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Contemporaneamente - Luci ed ombre del Millennio

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Riflessioni sulle modificazioni corporee estreme: Segno versus Simbolo

Il livello sul quale voglio soffermarmi in questo articolo per il Blog, perché spunto di riflessione particolarmente significativo, è relativo alle modificazioni corporee cosiddette “estreme”.

Riflessioni sulle modificazioni corporee estreme: Segno versus Simbolo

Il mondo contemporaneo ci offre molti spunti di discussione sul tema “segno versus simbolo”. Tempo fa avevo scritto una piccola raccolta di articoli1 sul mondo delle modificazioni corporee, dal semplice tatuaggio alle Extreme Body Modifications, e sui riti di passaggio. Questi ultimi sono momenti trasformativi che hanno avuto in passato e ancora oggi mantengono un senso profondo e radicato nelle società tribali; sono condivisioni di cambiamento, la cui eco raggiunge l’occidente senza per forza condurne con sé i presupposti.

Da necessario distacco dei bambini dal gruppo con successivo ritorno allo stesso attraverso l’assunzione del ruolo adulto il rito si fa spazio di libera sperimentazione identitaria, quasi auto-erotico individualismo “scritto sul corpo” o, per contro, soglia da transitare per ottenere il riconoscimento dei pari o ingresso in una particolare subcultura. Riporto in questa rubrica alcune considerazioni fatte allora, ancora valide, e una revisione alla luce delle novità poiché mi piace riattualizzare quel percorso di ricerca e riflessione.

Quasi otto miliardi di esseri umani abitano un mondo che muta rapidamente, uno scenario più che complesso che offre all’individuo e al piccolo gruppo di individui, i quali si riconoscono parte di un insieme - dalla famiglia alla moderna “tribù” - nuove possibilità di apertura o, per contro, soluzioni e seduzioni pratiche per ottenere un perfetto crollo2.

Uomini e donne vanno alla ricerca della propria identità, consapevoli o meno delle domande esistenziali che accompagnano ogni individuo dalla nascita fino alla morte: c’è chi, senza porsi alcun dubbio e senza opporsi, soccombe alle logiche del Mercato, si adegua al “dover essere” imposto dai media; alla “pseudo-cultura” di massa. C’è chi va cercando e magari trova una via tutta personale, chi costruisce un progetto di ricerca operativo per conoscere e “dire” se stesso, sulla strada della consapevolezza (quella che Carl Gustav Jung definisce “individuazione”, ovvero il percorso nel significato). Si tratta di una strada che non ha nulla a che fare con le soluzioni facili, con il “benessere” da rivista patinata. Si tratta di una “storia seria” tra l’individuo e il suo inconscio, un mettere in relazione gli opposti dentro di sé.

C’è poi anche chi va ad inserirsi in un gruppo di “appartenenza” e di “ricerca”, che è un nuovo tipo di comunità tribale, in subculture che si applicano a dire, fare, creare e scrivere se stesse spesso e volentieri a partire dalla pelle, dal corpo mutante. Non è una novità di questi ultimi decenni. Le subculture ormai non sono più solo “giovanili” e, tutto sommato, sono spesso e volentieri sempre meno “sub”, visti gli esempi che si possono fare, i quali sono numerosissimi poiché nella rete il passaparola diventa un passa-idea e passa-alla-azione collettiva.3

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Sull’uso del corpo per dirsi e per dire è già stato scritto di tutto e di più, soprattutto a partire dagli anni Novanta (si pensi a quei bellissimi piccoli saggi delle Edizioni Castelvecchi, dedicati interamente alla ricerca identitaria all’arrivo del Nuovo Millennio). Il livello sul quale voglio soffermarmi, perché spunto di riflessione particolarmente significativo, è relativo alle modificazioni corporee cosiddette “estreme”. Penso al supporto offerto dalle nuove tecnologie (in termini di strumenti per raggiungere l’immagine di sé desiderata, la rappresentazione scenica “definita” da offrire al mondo) e dalla rete (in termini di strumento per diffondere questa immagine e le trasformazioni che il corpo subisce nel tempo). Le nuove tecnologie e le antiche tecniche di modificazione corporea legate ai riti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta si intersecano fornendo il palco e gli strumenti per una messa in atto contemporanea.

Il tatuaggio, il piercing e tanta altre pratiche sono ormai diventate di uso comune, con una vasta gamma di attribuzioni di senso. Esistono però alcuni modi di “usare” le modificazioni corporee che sembrano optare per una scelta ben più che “definitiva”. Un percorso differente da quello che moltissimi giovani attualmente realizzano quando seguono il desiderio di modificare la propria immagine, abbellendola e personalizzandola con uno o più interventi sulla pelle e con altri ‘gesti’ utili a segnare i confini di sé come questione finalmente individuale e non più legata ai genitori. Estremo significa davvero estremo: si intende il desiderio che non ammette traduzioni non-letterali di se stesso, che si identifica con se stesso, in un “bisogno di diventare”… le immagini divine e mostruose che pensiamo.

Ed ecco un tripudio di vere Barbie, di veri Ken gonfi di silicone, di mostri, di rettili, di personaggi buoni o cattivi dei cartoni animati, di sosia di personaggi noti e icone, tutte divinità di un Olimpo sconsacrato.4 È quel che è successo, per esempio, a Celso Santebanes, il “Ken umano” morto a vent’anni dopo aver speso quarantamila euro in operazioni chirurgiche per trasformarsi in bambolotto: ce l’ha fatta?

Nelle interviste ai soggetti che compiono pratiche di modificazione estrema si nota l’utilizzo reiterato di espressioni quali “dover realizzare il sogno”, in una narrazione ossessiva, in una ossessione identitaria che ha bisogno però di esprimersi per segni. Ci sono segni come colori sopra una tavolozza, colori con cui irrimediabilmente disegnare un’identità desiderata che, poiché non trova le proprie radici dall’interno, cerca di raggiungere il profondo a partire dalla pelle, recuperando pezzi di un rituale che cerca al confine tra il dentro e il fuori da sé il proprio contesto.

È un percorso che viene intrapreso da soli? Dipende. Nel caso degli amanti dell’amputazione, ci sono gruppi segreti che attraversano la rete e connettono tra loro le persone che, è il caso di dirlo, si fanno del male.5

Anche il modus operandi dei “biohackers – Grinders” richiede condivisione. L’interesse per gli impianti che rendono il corpo cibernetico non è una faccenda soltanto personale.

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A volte, ci si incontra per divertimento, senza estremi ma con la testa gonfia: osservo le fotografie di adolescenti giapponesi “bagelhead” che si recano in gruppo a feste e sedute collettive per far diventare il proprio volto… un “ciambellone”, iniettandosi una soluzione salina in testa. O nello scroto. Nulla di definitivo; l’effetto dura una notte ma certamente le domande restano in sospeso nei nostri sguardi perplessi.6

La tecnologia (della chirurgia estetica ad esempio) al servizio dell’identità adora il business, si fa brama. Il connubio tra strumenti e desiderio rende ancora più netta la separazione dal pensiero, dalla consapevolezza di sé, nelle persone che non riescono a dialogare con il proprio inconscio. 

Diventare un demone, incarnarlo esteticamente è più facile che conoscerlo nel proprio immaginario. Più facile è confondere l’identità con l’immagine di sé e offrirsi al mondo come soggetto “imago-genico”.7

Se negli anni ’90 la Extreme Body Modification era ancora vicina all’arte (vedi la ben nota Orlan, ad esempio) oggi questa via è, spesso, un po’ meno artistica e un po' più assimilabile alla moda quando non va a sposarsi con la patologia psichiatrica. Per alcuni esempi vedi: le interviste alla “donna-vampiro” Maria José Cristerna, avvocatessa messicana; la storia dell’uomo “Red Skull”, ovvero Henry Damon, il venezuelano che si è fatto amputare il naso ed inserire impianti sottocutanei per “diventare” il proprio eroe (il "cattivo", il nemico di Capitan America). Non sono di certo casi isolati. Basta digitare su Google “modificazioni corporee estreme” per avere un’idea della portata del fenomeno.

Vivere nel paradosso e nella mutevolezza non è ricerca di fissità, eppure, in questo mondo contemporaneo decisamente "borderline" (per la definizione di "epoca borderline" tra tutti cito Giulio Gasca, lezioni alla Scuola di Specializzazione della COIRAG), nulla rischia di diventare troppo fisso come l’agire sulla pelle e nella carne, così come avviene nel caso delle modificazioni corporee estreme. In alcuni casi, in molti ormai, non si può tornare indietro, se non a costo di ricalcare il derma che ci avvolge, che ci limita, che dice di noi chi siamo e trasformare la pelle in un foglio stropicciato, troppe volte usato. Alla fine non resta che il riciclo, nel migliore dei casi, o il suicidio, in alcuni tra i peggiori. Vedi ad esempio il caso dell’uomo gatto, suicida a cinquantaquattro anni. L’americano Dennis Anver aveva passato la vita a trasformarsi. Una vita praticamente trascorsa in compagnia del chirurgo e del tatuatore, per dirla (neanche tanto) ironicamente. Si era fatto impiantare artigli, vibrisse (piercing) e denti. Voleva essere un felino, così recitano i necrologi giornalistici (2011), perché la tigre con la sua forza istintiva era l’immagine che nella sua mente evidentemente sfavillava tra le molteplici possibilità identitarie. Ex veterano della marina USA, entrato nel Guinness World Record nel 2009, era figlio di genitori provenienti dalle tribù indiane Wyandot e Lakota. Radici perdute e realizzazione di un sogno di breve durata.

Diventare dio o demone, animale o icona incarnata è una possibilità oggi facilmente attuabile grazie al “diritto” (termine anche questo assai contemporaneo e di moda) propugnato del fai-da-te, perché, si legge un po’ ovunque nei siti relativi al tema delle modificazioni corporee estreme: “il corpo è mio e ne faccio quel che voglio”.

L’identità moderna rischia spesso e volentieri di essere vissuta come un percorso esterno, fuori da sé. In “Dentro il presente – La psicologia analitica di fronte ai conflitti contemporanei”, la psicologa analista Paola Terrile scrive: (oggi, sulla strada delle offerte del mondo attuale) è “tutto giocato sul fuori di me.” E ancora: “la variegata offerta di metodi per incontrare se stessi ... la loro superficie colorata ed accattivante, non fa che alimentare la convinzione che la salvezza dal proprio malessere psichico sia dietro l’angolo”.8

Conosciamo in tanti il caso di Rick Genest, nato in Canada nel 1985 e recentemente scomparso, suicida. Forse il suo nome non vi dirà nulla ma a parlare chiaramente potrebbe essere la sua fotografia. Basta cercare nel web ed ecco, compaiono il volto e il corpo di un modello conosciuto in tutto il mondo come “Zombie Boy”.
Si apre una rosa di siti, siti specialistici e non, di riviste di gossip, di blog che raccontano la sua storia: Rick è stato il “cadavere vivente”, completamente ricoperto di tatuaggi che lo facevano sembrare uno scheletro. Da ragazzo, Rick conobbe l’abbraccio della morte ma ne uscì (quasi) vivo. All’età di quindici anni, infatti, fu operato al cervello a causa di un tumore. Si salvò, sembra, “per miracolo”. Questa avventura al limite lasciò nella sua psiche segni indelebili, gli stessi segni che la Persona “Zombie Boy” ha voluto narrare, prima di chiudere i conti con la vita, scegliendo autonomamente il come e il quando. Rick Genest era diventato un tatuaggio totale; il suo corpo come una tavolozza realizzata minuziosamente, con estrema cura, dall’artista dell’inchiostro Frank Lewis. Ci sono voluti molti anni per compiere quest’opera. Possiamo definirla arte. Possiamo definirla rituale? Di passaggio, al finale.


Nel mondo di oggi la materialità del vivere quotidiano è un piano irrinunciabile. I dialoghi con se stessi avvengono come status, come diario puntuale e preciso nello spazio di un social network; le nuove tecnologie permettono allo specchio riflettente di diventare “Selfie”. Lo sguardo da dentro di sé è molto facilmente chiamato fuori, spinto a dichiarare le proprie identità multiformi e ad operare sul corpo, piuttosto che con l’anima o, in ogni caso, non rifacendosi direttamente al piano psichico.

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Nella prima parte di questo articolo ho ricordato un’espressione utilizzata spesso da Giulio Gasca, il quale è stato mio professore alla Coirag di Torino alle soglie del 2000. Sono passati quindici anni e siamo ancora immersi di più in quella che lui definì “un’epoca borderline”, indubbiamente. Il collettivo ci invade non con un modello ma con la molteplicità dei modelli e la miriade di possibilità diventa il nostro stesso caos interiore; per dirci, allora, rischiamo di scegliere un ruolo unico, definitivo, incarnando l’impossibilità di essere fluidamente noi stessi. In questo tempo nel quale ogni cosa sembra andare più veloce della nostra capacità fisica di stare al ritmo delle macchine che noi stessi costruiamo, il corpo con la sua finitudine di carne e pelle continua a limitarci ma noi, anziché ascoltare il “limite” come ricchezza vitale, come contenimento alchemico della trasformazione di noi stessi da piombo a oro, diventiamo volentieri seguaci delle dee scienza e tecnologia sperando di raggiungere e concretizzare ogni possibilità. Ma ogni volta che concretizziamo, le possibilità sono… finite.

A noi è data la possibilità di mutare i connotati attraverso la tecnologia la chirurgia e altre tecniche. Ma la fissità del mutamento ci aspetta al varco. Una volta che hai esaurito le possibilità di immagine, non puoi uscire dalla gabbia. Una gabbia che ti appare come diritto alla presunta libertà, lontano dal corpo con i suoi veri bisogni, ritmi, dal sentire sessuato e incarnato.

Per la legge degli opposti, più un’immagine archetipica si fa concreta, canalizzata, più una creatura umana diventa “imago-genica”, inflazionandosi, assumendo in se stessa le caratteristiche dei propri complessi, diventando nella Persona ciò che sta accucciato nell’Ombra, meno l’immagine è compresa internamente e realizzata come senso del Sé cosciente. L'Io, dunque, per mantenere la propria identità tende a negare i contenuti psichici che non riconosce e che sfuggono al suo controllo, e li relega nell'inconscio.

I contenuti che “scottano” vengono rappresentati in quella funzione psichica che Carl Gustav Jung chiama "Ombra". Quando i contenuti rimossi diventano autonomi e agiscono in modo inconsapevole nel soggetto, è l'Ombra a guidare la faccenda. Allora l'Io, per differenziarsi dalla psiche collettiva ma, allo stesso tempo, per potersi riconoscere ed essere riconosciuto dal contesto sociale, tende ad identificarsi in atteggiamenti, valori e contenuti che lo caratterizzano come unico e particolare - o affine ad un certo tipo di gruppo. Questa funzione psichica è stata denominata Persona e corrisponde alla maschera teatrale (pensiamo, negli aspetti più definiti della Persona al teatro No giapponese), al modo di apparire all'esterno. Questo aspetto dell’uomo e della donna comprende il sistema di valori dei quali si è coscienti e nel quale l'Io si identifica. Persona e Ombra sarebbero antinomie ma direi che tendono a confondersi in assenza di coscienza e ad esprimersi in modo commisto nel soggetto “imago-genico”, la rappresentazione del quale diventa unico modo di dire il Sé totale, di approcciarlo e di avvicinarlo tenendolo, come si può intuire, a distanza. La commistione di elementi della personalità va di pari passo con la rigida separazione: gli equilibri sono precari, in assenza di luce. 

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Per Carl Gustav Jung l'inconscio ha per la coscienza una funzione compensatoria e, più l'Io irrigidisce il sistema della Persona, più l'Ombra costituisce una spinta inconsapevole finalizzata a ridare vitalità al blocco dell’energia psichica conseguente alla contrapposizione delle due tendenze opposte (vedi, se non sei addetto ai lavori, il volume “L’uomo e i suoi simboli”, edito da TEA).

Occorre ritrovare la via per un dialogo aperto con l'inconscio, per attingere da esso nuove possibilità di esistenza che superino la prospettiva materialistica e lo stallo energetico, offrendo al dire del corpo e al dire dell’anima la stessa libertà di parola.

 

Note

1 Nella mia rubrica su Pol.it – La vicinanza degli opposti – I soggetti imago-genici (2015) e poi lo stesso argomento per l’Abstract del Congresso IAAP di Avignone, 2018 – sul tema del perturbante, per la relazione poi svolta da Silvana Graziella Ceresa.

2 Francesco Remotti – Cultura. Dalla complessità all’impoverimento. Laterza, 2011 e Autori vari - L’Io a più dimensioni, la formazione dell’Io in un mondo che cambia. Red, 1989 (a giudicare dalla data sembrerebbe un testo datato e invece è attualissimo!)

3 AAVV Culture del conflitto: giovani metropoli comunicazione - Costa and Nolan, 1995
AAVV Ragazzi senza tempo: immagini musica conflitti delle culture giovanili - Costa and Nolan, 1993

4 Esplorando nel web: https://cosmicoblog.com/per-somigliare-a-ken-il-fidanzato-di-barbie-si-sottopone-a-191-operazioni-di-chirurgia-plastica/

5 https://www.dailystar.co.uk/news/weird-news/703655/body-modification-mods-amputee-extreme-cutting

6 https://www.google.it/webhp?sourceid=chrome-instant&ion=1&espv=2&ie=UTF-8#q=bagelheads

7. Imago-genico: ritengo questa epressione sufficientemente d’impatto per dire quei soggetti che offrono in se stessi, come propria qualità, la medianicità sufficiente per attrarre pubblico, e la buona forma per attirare – rispetto all’individuo – una “maggiorazione” delle proiezioni diventando schermi perfetti per la rappresentazione degli dei perduti (i propri e gli altrui) Per l’utilizzo del termine Imago vedi dal 1912 – Carl Spitteler – Jung in "Psicologia dell’inconscio", volume 5 - Opere, Bollati Boringhieri.

8. A cura di Paola Terrile - Dentro il presente – la psicologia analitica di fronte ai conflitti contemporanei – Vivarium, 2001

 

 

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