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Contemporaneamente - Luci ed ombre del Millennio

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Scene da un matrimonio di morte con resurrezione. La storia di Filomena Lamberti

Scene da un matrimonioAnno 2012. Siamo all’inizio del mese di giugno. Interno notte: una stanza, un letto, una donna colta nel sonno dallo sguardo vigile di un uomo. Sono le quattro di mattina.

La dormiente viene destata dalla voce del “bastardo” (è questo il termine che Filomena Lamberti principalmente utilizza per indicare l’ex marito) che dice: “Vir’ che te ‘rongh’” - guarda che ti do. Le dice vedi cosa ti faccio. Vedi. Poi, senza ripensamento alcuno, lui le rovescia addosso una bottiglia di acido solforico, lo stesso acido che la coppia usava per sturare i tubi della pescheria a gestione familiare. Tutto brucia, tutto ha inizio.

Ho letto in questi giorni il libro “Un’altra vita” (Ed. Arti Grafiche Boccia, Salerno, 2017) che “non è un romanzo” ma “il coraggio di testimoniare”, di narrare non una ma due vite, se non addirittura tre.

La prima vita di Filomena è quella della Core, della fanciulla ancora ignara, inconsapevole del mondo infero governato da quell’Ade che la imprigionerà. È un’esistenza “normale, vispa, gioiosa”, segnata dalle separazioni e dai ricongiungimenti, dal passaggio di testimone dalla madre, sempre impegnata, alla nonna amorevole, per poi ritornare sotto l’egida della madre, fino al momento in cui questa, ormai vedova, interessata da sempre principalmente a se stessa, si risposa.

La seconda vita è quella di Persefone, che da Core diventa Regina dell’oltretomba, sposata al mostro, senza possibilità di appello o di ritorno. Demetra è perduta, parrebbe. Le voci che regolano l‘esistenza di Filomena sono quelle della colpa, della punizione, della paura, della violenza come pane quotidiano.

La terza vita è una via, ed è la strada della libertà ottenuta a caro prezzo. Persefone riemerge dal regno dei morti con rinnovata forza e amore, e questo rinnovamento avviene in seguito all’episodio che - a prima vista - sembra indicare la fine di tutto, e invece non è he la svolta, la porta del cambiamento, poiché nella mente di Filomena Lamberti la coscienza andava mutando e crescendo, si approfondiva, si univa al desiderio di libertà già qualche anno prima di quella fatidica notte di giugno.

Vengono i brividi ad ascoltarlo, l’indicibile, e sono emozioni da accogliere. Personalmente, non ho voluto evitare queste emozioni forti, perché ho desiderato incontrare dal vivo la protagonista di questa storia, accompagnata (ma loro dicono che è lei, Filomena, ad accompagnarle sempre) dalle amiche e compagne e sorelle di Linearosa-Spaziodonna di Salerno, il centro anti-violenza nato nel 1978, tra le quali Vilma Tabano ed Elvira Rossi, all’evento milanese del 26 novembre - “Mille voci contro la violenza”, organizzato dalle scrittrici del sito www.culturalfemminile.com, ovvero Emma Fenu, che ne è fondatrice, e Marina Fichera. Ho partecipato anch’io all’evento come relatrice, portavoce del progetto “Medicamenta - lingua di donna e altre scritture”, e ho aspettato fino all’ultimo per poter ascoltare le parole di un’anima unica, capace di regalare perle di saggezza e dosi di ironia da tenere care.

Dell’incontro con Filomena Lamberti e del libro che raccoglie la sua parola insieme a quella delle persone che la conoscono, mi colpisce la differenza tra la forza bruta e semplice del racconto in prima persona, la narrazione della diretta interessata, rispetto alla poetica, all’uso di metafore di chi invece si trova a supportare i passi (culturali, sociali, legali) della protagonista di questa storia.

Saltano all’occhio le differenze di registro negli scritti di Filomena, della redattrice e docente Elvira Rossi, della psicoterapeuta Alba Arena, della presidente di Spaziodonna Vilma Tabano, della scrittrice Emma Fenu e di tutti coloro che hanno deciso di esprimere con parole questo percorso che diventa relazione e dono. Un dono alla stessa ‘vittima’ e alle persone che avranno voglia di conoscerne la storia.

Chi ha vissuto in prima persona trent’anni di calvario culminati nella crocifissione parla con voce cruda, diretta e semplice, mentre è inevitabile che le voci ‘altre’ si facciano più simboliche, e che dal connubio tra le due aree nasca una poetica - a tratti forse ‘protettiva’, decisamente creatrice di senso, un movimento che porta all’apertura verso il mondo.

La rabbia sorge spontanea di fronte a una tragedia che si sarebbe potuta evitare, se… Se le forze dell’ordine avessero preso in considerazione la richiesta di aiuto più volte avviata, muta e sorda, dalla stessa vittima del carnefice che è rimasto impunito. Se la voce di Filomena fosse stata ascoltata prima di quella notte.

La dinamica dei fatti ci mostra un orrore rimasto praticamente impunito - il ‘bastardo’ ha scontato soltanto quindici mesi di una pena di diciotto per “lesioni gravi in famiglia” - in un processo che non ha nemmeno tirato in ballo la persona della ‘vittima’, le fotografie e le parole che avrebbero dimostrato la gravità del reato.

Il magistrato Umberto Zampoli si è interessato alla vicenda giudiziaria della Lamberti, impugnando il provvedimento con ricorso alla Cassazione, proponendo la qualificazione di “tentato omicidio” (le aggravanti della premeditazione, le circostanze, la crudeltà…) ma senza risultato alcuno.
Più di venticinque operazioni al volto in cinque anni. La vista deteriorata (per fortuna non del tutto perduta). Un’immagine vivente del dramma scolpita sul volto di Filomena è quel che, di fronte alla legge, continuerà a gridare all’ingiustizia ma non alla sconfitta di una donna che porta avanti il proprio compito di sviluppo.

Filomena si racconta senza fronzoli, senza bende, con un linguaggio privo di antidolorifici per farci sentire la sua verità che diventa anche un po' nostra perché la riconosciamo nel profondo, ed è qualcosa che nessuno di noi può davvero metabolizzare senza una buona capacità di mitopoiesi: io stessa adesso mentre scrivo mi circondo di metafore, di figure archetipiche. Vedo Core, Persefone, leggo il recupero di Demetra nell’approdo a Spaziodonna, nell'abbraccio tra Filomena e le sorelle. Sono metafore curative, piene di doni e carezze per lei, per noi stessi che entriamo in contatto con la sua esperienza e la facciamo entrare nei nostri pensieri e nelle nostre anime.

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Solo Filomena puo narrarsi senza pelle perché ha già cominciato a ricucire mondi. Filomena, amica della forza, philos e menos: ecco il significato del nome di una donna nata nel meridione, nella terra del sole e del mare (del quale non potrà più godere per via delle ferite), all’oscuro di concetti quali “femminismo” ed “emancipazione”. Filomena, una donna che innamora del principe azzurro o forse si confonde perché lui tanto azzurro non è. Ha i capelli biondi e in apparenza nulla tranne un certo gusto per l’alcol fa pensare al peggio; alla violenza, alla tirannia, alla tragedia. Trent’anni di relazione fatta di intimidazioni psicologiche e di violenza fisica. Tre figli, un aborto causato dalla brutalità del marito. Perché Filomena resiste, stoicamente - è una ben strana tipologia di forza, la sua? L’amore non spiega tutto. L’amore si converte facilmente nel proprio opposto.

Lei resiste per il primo figlio.
Resiste per il secondo.
Per il terzo.
Poi, non resiste più.

La forza di Filomena Lamberti nasce come un lume nel buio all’interno del calvario. All’inizio non la si nota, ma quel che mi colpisce nel suo racconto di un mondo chiuso e sordo, è il germe della coscienza, la consapevolezza in nuce. Si scorge pian piano un dettaglio nel racconto. Un seme di vita. Le spoglie dell’amore marciscono nell’animo della moglie di un ‘bastardo’ e, come dentro un vaso alchemico, pian piano risplende una nuova creatura. È la libertà - Filomena ripeterà questa parola anche al Pronto Soccorso, tremando di dolore dopo il tragico evento. La libertà è viva, è l’oro conquistato, quello che “in sterquiliniis invenitur” si trova nelle cloache. Nasce dalla feccia, la libertà.

Nel libro, che ho letto tutto d’un fiato, mi sono soffermata sulle fotografie che ritraggono la protagonista di questa storia. La prima immagine mostra una donna con il sorriso inconsapevole, lo sguardo rivolto a un futuro che non era per lei ancora leggibile. La seconda è il ritratto della dissoluzione di una identità. La cancellazione di Filomena è apparsa ai miei occhi come stupore intonso, lo stupore della bambina appena nata. Rinata. È vero che si tratta di un volto ustionato, reso disumano forse oltreumano, e che per un attimo mi hanno colta la rabbia e il dispiacere. Ma io Filomena l’ho incontrata quando già era entrata nella sua “altra vita” e ho visto una “Persona” nuova, ho riconosciuto il ruolo importante e armonico che svolge portando avanti il suo compito principale, ovvero quello che lei sente come tale: portare testimonianza ai giovani, alle giovani...

Sul palco del Politeatro di Milano, Filomena ha dimostrato di avere, oltre alla forza, una grande ironia. “Mi chiedono”, ha detto, “perché non l’ho ucciso o fatto uccidere. Sono riuscita a liberarmi dopo trent’anni di prigionia. A lui per quel che mi ha fatto hanno dato solo quindici mesi, e secondo voi se lo ammazzo che succede! Vi pare che potrei per colpa sua passare trent'anni in galera? La libertà me la sono conquistata. Me la godo.”.

La rinascita, il volo. Dopo essersi asservita all’orco, Persefone si è liberata e adesso risplende come monito e richiamo alla cura di se stesse per le donne che vorranno conoscerla.
 

La foto che illustra l'articolo è di Saba Santoro

 


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