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Ora lo so! Il suicidio non è un azione dettata da un momento di impulsività, ma piuttosto l'atto finale di un lungo processo che spesso implica moltissimo tempo.

Il suicida spesso premedita per anni sul proprio progetto cercando di non lasciare nulla al caso, giunge alla propria scelta con molta consapevolezza e metodo, immaginando la propria morte nei minimi dettagli. La sua paura più grande e quella di fallire nel proprio tentativo o peggio soffrire in quel momento.

Il suicida e metodico ed accurato nel progettare, visto che è cosciente che deve prima superare tutte le barriere psicologiche con le quali noi nasciamo (tralasciando tutte le motivazioni personali che lo portano a prendere questa strada).

Generalmente il primo limite è la religione;

per chi è credente, deve prima riuscire a svuotarsi di tutta la propria fede poiché la fonte di tutte le religioni, e non di meno quella cristiana, è la conservazione della vita, pertanto ciò collide con l’intento stesso.

Il secondo è la società;

l'aspirante suicida deve riuscire a rimuovere dalla propria

mente il significato impressogli fin dalla nascita; il principio della "conservazione della vita a tutti i costi", dottrina determinante per l’esistenza di una collettività tanto da annettere a questa asserzione una enorme mole di significati etici, spesso istituendo anche ruoli atti ad impedire che il suicidio possa manifestarsi(psicologi, preti, ecc.). Spesso lo scopo e privo di significato per chi diventa attore di tale incarico, esso adempie ad un dovere sociale senza conoscere il significato della missione che il ruolo assegnatoli gli impone. Quest’ultimo limite è molto difficile da superare poiché nasciamo in una società dove si da un valore alla vita quasi assoluto già dall'inizio, quindi non abbiamo un termine di paragone che ci permetta di mettere in discussione questo dogma, in pratica diamo per lapalissiano un criterio che esclude qualunque alternativa. Spesso, per paura di sentirci preda di quell'ansia ceca che ci renderebbe privi di quel egocentrismo che ci fa sentire unici, ci vediamo costretti ad accettare, senza neanche troppe domande, l’assioma che "ogni vita merita di essere vissuta" e quindi siamo

costretti a riempire, questa affermazione, di significati figli di luoghi comuni la qui fonte e sempre la stessa ovvero la paura di non essere così indispensabili. Anzi a volte questa frase un significato lo ottiene, o meglio uno scopo! Cioè quello di salvare il "salvatore", ovvero colui che stabilisce di dedicare la propria vita alla nobile causa di emancipare il suicida dal suo obiettivo lenendo la sua sofferenza, ovviamente parlo di quell'esercito di persone che immolano la propria esistenza a questo intento e che, galvanizzate dalla possibilità di poter nobilitare il significato della propria esistenza, tentano di "salvare" la maggior parte di vite. Peccato che nella realtà questi “soldati del bene” altro non cercano che una specie di espiazione dalle proprie pene nel vano tentativo di cercare una assoluzione per loro stessi, subordinando chiunque a tal fine, compreso quello di redimere lo stesso che hanno scelto di “salvare”. L'altra barriera e l'istinto di conservazione, cioè quella forza renitente e non governata dalla ragione che esiste nella nostra mente e che impedisce all’uomo di annientarsi. In parole semplici l'istinto di conservazione e la capacità dell'uomo di sfuggire al vuoto che l'idea della morte che dà. Ma un suicida arriva ad essere tale perché non vuole più provare un vuoto emotivo. Ed ecco il paradosso: non ci si può togliere la vita per l'istinto di conservazione ma lo stesso istinto di conservazione gli impone di salvarsi dal vuoto. Ma dal punto di vista di uno che medita di morire, e che l'unico modo di non sentire più il vuoto e quello di portare a termine il suo progetto. Questa in estrema sintesi é la visone di una persona che decide di compiere il passo.

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Dopo aver letto tanti post che forse non fanno bene a qs sito e neanche all'anima, per non parlare della grammatica che se potesse userebbe le mani e forse anche i piedi, eccone uno che merita l'impegno di essere letto e compreso FINO ALLA FINE.

Sappi, Alcatraz, che qualcuno prima di noi, molto prima, ha teorizzato che il primo suicida sia stato proprio Cristo: avrebbe potuto salvarsi dalla crocifissione e non lo ha fatto.

Secondo me il suicidio non è solo la fine. Proprio in questo portale c'è chi sostiene che quando finisce un amore si viene illuminati, si subisce una raffinazione e ci si aprono le porte per una vita nuova; insomma, una fortuna! Nello stesso modo chi si suicida si libera di queste idee ipocrite, della falsità che l'ha circondato per tutta la sua esistenza, per le angherie che ha subito e forse, per la prima volta, riesce a fare un atto autodeterminato. Una scelta netta, pulita, dove gli altri, tutti, ne rimangono fuori, per sempre.

Si potrebbe altresì dire che sotto l'ottica dell'autodeterminazione suicidarsi sia un pò come tagliarsi i testicoli per fare un torto alla moglie.... e perchè no? Se questo è l'unico modo per provocare qualcosa di diverso e soprattutto se non se ne vuole più subire il tritamento quotidiano o l'opposto, l'indifferenza, che sia pure il taglio netto. E che non se ne parli più. Vorrei, inoltre vedere chi sostiene che ogni vita valga la pena di essere vissuta se la scambiassimo con quella di qualcun altro.... mio padre dice "purtroppo la bocca ce l'hanno tutti" e questo ci costringe, appunto, a sentire un mare di banalità gratuite e veramente non richieste. Ma il modo per farle cessare c'è e vale tanto quanto quello per farle continuare.

Ora lo so! Il suicidio non è un azione dettata da un momento di impulsività, ma piuttosto l'atto finale di un lungo processo che spesso implica moltissimo tempo.

Il suicida spesso premedita per anni sul proprio progetto cercando di non lasciare nulla al caso, giunge alla propria scelta con molta consapevolezza e metodo, immaginando la propria morte nei minimi dettagli. La sua paura più grande e quella di fallire nel proprio tentativo o peggio soffrire in quel momento.

Il suicida e metodico ed accurato nel progettare, visto che è cosciente che deve prima superare tutte le barriere psicologiche con le quali noi nasciamo (tralasciando tutte le motivazioni personali che lo portano a prendere questa strada).

Generalmente il primo limite è la religione;

per chi è credente, deve prima riuscire a svuotarsi di tutta la propria fede poiché la fonte di tutte le religioni, e non di meno quella cristiana, è la conservazione della vita, pertanto ciò collide con l’intento stesso.

Il secondo è la società;

l'aspirante suicida deve riuscire a rimuovere dalla propria

mente il significato impressogli fin dalla nascita; il principio della "conservazione della vita a tutti i costi", dottrina determinante per l’esistenza di una collettività tanto da annettere a questa asserzione una enorme mole di significati etici, spesso istituendo anche ruoli atti ad impedire che il suicidio possa manifestarsi(psicologi, preti, ecc.). Spesso lo scopo e privo di significato per chi diventa attore di tale incarico, esso adempie ad un dovere sociale senza conoscere il significato della missione che il ruolo assegnatoli gli impone. Quest’ultimo limite è molto difficile da superare poiché nasciamo in una società dove si da un valore alla vita quasi assoluto già dall'inizio, quindi non abbiamo un termine di paragone che ci permetta di mettere in discussione questo dogma, in pratica diamo per lapalissiano un criterio che esclude qualunque alternativa. Spesso, per paura di sentirci preda di quell'ansia ceca che ci renderebbe privi di quel egocentrismo che ci fa sentire unici, ci vediamo costretti ad accettare, senza neanche troppe domande, l’assioma che "ogni vita merita di essere vissuta" e quindi siamo

costretti a riempire, questa affermazione, di significati figli di luoghi comuni la qui fonte e sempre la stessa ovvero la paura di non essere così indispensabili. Anzi a volte questa frase un significato lo ottiene, o meglio uno scopo! Cioè quello di salvare il "salvatore", ovvero colui che stabilisce di dedicare la propria vita alla nobile causa di emancipare il suicida dal suo obiettivo lenendo la sua sofferenza, ovviamente parlo di quell'esercito di persone che immolano la propria esistenza a questo intento e che, galvanizzate dalla possibilità di poter nobilitare il significato della propria esistenza, tentano di "salvare" la maggior parte di vite. Peccato che nella realtà questi “soldati del bene” altro non cercano che una specie di espiazione dalle proprie pene nel vano tentativo di cercare una assoluzione per loro stessi, subordinando chiunque a tal fine, compreso quello di redimere lo stesso che hanno scelto di “salvare”. L'altra barriera e l'istinto di conservazione, cioè quella forza renitente e non governata dalla ragione che esiste nella nostra mente e che impedisce all’uomo di annientarsi. In parole semplici l'istinto di conservazione e la capacità dell'uomo di sfuggire al vuoto che l'idea della morte che dà. Ma un suicida arriva ad essere tale perché non vuole più provare un vuoto emotivo. Ed ecco il paradosso: non ci si può togliere la vita per l'istinto di conservazione ma lo stesso istinto di conservazione gli impone di salvarsi dal vuoto. Ma dal punto di vista di uno che medita di morire, e che l'unico modo di non sentire più il vuoto e quello di portare a termine il suo progetto. Questa in estrema sintesi é la visone di una persona che decide di compiere il passo.

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Ho sempre pensato che ognuno di noi sia il legittimo possessore della propria vita e che come tale possa disporne a piacimento.

Spesso ho pensato al suicidio e tutt'ora lo considero una sorta di uscita d'emergenza da imboccare qualora la mia vita dovesse diventarmi insopportabile...e ci sono stati momenti in cui lo è stata davvero ma per mancanza di coraggio, speranza nel miglioramento o semplicemente pigrizia perché tanto prima o poi si muore comunque, ecco per questi motivi non sono arrivata a aprire quella porta.

Ora come ora non mi pento di essere viva, alcune cose nella mia vita sono migliorate altre ho semplicemente imparato ad accettarle e questo è il motivo per cui cercherei di far desistere un aspirante suicida.

Se mi fossi uccisa nel 99' (uno degli anni in cui ci ho pensato maggiormente) non avrei vissuto alcune delle esperienze che ora come ora mi hanno portata se non ad amare almeno ad accettare di continuare a vivere questa vita.

Per quanto riguarda il comportamento della chiesa nei confronti di chi si suicida provo solo vergogna, certo l'intento forse è quello di arginare il fenomeno ma secondo voi funziona?

La paura di non essere seppelliti in terra consacrata e tutte le altre baggianate sono effettivamente un deterrente? O forse l'idea di non trovare pace nemmeno dopo morti non fa altro che aumentare l'odio per questa vita?

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Se la chiesa ammettesse il suicidio negherebbe il principio della divina provvidenza stessa: "dio ha un disegno per tutti noi..." Chi si suicida si sostituisce a Dio, che vede e provvede anche per la ns morte. Io non ho mai voluto credere ad un dio così e men che meno ad una chiesa temporale, avida, manipolatrice e corrotta. E quando deciderò di suicidarmi non mi preoccuperò certo al torto che farò al "pastore tedesco".

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Non capisco perche' ci si debba preoccupare di quello che dice la gente o la religione o qualunque filosofia riguardo del suicidio. Se uno decide di suicidarsi significa che ha smesso da tempo di trovare conforto nella gente, nella religione, nella filosofia etc. Si suicida e basta.

Se decidi di suicidarti e' chiaro che non credi nell'immortalita' dell'anima, altrimenti non servirebbe a nulla. E se non credi nell'immortalita' dell'anima non credi nemmeno in Dio e allora perche' preoccuparsi? Il suicidio e' una cosa privata, si fa' e basta, non ci si pensa troppo sopra. Trovo abbastanza normale che la religione lo osteggi, cosa dovrebbe fare, dirti 'bene, bravo, bis'??

Io per conto mio lo trovo una cosa molto estrema e fortemente contronatura, pero' mi rendo conto che a volte la mente umana attraversa delle fasi di tale sofferenza che puo' sembrare davvero l'unica via di uscita. In questo senso mi preoccupano molto di piu' le persone che soffrono e vorrei che si potesse fare di piu' per loro, ma nessuno di noi ha i superpoteri, peccato.

E poi se non ci fossimo noi che si patisce il mal di vivere, di cosa camperebbero i poveri psicologi?

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Trovo abbastanza normale che la religione lo osteggi, cosa dovrebbe fare, dirti 'bene, bravo, bis'??

Il bis non lo potrebbero comunque chiedere :Just Kidding: , personalmente non me ne importa nulla della chiesa però mi sembra un controsenso che una dottrina basata sul perdono attui una così meschina minaccia nei confronti di chi sopraffatto dal male di vivere alla fine si uccide.

Non tutti coloro che si tolgono la vita lo fanno per disprezzo nei confronti della vita stessa, i meccanismi che intervengono sono tanti, paura, rabbia, frustrazione...

E poi se non ci fossimo noi che si patisce il mal di vivere, di cosa camperebbero i poveri psicologi?

:Just Kidding:

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Non so di preciso cosa dica la Chiesa riguardo ai suicidi, trovo giusto che sia un gesto condannato al pari dell'omicidio, ma se ci siano delle 'punizioni' particolari, come quella di essere sepolti in terra non consacrata o altro, non so, non mi risulta e forse nemmeno mi interessa. Comunque ammazzare qualcuno o ammazzare se stessi, sempre omicidio e', e quindi non ci puo' essere nessuna giustificazione di nessun tipo. Chi lo fa' deve assumersene la piena responsabilita' senza cercare scuse per la propria coscienza o attenuanti varie. Tutto qua.

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mah, penso proprio che cercare scuse per la propria coscienza o attenuanti varie sia proprio l'ultima delle preoccupazioni di una persona che arriva a un livello tale di disperazione da togliersi la vita :Straight Face:

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Wikipedia: "L'omicidio consiste nella soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano." Il suicidio è un'altra cosa. Generalizzare invece spesso ha lo stesso significato di "superficiale".

Non so di preciso cosa dica la Chiesa riguardo ai suicidi, trovo giusto che sia un gesto condannato al pari dell'omicidio, ma se ci siano delle 'punizioni' particolari, come quella di essere sepolti in terra non consacrata o altro, non so, non mi risulta e forse nemmeno mi interessa. Comunque ammazzare qualcuno o ammazzare se stessi, sempre omicidio e', e quindi non ci puo' essere nessuna giustificazione di nessun tipo. Chi lo fa' deve assumersene la piena responsabilita' senza cercare scuse per la propria coscienza o attenuanti varie. Tutto qua.

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Non so di preciso cosa dica la Chiesa riguardo ai suicidi, trovo giusto che sia un gesto condannato al pari dell'omicidio, ma se ci siano delle 'punizioni' particolari, come quella di essere sepolti in terra non consacrata o altro, non so, non mi risulta e forse nemmeno mi interessa. Comunque ammazzare qualcuno o ammazzare se stessi, sempre omicidio e', e quindi non ci puo' essere nessuna giustificazione di nessun tipo. Chi lo fa' deve assumersene la piena responsabilita' senza cercare scuse per la propria coscienza o attenuanti varie. Tutto qua.

La chiesa cattolica non ammette il suicidio e questo mi sembra logico, in linea di principio con il suo insegnamento, quello che ritengo contraddittorio è il negare il funerale cattolico a chi si è suicidato.

La cosa, per quel che ho avuto modo di appurare, è a discrezione del parroco.

Personalmente se mi venissero negate le esequie religiose non me importerebbe nulla, ma io non sono credente.

Per una persona credente invece sarebbe solo una cattiveria in più da sopportare in un momento in cui non ha bisogno ne di scuse ne di attenuanti ma solo di consolazione e di carità, quella carità cristiana appunto che mal si sposa a certi comportamenti della chiesa e dei suoi ministri del culto.

Non ritengo nemmeno giusto equiparare il suicidio all'omicidio.

Tralasciando il punto di vista legale fin troppo ovvio e soffermandomi solo su quello morale si tratta di due cose profondamente diverse.

Io non mi arrogherei mai il diritto di togliere la vita ad altri mentre ritengo possibile decidere liberamente per la mia.

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Ora lo so! Il suicidio non è un azione dettata da un momento di impulsività, ma piuttosto l'atto finale di un lungo processo che spesso implica moltissimo tempo.

Il suicida spesso premedita per anni sul proprio progetto cercando di non lasciare nulla al caso, giunge alla propria scelta con molta consapevolezza e metodo, immaginando la propria morte nei minimi dettagli. La sua paura più grande e quella di fallire nel proprio tentativo o peggio soffrire in quel momento.

Il suicida e metodico ed accurato nel progettare, visto che è cosciente che deve prima superare tutte le barriere psicologiche con le quali noi nasciamo (tralasciando tutte le motivazioni personali che lo portano a prendere questa strada).

Generalmente il primo limite è la religione;

per chi è credente, deve prima riuscire a svuotarsi di tutta la propria fede poiché la fonte di tutte le religioni, e non di meno quella cristiana, è la conservazione della vita, pertanto ciò collide con l'intento stesso.

Il secondo è la società;

l'aspirante suicida deve riuscire a rimuovere dalla propria

mente il significato impressogli fin dalla nascita; il principio della "conservazione della vita a tutti i costi", dottrina determinante per l'esistenza di una collettività tanto da annettere a questa asserzione una enorme mole di significati etici, spesso istituendo anche ruoli atti ad impedire che il suicidio possa manifestarsi(psicologi, preti, ecc.). Spesso lo scopo e privo di significato per chi diventa attore di tale incarico, esso adempie ad un dovere sociale senza conoscere il significato della missione che il ruolo assegnatoli gli impone. Quest'ultimo limite è molto difficile da superare poiché nasciamo in una società dove si da un valore alla vita quasi assoluto già dall'inizio, quindi non abbiamo un termine di paragone che ci permetta di mettere in discussione questo dogma, in pratica diamo per lapalissiano un criterio che esclude qualunque alternativa. Spesso, per paura di sentirci preda di quell'ansia ceca che ci renderebbe privi di quel egocentrismo che ci fa sentire unici, ci vediamo costretti ad accettare, senza neanche troppe domande, l'assioma che "ogni vita merita di essere vissuta" e quindi siamo

costretti a riempire, questa affermazione, di significati figli di luoghi comuni la qui fonte e sempre la stessa ovvero la paura di non essere così indispensabili. Anzi a volte questa frase un significato lo ottiene, o meglio uno scopo! Cioè quello di salvare il "salvatore", ovvero colui che stabilisce di dedicare la propria vita alla nobile causa di emancipare il suicida dal suo obiettivo lenendo la sua sofferenza, ovviamente parlo di quell'esercito di persone che immolano la propria esistenza a questo intento e che, galvanizzate dalla possibilità di poter nobilitare il significato della propria esistenza, tentano di "salvare" la maggior parte di vite. Peccato che nella realtà questi "soldati del bene" altro non cercano che una specie di espiazione dalle proprie pene nel vano tentativo di cercare una assoluzione per loro stessi, subordinando chiunque a tal fine, compreso quello di redimere lo stesso che hanno scelto di "salvare". L'altra barriera e l'istinto di conservazione, cioè quella forza renitente e non governata dalla ragione che esiste nella nostra mente e che impedisce all'uomo di annientarsi. In parole semplici l'istinto di conservazione e la capacità dell'uomo di sfuggire al vuoto che l'idea della morte che dà. Ma un suicida arriva ad essere tale perché non vuole più provare un vuoto emotivo. Ed ecco il paradosso: non ci si può togliere la vita per l'istinto di conservazione ma lo stesso istinto di conservazione gli impone di salvarsi dal vuoto. Ma dal punto di vista di uno che medita di morire, e che l'unico modo di non sentire più il vuoto e quello di portare a termine il suo progetto. Questa in estrema sintesi é la visone di una persona che decide di compiere il passo.

Scusa nn ho letto Tutto il commento ma dove metti le personae Che si suicidono subito dopo un'avvenimentoMolto stress ante?

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Wikipedia: "L'omicidio consiste nella soppressione di una vita umana ad opera di un altro essere umano." Il suicidio è un'altra cosa. Generalizzare invece spesso ha lo stesso significato di "superficiale".

Wikipedia:

Per suicidio (dal latino suicidium, sui occidio, uccisione di sé stessi) si intende l'atto col quale un individuo si procura volontariamente e consapevolmente la morte.

Il suicidio è il gesto autolesionistico più estremo, tipico in condizioni di grave disagio psichico, particolarmente in persone affette da grave depressione e/o disturbi della personalità di tipo psicotico.

Mi pare che la differenza principale tra i due tipi di uccisione sia nelle motivazioni. L'assassino sfoga la sua aggressivita', il suicida cede alla sua follia.

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La chiesa cattolica non ammette il suicidio e questo mi sembra logico, in linea di principio con il suo insegnamento, quello che ritengo contraddittorio è il negare il funerale cattolico a chi si è suicidato.

La cosa, per quel che ho avuto modo di appurare, è a discrezione del parroco.

Bhe' se e' davvero cosi' allora sono perfettamente d'accordo con te nel trovare piuttosto ingiusto questo atteggiamento. Senza contare poi che la Chiesa e' piena di Santi che sono diventati tali anche per essere andati spontaneamente incontro al loro martirio (non e' un mezzo suicidio anche questo?) E la discrezione del Parroco su cosa si baserebbe? Sulle motivazioni/intenzioni del suicida?

Non so davvero nulla sull'argomento, vado ad informarmi, forse e' meglio, altrimenti parlo a vanvera.

Io non mi arrogherei mai il diritto di togliere la vita ad altri mentre ritengo possibile decidere liberamente per la mia.

Su questo invece dissento totalmente. Non credo che possiamo decidere liberamente su quello che deve essere il nostro destino, non mi suona bene. Mi sembra un abuso di potere. Direi semmai che siamo liberi di decidere come impiegare al meglio o al peggio la nostra vita, ma le questioni di vita o di morte le lascerei ad altri, piu' in alto di noi. Non credo proprio che nessun essere umano possa avere la saggezza necessaria per decidere su queste cose. Sono infatti fortemente contraria anche alla pena di morte cosi' come all'accanimento terapeutico.

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Su questo invece dissento totalmente. Non credo che possiamo decidere liberamente su quello che deve essere il nostro destino, non mi suona bene. Mi sembra un abuso di potere. Direi semmai che siamo liberi di decidere come impiegare al meglio o al peggio la nostra vita, ma le questioni di vita o di morte le lascerei ad altri, piu' in alto di noi. Non credo proprio che nessun essere umano possa avere la saggezza necessaria per decidere su queste cose. Sono infatti fortemente contraria anche alla pena di morte cosi' come all'accanimento terapeutico.

Questo discorso è assolutamente non laico e pertanto non obiettivo. Se non posso decidere per la mia vita cosa vivo a fare????? Se non potessi decidere liberamente del mio destino non sarei un essere pensante, ma un animale da cortile. A me non piace vivere come una gallina per la quale qualcuno più alto di essa ne decide la vita e la morte. Non è una questione di saggezza: quando decidi di fare un figlio chiedi a qualcuno più in alto di te? E a chi? Chi è l'eletto, e da chi come il "saggio"? La pena di morte non c'entra nulla con questo discorso: non la commina qualcuno più in alto di te/noi ma un tuo simile (e da qui la differenza tra omicidio e suicidio) diverso da te.... mentre l'accanimento terapeutico è assolutamente in linea con il suicidio: e perchè uno non si dovrebbe togliere la vita solo perchè non è malato terminale? Solo i malati terminali, secondo te, hanno la saggezza per decidere della propria vita? Forse, allora, dovresti chiedere a loro il permesso di fare un figlio. In bocca al lupo.

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Mi ricollego al sacrificio biblico di Gesù.

Il simbolismo dell'atto ultimo di sacrificare la propria vita per far si che si adempia il destino dell'Uomo di Dio.

E' un passaggio obbligato per Gesù che morendo (nella carne) vive in eterno (nello spirito).

Quindi è un atto di crescita, di trasmutazione.

Si può azzardare nel sostenere che la morte (simbolica) è la via per la resurrezione a nuova vita.

Morire dentro ,soffrire, indubbiamente ci fa rinascere più forti e con un livello maggiore di consapevolezza di noi stessi e del nostro mondo.

Il sacrificio porta alla trasmutazione di noi stessi: è sicuramente una tappa spiacevole ma dai benefici illuminanti.

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Mi ricollego al sacrificio biblico di Gesù.

Il simbolismo dell'atto ultimo di sacrificare la propria vita per far si che si adempia il destino dell'Uomo di Dio.

E' un passaggio obbligato per Gesù che morendo (nella carne) vive in eterno (nello spirito).

Quindi è un atto di crescita, di trasmutazione.

Si può azzardare nel sostenere che la morte (simbolica) è la via per la resurrezione a nuova vita.

Morire dentro ,soffrire, indubbiamente ci fa rinascere più forti e con un livello maggiore di consapevolezza di noi stessi e del nostro mondo.

Il sacrificio porta alla trasmutazione di noi stessi: è sicuramente una tappa spiacevole ma dai benefici illuminanti.

Come dicevo nel mio primo topic Cristo è forse stato lui stesso un suicida.... ma non simbolico. L'argomento di qs topic non è teorico: si sta parlando della morte FISICA, non di un simbolo. Della cessazione di tutte le attività psico/motorie, sociali, dopo dele quali non ci può essere una nuova vita, almeno non per come la intendiamo noi: cuore che batte, occhi che vedono, interazioni sociali, alimentazione, rabbia, sballo, fratture ossee, grida e mugolii di piacere. Nulla di tutto questo. Chi si suicida e MUORE, se non si chiama Cristo e viene da Nazareth ed è morto nell'anno 33 non lo fa per vivere nello spirito.... anzi, se potesse ammazzerebbe solo lo spirito per vivere una vita senza tormenti. E' proprio il dolore spirituale che porta ad uccidersi; è proprio il mal di vivere che porta al suicidio e raramente, e solo raramente, la condizione fisica che porta all'ultima ratio. Chi si suicida o pensa seriamente di farlo, crede che questo lo libererà da un'oppressione quotidiana e costante: non esiste nulla di più lontano dalal sua intenzione il desiderio di tramutarsi in spirito. Sarebbe come se ad un assetato gli proponessi di dormire e sognare di essere nel deserto: gli togli la fisicità della realtà ma ne rimane il bisogno insoddisfatto, la frustrazione, la pena. Il sacrificio che porta all'illuminazione è solo un dogma cattolico e neanche cristiano che illude e che promette. Prova a promettere questa cosa ad uno che si sta per suicidare e forse ti butta dalla finestra insieme a lui.

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Questo discorso è assolutamente non laico e pertanto non obiettivo.

E chi l'ha detto che solo i discorsi laici sono obiettivi? E come fai a cercare l'obiettivita' in queste questioni? Sono problematiche che riguardano la morale, non possono di per se stesse essere obiettive.

Io ti posso dire come la penso, lungi da me pretendere che tutti la debbano pensare come me. Infatti

cio' che trovo piu' discutibile nelle tue posizioni e' proprio quella di voler dimostrare in modo 'obiettivo' che il suicidio e' un atto legittimo. Se lo e' per te, buon per te, vorra' dire che quando deciderai di suicidarti ti farai meno problemi di altri. Comunque ti assicuro che coloro che io ho conosciuto e si sono poi suicidati, tutto avevano in mente meno che problemi etici o morali. Erano persone semplicemente malate, depresse, allucinate. Mi ricordo soprattutto di un mio amico, il ragazzo in assoluto piu' sensibile che abbia mai conosciuto in vita mia... ancora mi duole pensarci. Prima che venissi a sapere cosa aveva fatto, avevo notato che era andato completamente di testa... No, non credo proprio che si sia posto alcun problema morale, ha semplicemente voluto andare altrove. E ci e' andato.

Se non posso decidere per la mia vita cosa vivo a fare?????

Fammi capire... ma allora il tuo problema e' un problema di liberta', di non poter decidere liberamente cosa fare della tua vita? Forse vedi il suicidio come l'ultmo gesto libero che puoi attuare per affermare

te stesso? E' una visione interessante, dimmi se ho capito bene.

Se non potessi decidere liberamente del mio destino non sarei un essere pensante, ma un animale da cortile. A me non piace vivere come una gallina per la quale qualcuno più alto di essa ne decide la vita e la morte.

E per tutto il resto (stile di vita, amici da frequentare, studi, lavoro, vacanze, vestire, mangiare, divertimenti...) chi decide? Decidi veramente tu? Sei riuscito a divenire libero almeno su queste cose basilari? O vuoi affermare la tua liberta' col suicidio per compensare una mancanza di liberta' in queste altre cose piu' meschine, terra-terra...?

Non è una questione di saggezza: quando decidi di fare un figlio chiedi a qualcuno più in alto di te? E a chi? Chi è l'eletto, e da chi come il "saggio"?

Mi spiace, penso che ti deludero' assai, ma a me i figli sono venuti prima ancora che avessi deciso di farli... non ho idea chi sia stato il 'saggio' che ha scelto per me... ma forse chissa' a volte il saggio di cui parli si cela misteriosamente dentro di noi e si manifesta misteriosamente col nome di 'destino'...

La pena di morte non c'entra nulla con questo discorso: non la commina qualcuno più in alto di te/noi ma un tuo simile (e da qui la differenza tra omicidio e suicidio) diverso da te.... mentre l'accanimento terapeutico è assolutamente in linea con il suicidio: e perchè uno non si dovrebbe togliere la vita solo perchè non è malato terminale? Solo i malati terminali, secondo te, hanno la saggezza per decidere della propria vita? Forse, allora, dovresti chiedere a loro il permesso di fare un figlio. In bocca al lupo.

Piccolo chiarimento:

Ho affermato di essere contraria all'accanimento terapeutico, e aggiungo che sono contraria anche all'eutanasia. Non credo che il malato terminale abbia diritto a togliersi la vita, bensi' che abbia tutti

i sacrosanti diritti di rifiutarsi di essere tenuto in vita artificialmente con diavolerie di tutti i tipi.

Credo anche che abbia tutti i sacrosantissimi diritti a curarsi o non curarsi come meglio crede, e ad essere assistito ed accompagnato fino all'ultimo anche nel caso in cui si rifiutasse di seguire i protocolli standard che la medicina ufficiale impone e dispone.

C'e' una bella differenza.

In effetti sono contraria alla violenza. Ecco si, credo di essere contraria alla violenza e basta. Tu come pensavi di suicidarti, in caso?

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Ma soprattutto Pippopappa ho dimenticato la cosa fondamentale: a parte tutto questo bla bla teorico sulla giustificabilita' o meno del suicidio... ma cos'e' che a te provoca questa insofferenza cosi' acuta nei confonti della vita? Se lo puoi/vuoi dire ovviamente, cos'e' che ti addolora cosi' profondamente da spingerti a cercare consolazione nella non-esistenza??

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Ma soprattutto Pippopappa ho dimenticato la cosa fondamentale: a parte tutto questo bla bla teorico sulla giustificabilita' o meno del suicidio... ma cos'e' che a te provoca questa insofferenza cosi' acuta nei confonti della vita? Se lo puoi/vuoi dire ovviamente, cos'e' che ti addolora cosi' profondamente da spingerti a cercare consolazione nella non-esistenza??

Ciao, purtroppo mi vedo costretto a rigirare la domanda ed a rispondere: mi rimane difficile trovare qualcosa, qualcuno, qualche luogo, qualche motivo per apprezzare la vita...... E se mi guardo intorno non riesco a capire come facciano gli altri, tutti, a non pensarla come me seppure nella mia stessa condizione. Non credo di essere più sfortunato di altri: qui la vittima non sono io, ma siamo noi. Eppure questa "media" relativa, in termini assoluti, non è assolutamente dignitosa. Viviamo ben al di sotto delle aspettative minime esistenziali. A questo si aggiungono tutti quegli avvenimenti che drasticamente ti trascinano in un baratro mefitico e asfissiante.

Siamo sicuri che valga la pena? Questa è la domanda.

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E chi l'ha detto che solo i discorsi laici sono obiettivi? E come fai a cercare l'obiettivita' in queste questioni? Sono problematiche che riguardano la morale, non possono di per se stesse essere obiettive.

Chi professa una religione, qualunque essa sia ha dogmi, pregiudizi, idee, condotte immodificabili, scritte, preordinate. Il laico non ha, per contratto, pregiudizi o condotte morali, e non etiche, stabilite da qualcun altro in modo arbitrario.

Comunque ti assicuro che coloro che io ho conosciuto e si sono poi suicidati, tutto avevano in mente meno che problemi etici o morali.

E allora perchè ci inzecchiamo per forza la religione dentro?

Fammi capire... ma allora il tuo problema e' un problema di liberta', di non poter decidere liberamente cosa fare della tua vita? Forse vedi il suicidio come l'ultmo gesto libero che puoi attuare per affermare

te stesso? E' una visione interessante, dimmi se ho capito bene.

Il mio è anche un problema di libertà, ma soprattutto di nonsenso e pena. Il suidicio non è, a mio avviso, l'ultimo gesto libero, ma può rappresentare il più estremo atto di rivendicazione dell'autodeterminazione.

E per tutto il resto (stile di vita, amici da frequentare, studi, lavoro, vacanze, vestire, mangiare, divertimenti...) chi decide? Decidi veramente tu?

I genitori non si scelgono, tutto il resto dipende da noi, almeno da me. Non mi vedo il tuo Dio cliccare su edreams per prenotarti la vacanza e magari pagare con la VISA Celestion; ne tantomeno costringerti a stare in compagnia di "Franco" che ti sta sul culo, o non credo che una qualunque divinità si preoccupi della tua iscrizione al corso di taglio e cucito. Se poi ti riferisci all'oggettiva impossibilità di comprarmi una ferrari - cosa a cui non aspiro - o a giacere con una stragnocca non stiamo parlando di libertà ma di fantasia. Se invece ti riferisci alla nostra situazione politica per la quale esistono condizionamenti tali per cui si è privati fattivamente della libertà di scelta beh..., allora concordi con me che forse non vale la pena vivere.

Mi spiace, penso che ti deludero' assai, ma a me i figli sono venuti prima ancora che avessi deciso di farli... non ho idea chi sia stato il 'saggio' che ha scelto per me...

Scusa la brutalità, ma se non credi davvero che sia stato lo spirito santo allora forse è stato un uomo che ha giaciuto con te e non ha estratto il suo membro prima che da questo fuoriuscisse un liquido seminale che ha provocato l'inseminazione del tuo ovulo.... e la "giacitura", di solito, spero vivamente anche nel tuo caso, è consensuale e cosciente delle possibili conseguenze.

Ho affermato di essere contraria all'accanimento terapeutico, e aggiungo che sono contraria anche all'eutanasia. Non credo che il malato terminale abbia diritto a togliersi la vita, bensi' che abbia tutti

i sacrosanti diritti di rifiutarsi di essere tenuto in vita artificialmente con diavolerie di tutti i tipi.

Questa a me sembra un'ambiguità comoda tanto quella della prole inaspettata

Tu come pensavi di suicidarti, in caso?

Non è una cosa che ho ancora deciso. Credo che improvviserò.

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Comunque ti assicuro che coloro che io ho conosciuto e si sono poi suicidati, tutto avevano in mente meno che problemi etici o morali. Erano persone semplicemente malate, depresse, allucinate.

Credo che esistano tanti pregiudizi su l'argomento "suicidio".

Non tutte le persone che si suicidano o che pensano di farlo lo fanno per disprezzo nei confronti della vita stessa.

Io sono sempre stata una persona positiva e posso dire che amavo la vita, mi sono sempre accontentata di poco, mi bastava sentire il profumo dell'aria in un pomeriggio di sole per provare delle emozioni...purtroppo però nonostante questo ho vissuto alcune vicissitudini che mi hanno portato al non sopportare più di vivere (e non la vita in se stessa ma la mia vita) nel modo in cui ero costretta a farlo, la paura che quello che stavo vivendo non avesse fine mi ha spinto a pensare di farla finita e credo sia stata solo altrettanta paura ad impedirmi di riuscirci.

Anche ora se si ripresentassero quelle condizioni probabilmente penserei al suicidio e mi darebbe fastidio se le persone accanto a me pensassero che sono malata oppure allucinata e perché no assatanata, indegna di apprezzare il dono della vita e chi più ne ha più ne metta...

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Il mio è anche un problema di libertà, ma soprattutto di nonsenso e pena. Il suidicio non è, a mio avviso, l'ultimo gesto libero, ma può rappresentare il più estremo atto di rivendicazione dell'autodeterminazione.

Questa pena l'hai sempre avuta o riesci a ricordare un momento in cui non c'era?

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Questa pena l'hai sempre avuta o riesci a ricordare un momento in cui non c'era?

No, ovviamente non l'ho sempre avuta. Ho avuto un'infanzia felice ed un'adolescenza un pò tormentata ma ancora non così "nera". Diciamo che da quando sono in piena età adulta ho una consapevolezza che mi porta a non nutrire più speranze ed a raccogliere le macerie di una vita di delusioni.

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Credo che esistano tanti pregiudizi su l'argomento "suicidio".

Non tutte le persone che si suicidano o che pensano di farlo lo fanno per disprezzo nei confronti della vita stessa.

Io sono sempre stata una persona positiva e posso dire che amavo la vita, mi sono sempre accontentata di poco, mi bastava sentire il profumo dell'aria in un pomeriggio di sole per provare delle emozioni...purtroppo però nonostante questo ho vissuto alcune vicissitudini che mi hanno portato al non sopportare più di vivere (e non la vita in se stessa ma la mia vita) nel modo in cui ero costretta a farlo, la paura che quello che stavo vivendo non avesse fine mi ha spinto a pensare di farla finita e credo sia stata solo altrettanta paura ad impedirmi di riuscirci.

Anche ora se si ripresentassero quelle condizioni probabilmente penserei al suicidio e mi darebbe fastidio se le persone accanto a me pensassero che sono malata oppure allucinata e perché no assatanata, indegna di apprezzare il dono della vita e chi più ne ha più ne metta...

Confermi appunto il mio pensiero sulla differenza fra l'atteggiamento laico e quello religioso.... che è un pò come la differenza fra chi possiede un proprio pensiero e concepisce ed accetta che anche altri ne abbiano da quelli che invece conoscono un solo modo: quello delle sacre scritture.

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Ciao, purtroppo mi vedo costretto a rigirare la domanda ed a rispondere: mi rimane difficile trovare qualcosa, qualcuno, qualche luogo, qualche motivo per apprezzare la vita...... E se mi guardo intorno non riesco a capire come facciano gli altri, tutti, a non pensarla come me seppure nella mia stessa condizione. Non credo di essere più sfortunato di altri: qui la vittima non sono io, ma siamo noi. Eppure questa "media" relativa, in termini assoluti, non è assolutamente dignitosa. Viviamo ben al di sotto delle aspettative minime esistenziali. A questo si aggiungono tutti quegli avvenimenti che drasticamente ti trascinano in un baratro mefitico e asfissiante.

Siamo sicuri che valga la pena? Questa è la domanda.

E' evidente che sei una persona sensibile e intelligente, altrimenti non ti sentiresti cosi' a disagio nel mondo, ti limiteresti ad uniformarti. Il disagio che provi tu, lo proviamo in molti. Il segreto e' nel riuscire a ritagliarsi nicchie con persone e interessi adeguati alle proprie necessita'. Non e' facile lo ammetto, ma ci si puo' riuscire. Poi si cerca di 'pendolare' tra i due mondi, perche' e' impensabile poter vivere 24'ore su 24 nella propria nicchia. La nicchia serve a ricaricarsi. Stare nel mondo e' stressante per tutti.

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