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Contemporaneamente - Luci ed ombre del Millennio

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Il mestiere del giornalista non è (mai stato) un gioco

Viaggio nelle ombre dei fatti, riflettendo con Enrico Campofreda, giornalista

Viaggio nelle ombre dei fatti riflettendo con Enrico Campofreda giornalistaCome è cambiato lo scenario dell’informazione dagli anni Ottanta agli anni Zero? Che ruolo hanno i giornalisti nel portare un fatto piuttosto che un altro all’attenzione della gente? Come possiamo noi comuni mortali approcciare le notizie con occhio critico quando siamo spesso e volentieri subacquei nel mare magnum del web? Ne parliamo con Enrico Campofreda. Giornalista, ha lavorato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto, Terra.

Attualmente scrive su quotidiani online seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato: la raccolta di racconti “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007; il romanzo “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010; il reportage geopolitico "Diario di una primavera incompiuta", ABao AQu, Rovigo, 2012; il reportage geopolitico "Afghanistan fuori dall'Afghanistan", Poiesis, Alberobello, 2013, la raccolta di racconti “Leggeri e pungenti”, Lorusso editore, Roma.

Come psicoterapeuta, mi capita di pensare spesso e volentieri che in alcune voci e penne portatrici di informazioni, spesso manchi lo sguardo verso l’altro, verso colui che riceve. Mi sovviene questo pensiero quando mi trovo di fronte a titoli ricchi di pregiudizio verso etnie, gruppi sociali, ecc.

Che cosa significa fare il giornalista oggi? Cosa è cambiato rispetto al passato? E, soprattutto, che tipo di formazione è richiesta per coloro che pensano di approcciare questo campo da professionisti? Come funziona una Redazione di giornale? Mi piacerebbe cominciare a osservare una panoramica della situazione.

C.: “Negli anni Ottanta, e forse all’inizio dei Novanta, il giornalismo scritto di quotidiani e periodici apriva ancora la porta agli amanti di quell’avventura. Si poteva entrare in Redazione da perfetti sconosciuti e proporsi in base ad attitudini, competenze o semplice buona volontà. Il Capo servizio, o chi per lui, ascoltava. Se si convinceva ti provava, se gradiva il periodare pubblicava l’articolo, poi il giornale pagava quel lavoro. Così poteva iniziare una collaborazione che difficilmente conduceva all’assunzione, favorita in genere dal più classico dei vizi italici: la segnalazione. Però si poteva lavorare.

Il ruolo era ambìto, la presenza numerosa (non come nel Terzo Millennio), una presenza non sempre dettata da spiccate capacità, che risultava favorevole se accompagnata dalle conoscenze giuste. Le redazioni contavano anche mediocri scrivani, finiti lì per clientele e nepotismo, che potevano risultare brillanti o meno. Fra i brillanti senza padrino pochi vincevano il ‘Bingo’ dell’assunzione che avveniva, incredibile ma vero, prima di affrontare l’Esame di Stato. Superarlo era quasi una formalità e produceva l’iscrizione all’Albo dei professionisti per coloro che di fatto un posto in redazione lo vantavano già come ‘praticanti’ per un minimo di 18 mesi. Un paradosso ma tant’era e, a quanto mi risulta, è.

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Un’ingiustizia per migliaia di collaboratori a vita che in assenza di quel tirocinio contrattualizzato, non hanno mai avuto l’opportunità di essere definiti professionisti pur lavorando per testate prestigiose. Il mestiere lo praticavano e imparavano anche meglio dei percorsi accademici di certe “scuole di giornalismo” istituite successivamente, ma per questi paria del giornalismo, che in alcuni casi costituiscono anche il 60% della produzione quotidiana o periodica, il traguardo dell’assunzione non è mai arrivato. In quel giornalismo, ancora prossimo ai tempi eroici, segnati nella catena lavorativa da colleghi esperti e bravissimi che dettavano il pezzo “a braccio”, dimafonisti attenti e competenti, linotipisti che scarrucolavano respirando i tossici vapori del piombo, grafici con cui fare i giusti tagli di foto per l’impaginazione, oltre al ricordo e alle contraddizioni descritte, c’era, però, una condizione innegabile: la dignità del lavoro.

Un impegno che l’editore onorava, con la garanzia del Direttore, tramite la retribuzione. In Italia qualsiasi collaboratore scrivesse articoli per un quotidiano o per un periodico veniva sempre pagato. Magari l’amministrazione non rispettava le tariffe fissate dalle tabelle sindacali, ma la retribuzione era garantita. Da un certo punto non è stato più così”.

Insomma, è uno scenario complesso, con relazioni professionali a più livelli e molta competizione. Non basta il desiderio di scrivere e narrare… per diventare giornalisti. Immagino anche che un giornalista libero professionista, così come capita anche nella mia professione ‘psi’, si possa sentire a volte molto solo.

Per noi conduttori di gruppi, l’idea di lavorare attraverso i metodi attivi con chi opera nel campo della notizia è certamente affascinante. Quante idee mi vengono in mente, mentre Campofreda risponde ai miei stimoli. Seguo il filo che connette ‘individuale’ a ‘collettivo’ e visualizzo l’ambiente che viene così descritto:

C.: “Accanto al sogno d’un mestiere di per sé affascinante per chi ama descrivere, narrare, ricercare, capire ragioni più o meno recondite, si può vivere la contraddizione della solitudine. Inferiore a quella dello scrittore, un cimento di per sé solipsistico, ma una solitudine egualmente marcata. Eppure il giornalismo ne è l’esatta antitesi. La catena produttiva d’un giornale incarna un magnifico lavoro d’insieme. Dalla progettazione del numero - dove in base alla cronaca si definiscono articoli e commenti, si scelgono immagini, disegnano pagine per poi stilare pezzi, titoli, occhielli, didascalie sino all’ingresso in rotativa - tutto è un meraviglioso contributo collettivo. Ma a questa prova d’orchestra partecipano solo i giornalisti interni alla redazione.

Il collaboratore, più o meno esperto o prestigioso, esegue il suo brano, un tempo anche dentro, ora solo fuori le ‘sacre mura’ redazionali, lo passa e tutto finisce lì. Manca l’interazione coi colleghi, che sempre più, in una professione malata di protagonismo e non segnata dal senso di servizio, inseguono glorie di scoop ben poco eclatanti. In quest’esasperazione individualista ne risentono i rapporti di lavoro e quelli umani. Tutto diventa un inaridimento professionale, sebbene, ora, la professione risulti umiliata soprattutto dal non rispetto delle regole lavorative primarie: l’assenza di compenso. Col ricatto del ‘prestigio’ di fare questo mestiere, autorevoli testate e danarosi editori si comportano in maniera piratesca con l’imbarazzante silenzio di Ordine e Federazione della Stampa.

E’ uno dei motivi per cui il giornalismo tracolla dalla crisi al coma: impedisce ai giovani di lavorare, perché un lavoro senza retribuzione non si può definire tale. E col lavoro gratuito può passare tutto il peggio: carenze, superficialità, mancanza di criticità, servilismo. Così s’impone un giornalismo mediocre, per la gioia di quel Potere che banalizza questo ruolo per screditarlo e sostituirlo con quello del propagandista. Che peraltro diventa una via verso l’autoritarismo. Basta guardarsi attorno”.

Il tema del ‘lavoro gratuito’ è argomento caldo anche per gli psicologi. Soprattutto per i più giovani, per i laureati ancora freschi di studi e i tirocinanti, che sono spesso coinvolti nel sistema del ‘se mi presto, magari prima o poi arrivo alla meta (assunzione, guadagno)’. Il rischio è quello di uscirne a fatica. Potere, disinformazione nell’informazione e sfruttamento. Insomma, i lati oscuri del giornalismo somigliano a quelli di ogni professione. A proposito di lati oscuri… mi piacerebbe comprendere meglio una questione. Se dico: vero e falso? Cosa nasce da queste parole stimolo?

C.: “Col propagandismo spacciato per informazione la deontologia muore. Certo la neutralità totale non esiste. Neppure la grande Storia ci racconta la verità assoluta, visto che a scriverla sono gli intellettuali del fronte vincitore. Però un conto sono i fatti, altro le ragioni di chi vince e chi perde, quest’ultime sono interpretazioni soggettive. Il lavoro d’informazione, che è in primo luogo un servizio per la comunità, quando fa seguire ai fatti le opinioni non tradisce il suo scopo. Invece se, come sempre più spesso accade, rovescia le parti finisce per manipolare la funzione informativa o deviare da essa.

Ecco, avere sotto gli occhi oggi – con tanto di ‘Carta dei doveri del giornalista’ e fondamenti deontologici (l’intero articolo 2 nei suoi otto punti) – un’informazione malata vuol dire affossare una professione, poco amata dal Potere. Al di là di casi credo creati ad arte da quest’ultimo - quello noto di Renato Farina, alias Betulla, informatore del Sismi e untore tramite false notizie pubblicate sul quotidiano Libero, un signore che dopo aver patteggiato pene peraltro lievissime s’è rifugiato nel mondo politico che lo ispirava per poi tornare a scrivere su taluni quotidiani – si può riflettere sull’inquinamento del mestiere.

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Oggetto è il dilemma vero-falso, e l’esempio che segue coinvolge il sempre potentissimo mezzo televisivo. Ben prima della nuova ondata delle false notizie che orientano la politica nazionale e internazionale c’è stato un programma che precorreva i tempi. La famosa trasmissione d’intrattenimento sulle tivù Mediaset “Striscia la notizia”, ideata da Antonio Ricci. Autore televisivo di successo, non so se per la sua creatura abbia tratto ispirazione dal celebre esperimento del media statunitense CBS, quello con le letture di Orson Welles su “La guerra dei mondi” che fece credere vera a milioni di persone la falsa invasione di alieni sulla Terra.

Oggi siamo così ingenui come i radioascoltatori del 1938? Non lo siamo, e non lo erano neppure loro. Però, l’influsso mediatico era e resta elevatissimo tanto da poter disorientare le masse. E una lettura dell’esperimento di ritorno della trasmissione di Ricci può risultare un mascheramento della realtà, mescolando con notizie reali la finzione palese (e comica) a una più vicina al vero, e perciò subdola. Magari ci sarà chi sostiene come questo stratagemma possa solo stimolare l’intuito dello spettatore per attrezzarlo al meglio. Forse. Ma senza demonizzare o presumere secondi fini, quella trasmissione rappresenta il pericolo della facile manipolazione prima che dell’utente della notizia stessa.

Più il mezzo è potente, più la manipolazione può insinuarsi. S’insinua benone nello sviluppo della tecnologia che caratterizza l’attuale comunicazione orizzontale della Rete. Una comunicazione diretta e libera. Oddio, libera parzialmente perché sappiamo che chi controlla i sistemi può limitarla e censurarla. L’odierna frontiera del discernere le notizie diventa un’impresa complessa, non solo per il fianco che la tecnica può prestare alla falsificazione, ma perché esiste un lavoro ideologico sporco attuato in tal senso. Il giornalista non può prestarsi a queste manovre. Deve tutelare la dignità sua, del lavoro d’informazione e della società cui si rivolge come presidio di decoro e lealtà. A difesa del vero”.

Nel mare magnum del web, poi… è davvero difficile poter distinguere. Come fare?

C.: “Sulle piazze virtuali dei social c’è di tutto, come frequentando le piazze vere dove da millenni i mercanti espongono i loro prodotti  oppure nei supermarket dove la merce è sì maggiormente controllata, ma non per questo più genuina. Il dribbling che il fruitore può fare attorno alla sofisticazione di certe notizie è un po’ come per il cibo: assaggiarlo, non fermarsi al primo sapore, metterlo a confronto con altri.

Passatemi l’esempio gastronomico: così come chi sa cucinare riconosce con l’esperienza la bontà dei prodotti, lo studio, la lettura critica, la ricerca delle fonti, il confronto incrociato delle voci e dei media possono rappresentare un antidoto lì all’adulterazione, qui alla manipolazione. Certamente non basta.

I falsificatori di professione fanno del proprio lavoro una missione, in genere lautamente pagata perché alle spalle hanno poteri forti (partiti, lobbies politiche, economiche, talvolta ideologiche). Smascherarli non è semplice. Una cartina al tornasole è la ciclicità di talune campagne che, se reiterate, possono e devono insospettire il lettore o l’ascoltatore attento. Ma quando simili progetti utilizzano semplici comunicatori, in genere quest’ultimi restano in superficie, difficilmente producono lavori approfonditi che necessitano di tempo e fatica.

Ecco, le ‘bufale’ marchiane sono come le tematiche diffuse dai comunicatori-propagandisti, si susseguono periodicamente trattando fatti singoli o molto particolari, non necessariamente minùti, e restano in superficie, non indagano, né approfondiscono l’argomento. Soprattutto non si confrontano con ipotesi diverse, proseguono un percorso monotono e ripetuto come una nenia. Ovviamente se si è convinti di qualcosa anche con le migliori intenzioni, si può ripeterla, ma bisogna descriverne fatti e antefatti, valutare conseguenze, attivare un processo di verifica per perfezionare la  visuale e avvicinarsi a una migliore comprensione.

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Si può suggerire al fruitore di media o della Rete quest’approccio, affinché non introietti passivamente e si ponga sempre in funzione attiva e analitica davanti a notizie semplici e pure complesse. Così avrà modo di affinarsi, approfondendo e studiando varie questioni. E’ la pratica con cui dalla massaia allo chef, chi per esperienza sa riesce a scegliere e preparare il cibo migliore. L’attuale ‘cucina dell’informazione’ s’è arricchita degli apparati tecnologici del web che aiutano a nutrire la mente e al contempo  possono intossicarla con scorie avariate, ingoiate senza una verifica di commestibilità.

Come ogni pericolo della vita, anche questo dev’essere combattuto sviluppando i citati anticorpi della conoscenza e dell’analisi. Le regole, come un ricettario, possono offrire aiuto e riparo agli avvelenamenti autoprodotti, magari inseguendo un accattivante piatto da fast food. I giovani maghi della Rete sviluppano invidiabili sinapsi che ne esaltano rapidità cognitive e realizzative, indubbio fattore di progresso generazionale, ma devono coltivare anche la destrezza dell’approfondimento, unica garanzia contro truffe e muffe”.

Occorre dunque stare attenti, ascoltare e discernere ma anche educare all’informazione. Magari anche educare alla relazione.

Da Roma a Torino, attraverso la scrittura, le parole che scorrono al telefono, i messaggi, costruiamo una conversazione che offre a voi lettori di Contemporanea/Mente notevoli spunti di riflessione.

Grazie a Enrico Campofreda.

 

 

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