvolgere ignari automobilisti in un massacro.

L’argomento è complesso e denso, ed è senza risoluzione. È un magma collettivo che le notizie di cronaca ci illuminano a tratti. A mettersi in viaggio per esplorare le nuove sfumature dell’assenza di confini ci si ritrova immersi nel buio del nostro tempo, una lanterna in mano – per non perdersi – e barlumi di coscienza da condividere. Sperando di stimolare il vostro pensiero, invitando alla condivisione come strumento che in questo caso mira riflessione, sottolineando il fatto che questi temi saranno di certo ripresi in articoli successivi di questa rubrica, vi invito a scrivere i vostri commenti inviando la richiesta d’iscrizione a Psiconline o accedendo direttamente da Facebook.

Vi aspetto.

Valeria Bianchi Mian

 


1Ne ho parlato in: www.psychiatryonline.it – “La vicinanza degli opposti” - https://www.psychiatryonline.it/node/5832

2. Anzieu, D. (1985), L’Io-Pelle, Edizioni Borla, Roma, 2005 - Anzieu, D. (1990) "L’epidermide nomade e la pelle psichica", Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.

3 https://www.vice.com/it/article/una-settimana-in-un-blog-proana-ana-divinita-479

4 Ne ho parlato nella mia vecchia rubrica: “La vicinanza degli opposti” -https://www.psychiatryonline.it/node/5774

5 Extreme Body Modification: nei primi anni di questo XXI° secolo curai alcune Tesi di Laurea sul tema delle modificazioni corporee estreme e sui comportamenti a rischio nell’adolescenza, nonché sul tema sensation seeking behaviour per il Corso di Teorie e Tecniche delle Dinamiche di Gruppo, tenuto dal Prof. Maurizio Gasseau presso l’Università di Torino.

6 Shannon Larratt – Prosthetic inside - https://news.bme.com/tag/amputation/

7 Fabio Giovannini, Necrocultura – Estetica e culture della morte nell’immaginario di massa, Castelvecchi, 1998

8 Zuckerman, M., (1994). Behavioral expressions and biosocial bases of sensation seeking. New York, NY: Cambridge University Press. Zuckerman, M., (1984). Sensation seeking: a comparative approach to a human trait. Behavioural and Brain Sciences, 7, 413-471. Zuckerman, M., (1979). Sensation seeking.

Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum. Zuckerman, M., (1971). Dimensions of sensation seeking. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 36(1), 45-52.

Il collega psicoterapeuta della salute Massimiliano Iacucci ne parla in un articolo su State of Mind:  https://www.stateofmind.it/author/massimilianoiacucci

 

 

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