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ilaria

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  1. Aspe', dico due cose ma non per "convincerti", solo per cercare di spiegarmi meglio. Non è che qualcuno mi può far riacquisire fiducia e stima in me: penso che qualcuno mi possa sostenere in un lavoro che sono io a voler fare.E comunque anch'io penso che i buchi quando ci sono non si possono cancellare , ma si possono vivere con sentimenti diversi.Si parla tanto di "bambini interiori" : chi è il "nostro bambino interiore" se non una parte di noi che è rimasta fissata a un'esperienza di disamore, e non la relativizza, non la colloca storicamente nel suo vissuto, con la consapevolezza che la sua parte adulta può far molto,oggi, per farsi carico di quegli aspetti della propria affettività legati all'infanzia, a una propria esperienza di infanzia.Si dice spesso che diventare adulti significa diventare i "genitori di se stessi", intendendo con questo la possibilità di destituire quelle due persone che ci hanno curato/ trascurato di un potere così grande su di noi.L'adulto ha degli strumenti di comprensione che il bambino non ha e può, con questi strumenti, andare a ripescare quel bambino senza essere più tiranneggiato dalla sua emotività.Il dramma del disamore può essere elaborato, certamente continuerà sempre a far parte della nostra storia, è la materia del nostro vissuto, ma potrà non rappresentare più un intralcio, qualcosa che continua ad esercitare un suo potere su di noi a distanza di anni. Ecco, questo è quello che più o meno penso, e mi rendo conto che è personalissimo punto di vista. grazie dell' "in bocca al lupo" che mi prendo tutto.
  2. Non lo so,non so se ho capito bene, ma comunque azzardo. Io credo che sia vero che il grado in cui una persona percepisce l'altro come minaccioso dipenda dalla sua capacità di sentirsi in grado, a sua volta, di "farsi valere", ed è vero che la propria autostima consegue alla capacità di difendere ed affermare il proprio valore.Ma ne è anche il motore. Qui si profila un problema relativo all'aggressività. C'è stato un periodo in cui io ero letteralmente sbranata dagli altri e tuttora non aggredisco un granchè.Tuttavia non è che in me non vi fosse aggressività, era semplicemente imbrigliata e spesso rivolta verso me stessa.Io appartenevo alla categoria delle bambine "buone" che a scuola non si ribellavano mai palesemente, dicendo i suoi "no".E questo perchè avevo paura di farlo, temevo punizioni e conseguenze, temevo soprattutto l'autorità dei miei genitori.Così ho finito di mancare di palestra.Ma non perchè io non fossi aggressiva, che ribollivo spesso di una grande rabbia, ma perchè non sapevo come canalizzarla:rimaneva imbrigliata nel senso di colpa, nella paura delle conseguenze,e nella condanna del "non si fa". Mi azzardo a dire che noi non siamo o lupi o agnelli, ma un po' l'uno e un po' l'altro. Se prevale o solo il lupo o solo l'agnello per me questo significa che l'altro aspetto della natura umana è rimasto imprigionato e non riusciamo a dargli voce, a trovare il modo giusto di farla venir fuori, o raccontando barzellette o facendo qualsiasi altra cosa .
  3. Rispetto al discorso sulla nostra "libertà mentale": è per questo che io credo tanto nella psicoterapia, perchè non credo che l'uomo sia autarchico, però credo che abbia delle grosse opportunità/potenzialità di cambiamento.Io credo e ho fiducia non tanto nella libertà della mente dell'uomo, ma nella sua possibilità/capacità di liberarsi.Noi, per esprimere la nostra malaeducazione, i nostri vissuti negativi ci inventiamo i sintomi, le patologie, che sono, in modo deviato se si vuole, delle reazioni a ciò che non va bene, a ciò che non è andato bene.Esiste poi una "dinamica psichica", studiata per l'appunto dalla psicologia dinamica, che spiega i meccanismi con cui e grazie ai quali rimaniamo abbarbicati a certe storture del passato,e quelli grazie ai quali siamo in grado di liberarcene. Tuttosommato la nostra esposizione al modellamento degli altri se in alcuni casi può essere un grosso pericolo, in altri può rappresentare una vera risorsa.Io credo che ognuno di noi abbia esperienza di qualche "grande maestro",e avverta quale fortuna sia stata incontrarlo e sentire una voce diversa da accogliere dentro di sè e che ha vissuto, magari dialetticamente, conflittualmente, con le voci severe/autoritarie del passato, per poi magari finire per sovrastarle.E quanta parte di quel che siamo, nel bene, sia anche grazie a quelle voci "discordanti" rispetto al coro sentito dai nostri più immediati educatori. In ogni caso è pur sempre vero che noi siamo quel che siamo stati, ma ciò che siamo stati non è un marchio d'origine,secondo me, può piuttosto divenire una risorsa, se continuiamo a "divenire" senza fissarci solo su alcune di quelle voci, ma continuando ad ascoltarne di altre che credo "solo apparentemente" appartengano solo agli altri: degli altri a volte ammiriamo certi tratti e caratteristiche perchè essi appartengono anche a noi , solo che magari non li abbiamo sviluppati ancora come vorremmo. E tornando al bambino, e alla famosa faccenda della fiducia di base che a volte c'è, a volte non c'è, in relazione alle esperienze che si sono avute: la psicoterapia e la nuova relazione terapeutica offrono una seconda opportunità, una nuova esperienza formativa e di crescita che soppianta e libera dalle storture del passato, senza certamente negarle, ma integrandole, e consentendo di riprendere a camminare senza gli intralci di relazioni negative.Per questo penso che l'autostima possa rappresentare la conquista di una lotta di "liberazione". Poi, certo,io di mio ci metto un bel po' di entusiastica parzialità, evvabbè. :roll:
  4. io finchè si tratta di una dimensione narcisistica cioè finchè stò tra me e me mi amo molto a dire il vero, purtroppo è il rapporto con gli altri che non funziona. e ne scrivo un altro di post perchè il tema m'intriga. qui si pone una questione difficile quella della differenza tra l'amore di sè inteso come autostima e l'amore narcisitico. Ora io non sono un'esperta ma mi viene da pensare che tutto ciò che pertiene il narcisismo rigurda anche sistemi di difese e dipendenze. Voglio dire che il narcisita non basa il giudizio su se stesso su se stesso (scus per il gioco di parole) ma vede gli altri come uno specchio dal quale riceve il feedback di quello che lui è.Per questo è vulnerabile agli altri e ha bisogno di difendersene. La persona che ha raggiunto una buona centratura su se stessa non vacilla in relazione a cosa fanno/dicono gli altri, depotenzia l'altro e il suo "potere" di far star bene o male grazie alla consapevolezza che ha raggiunto, alla coscienza piena di se stesso che, in ultima analisi significa , aver accolto dentro di sè il dottor Jekill e Mr Hyde ( o come cavolo si scrivono), il bene e il male, perfezioni e imperfezioni, e grazie a queste integrazioni riuscire a diventare forti tanto che non ce ne frega più un tubo se gli altri riflettono di noi le nostre parti alte o quelle basse, le altezze o le meschinerie. Io sto nel bel mezzo di questo guado.
  5. è la trappola nella quale si cade il più delle volte, nella quale tutti più o meno siamo caduti il più delle volte...quella di far dipendere la nostra autostima dall'esterno, delegare a prove d'esame, ai giudizi degli altri il metro per stabilire quanto e se valiamo. E del resto non può che essere così poichè l'autonomia di giudizio non ci viene insegnata, ma subito, sin da piccoli gli altri ci vincolano a loro con delle dipendenze, dei sistemi di controllo, e uno di questi è proprio il loro giudizio su di noi: il giudizio della mamma e del papà che ci rimproverano o ci accolgono dicendoci "brava/o, il giudizio degli insegnanti e i loro voti, gli status sociali conseguiti, i titoli accumulati. Il bambino costruisce l'opinione su di se dall'espressione del volto con cui la madre lo guarda: il suo viso è il suo specchio, da quello specchio deduce la sua desiderabilità, la sua sgradevolezza, e inizia a costruirsi un'immagine de sè. Non sembra, magari lo rifiutiamo ma anche se a queste cose ci opponiamo razionalmente, se ci dichiariamo indifferenti a tutte ste menate, queste al contrario hanno lavorato in noi, hanno attecchito dentro di noi e occorre prenderne atto per procedere a una loro reale demolizione, a una liberazione da queste stratificazioni di giudizi interiorizzati che più o meno inconsciamente continuano ad orientare il modo in cui ci percepiamo. Occorre smantellare tutto e riappropriarsi di noi stessi e del giudizio su di noi, assumendocene la responsabilità senza più farlo dipendere dal di fuori. Non per tutti certamente le cose vanno nello steso modo: io ho avuto un crollo di autostima quando, una volta laureata mi sono ritrovata a casina senza un tubo da fare, senza sapere come muovermi per trovare un lavoro e ..con tasche e pancia vuote. Mi sentivo uno schifo perchè mi condannavo per questo senza capire che condannarsi non serve a un'emerita mazza, serve molto di più accettare di aver bisogno di lavorare e mobilitare tutte le energie e le speranze per mettersi alla ricerca. Al contrario di me, altre persone vivevano quella fase come una fase di transizione, non come un banco di prova del loro valore, e pertanto con molta più serenità, fiduciose e convinte di se stesse si muovevano armoniosamente alla ricerca del loro posto al sole,senza piombare nella depressione, continuando a vivere come sempre: io mi vergognavo a farmi vedere dagli altri così inconcludente mentre loro, pur non concludendo molto facevano spallucce e commentavano "evvabbè, passerà, farò le mie mosse e tutto di risolverà".Di cosa è sintomo una frase simile se non della capacità di perdonarsi, e fregarsene del giudizio esterno e considerare se stessi sotto prospettive più estese, complessive,articolate e soprattutto personali.A volte noi leggiamo noi stessi in modo davvero riduttivo,mentre siamo molto di più di quello che vediamo.
  6. Io non so l'autostima è roba che si possa perdere.Ho come l'impressione che se si ha un crollo di autostima è perchè qualche frangente critico ha fatto venire a galla un giudizio di valore su noi stessi che è sempre stato traballante.Magari uno riesce a raccontarsela di essere forte, di valere, magari lo fa per farsi forza e coraggio,ma non corrisponde realmente a ciò che sente e pensa su se stesso e alla prima grande prova (una separazione, una crisi sul lavoro o che altro)la melma viene a galla con tutta la sua potenza. A me è successo così, almeno. Chiedere che responsabilità abbiano gli altri è davvero una bella domanda. Quando io mi lamentavo col mio psi che gli altri coi loro pareri "mi buttavano giù" lui mi diceva che non stavo assumendomi la responsbilità del giudizio negativo che avevo di me stessa. E mi pare che sia un po' acquisito tra gli psi che se è vero che quando siamo piccoli chi ci sta intorno può influenzare con le sue opinioni l'idea che noi ci facciamo di noi stessi, è anche vero che da un certo momento in poi quelle opinioni vengono interiorizzate e le facciamo nostre, tanto da divenire noi i peggiori e i più severi giudici di noi stessi. Ecco forse il problema dell'autostima si risolve in questo: in una nostra tremenda severità verso di noi, più che in una valutazione di ciò che noi siamo.E' quel giudizio severo che tortura più delle cose che facciamo e di come le facciamo. In fondo ci sono egregi figli di che ne fanno di tutti i colori e dormono sonni tranquilli semplicemente perchè si perdonano, sono tolleranti verso se stessi.Come ci sono persone che sono stimabilissime per le cose magnifiche che dicono e fanno ma continuano a non stimarsi e a imporsi mete sempre più difficili da raggiungere per darsi prova del proprio valore, spostando così fuori di sè una roba che dipende solo da come si sentono verso se stessi. Oddio spero di essermi spiegata.E comunque non credo di averti detto niente di nuovo vista la carriera da paziente che ti ritrovi
  7. Cara Chiara, non so se ho capito bene la tua perplessità, ma credo che parta dal presupposto che è tua convinzione che per "mettersi nei panni" degli altri occorre almeno in potenza avere/poter avere le medesime esperienze, insomma il passarci attraverso è cruciale. E credo che se pure questo è vero in parte, tuttavia non rappresenta una ragione imprescindibile e necessaria per poter capire l'altro. Se un uomo non può fare le esperienze che tu puoi aver fatto,uno psicologo può capire come "tu" hai vissuto certe esperienze, che significato hanno avuto per te.Io credo che ciò che ci rende "tipici" non è tanto la serie dei fatti della nostra vita, ma l'interpretazione che ne diamo, il racconto che ne facciamo, che più dei fatti stessi spalanca all' altro le porte del nostro mondo interno: e per lo psicologo l'ascolto del racconto altrui è il pane quotidiano, come lo sono i viaggi dentro i mondi tutti diversi dei suoi pazienti. Questo per dirti che se la tua propensione è soprattutto orientata verso un uomo non considererei l'aspetto di cui tu parli - la capacità di capire una tua esperienza particolare- come cruciale, almeno non in misura inferiore all'altro motivo, anch'esso importante, quello di costruirti un modello maschile di riferimento, riempire un vuoto della tua esperienza. Insomma, io credo che ciò che è determinante sia il sentimento di essere accolti, accettati, compresi come persona nel senso ampio del termine,avere il famoso feeling senza il quale una terapia non va come dovrebbe. E questo feeling che apre la porta alla vera comprensione lo puoi avere con un uomo come con una donna .
  8. "Aniceto", libro di cui ricordo ben poco e non so chi lo abbia scritto.Mi ricordo però che,leggendo quel libro, per la prima volta sperimentai lo straniamento dalla realtà grazie all'immersione nel mondo di un libro e rimasi stupita da questo effetto.
  9. Quando ho qualcosa che non va solitamente cerco film (libri) tematicamente affini al motivo della mia tristezza/dolore/quelcheè: ho bisogno di identificarmi e, possibilmente, di "vedere come se ne esce", se ho la fortuna di imbattermi in qualche "eroe positivo". Mi è successo,anche, al contrario, di passare periodi in cui mi sono sentita così angustiata da non farcela a seguire un film, a non avere la capacità di uscire dai miei rovelli per lasciarmi andare alla storia: e allora tanto vale non vedere/leggere nulla.
  10. Una volta vidi lo spot di un "informagiovani" che diceva qualcosa tipo "Ti aiutiamo a trovare il lavoro che c'è in te". Ecco i genitori dovrebbero aiutare i figli a trovare le scelte che sono già in loro stessi, senza catapultargliele addosso dall'esterno. E al massimo orientare e mai dirigere. Ciao
  11. Ho trovato questo su Psychomedia: DELITTO DI COGNE: IPOTESI CRIMINOLOGICHE Dr. Marco Strano Criminologo, Coordinatore scientifico dell'equipe Redattore dell'area Criminologia di Psychomedia -------------------------------------------------------------------------------- Dall'analisi della letteratura scientifica criminologica e dallo studio della casistica internazionale proponiamo alcune valutazioni criminologiche sulla possibile dinamica dell'omicidio. (1). La madre. Usualmente gli omicidi dei figli da parte della madre avvengono nelle seguenti circostanze: * nelle prime settimane di vita del bambino (solitamente entro 7-10 giorni) quando ancora la donna non si è affezionata alla sua prole (definito infanticidio); * quando la madre vive un'esistenza disagiata (tossicodipendenza, alcolismo, scarsezza di mezzi di sostentamento, generale degrado); * quando la madre è molto giovane di età (15-18 anni); * quando il partner maschile è estremamente violento (magari pedofilo). In tali casi l'omicidio viene definito in Criminologia "complesso di Medea" ed è finalizzato a "togliere" il bambino da un'esistenza sicuramente drammatica. * quando la madre è affetta da un quadro psicopatologico grave (solitamente di natura psicotica) in grado di alterare completamente la sua coscienza in certi momenti. Alcuni studi descrivono la personalità della donna infanticida come caratterizzata da depressione, distacco affettivo, tendenza all'acting-out, alterazione della realtà, ecc In tutte le altre situazioni la madre è generalmente poco sospettabile. (2). Il fratello maggiore. I bambini dell'età del fratello minore della vittima (circa 7 anni) sono tecnicamente in grado, dal punto di vista psico-criminologico, di compiere atti aggressivi, anche letali, nei confronti di coetanei o di altri bambini più piccoli. Gli insegnanti delle prime classi delle elementari conoscono bene l'aggressività che talvolta viene posta in essere da bambini di questa età. Le motivazioni coscienti di tali atti sono solitamente legate ad una sorta di gelosia delle cure parentali ma su di esse agiscono anche dinamiche di immaturità generale o marcatamente psicopatologiche che "immergono" l'azione criminale in una dimensione ludica (semicosciente). La percezione di quello che si è fatto può sfumare nel bambino fino alla rimozione a causa dell'impatto forte della scena (sangue, reazione della madre eccetera). All'interno dei nuclei familiari, in tali circostanze, i genitori possono tendere a coprire il fatto attuando dei comportamenti di depistaggio (assumendosi anche la responsabilità). Specie quando l'autore del crimine è l'ultimo figlio rimasto i genitori possono tendere a preservarlo da un'esistenza marcata dall'evento delittuoso. Alcune azioni emerse dalle investigazioni del delitto mostrano ad esempio dei comportamenti psicologicamente incongruenti da parte della madre, primo tra tutti quello di aver lasciato la porta di casa aperta con all'interno un bambino di 3 anni mentre si reca ad accompagnare a scuola il fratello maggiore. Normalmente il medico curante del bambino, anche sotto segnalazione dei genitori, è al corrente di eventuali sintomatologie di origine psicopatologica del giovane paziente. (3). Un intruso. Un omicidio di un bambino ad opera di un soggetto esterno al nucleo familiare della vittima solitamente è legato alle seguenti motivazioni: * una vendetta ad opera di un singolo o di un'organizzazione criminale; * per impedire che il soggetto riveli altri crimini minori (es. una violenza sessuale a suo danno); * come soddisfazione di impulsi sadici in un soggetto affetto da parafilie; * la gelosia di maternità e della famiglia in genere in un soggetto (normalmente donna) disturbato; * un'aggressività esasperata da intossicazione acuta da alcool o cocaina; * un movente su base psicopatologica ad opera di un soggetto affetto da psicopatologie su base psicotica. La prevalenza dei moventi negli omicidi di bambini ad opera di adulti estranei al nucleo familiare è quindi correlata ad anomalie psico-comportamentali e parafilie. Spesso in tale categoria di assassini si annoverano le babysitter e le "tate". Vengono considerati estranei (intrusi) anche parenti di secondo grado (cugini, zii, cognati eccetera). In base a quanto esposto le ipotesi sulla dinamica del delitto vedono quindi (in ordine di probabilità) i seguenti responsabili: il fratellino maggiore (40%), un intruso (30%), la madre (30%). Tali valutazioni in termini di probabilità si riferiscono ovviamente alla sola analisi criminologica del delitto, prescindendo quindi da riscontri investigativi che possono modificare, già nella fase dell'analisi della scena criminis, le percentuali proposte.
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