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La tendenza a diminuire gli altri


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Prima di tutto salve. Sono nuovo del forum e non penso di aver problemi psicologici, non penso. Mi sento abbastanza bene con me stesso e col resto del mondo, anche se a volte vorrei ignorare alcune informazioni, alcune parti della mia identità per non essere diverso da altri. Immagino che sia una volontà verso il conformismo presente in molti. Magari ne riparleremo. Adesso ho bisogno del vostro aiuto per trovare un legame fra una frase di Antonio Gramsci e la psicologia. La frase di Gramsci è questa:

La tendenza a diminuire l'avversario: è di per se stessa un documento della inferiorità di chi ne è posseduto. Si tende infatti a diminuire rabbiosamente l'avversario per poter credere di esserne sicuramente vittoriosi. In questa tendenza è perciò insito oscuramente un giudizio sulla propria incapacità e debolezza.

Ho consultato Adler - in realtà ho ricercato delle parole chiave presso l'edizione ebook di Senso della vita - e ho trovato una spiegazione verso il disprezzo e simili. Secondo Adler il disprezzo e la svalutazione degli altri è associata al complesso di superiorità delle persone. In pratica Adler dice il contrario di Gramsci. Eppure, nonostante la mini-ricerca abbia dato esito negativo, sono sicuro - la mia è più un'intuizione che una sicurezza - che le parole di Gramsci non siano del tutto errate. Un altro personaggio famoso, Schopenhauer, pensava che il disprezzo del mediocre verso la grandezza fosse un segno di inferiorità del mediocre. Ecco la frase:

In verità, anche i più stolti ammettono l’autorità delle opere notoriamente grandi, allo scopo cioè di non tradire la propria debolezza; in segreto, però, essi rimangono sempre pronti a pronunciare il loro giudizio di condanna su di esse, non appena si fa loro sperare di poterlo fare senza compromettersi, allorché si sfoga con gioia il loro odio verso ogni cosa grande e bella e verso i suoi autori, che non ha mai detto loro nulla e che proprio per questo li ha umiliati

La frase di Schopenhauer implica, a differenza di Gramsci, due condizioni di partenza, ovvero la grandezza di alcuni e la mediocrità di tutti. Mentre Gramsci non attribuisce esplicitamente la condizione di superiorità di una delle due parti in conflitto. Ci sarebbero altre citazioni simili a queste due. In pratica, col tempo, mi sono fatto l'idea che il disprezzo dei nemici sia dettato dalla loro incapacità nel costruire un dialogo con l'altro e dalla volontà di voler annullare l'altro, il diverso, per conservare se stessi, per proteggere se stessi dal cambiamento rappresentato dall'altro. A nessuno piace sentirsi un cretino, suppongo, e nessuno vuole fare la parte del cretino davanti una persona moralmente discutibile. Spesso capita di vedere persone insultarsi, denigrasi, per questioni morali, politiche, e religiose, senza nessuna dialettica vera, senza nessun ragionamento formale. Perciò vi chiedo: in psicologia - escluso Adler - ci sono opinioni simili a quelle di Gramsci, opinioni che considerano il disprezzo verso il nemico come una dichiarazione di inferiorità?

Sarei felice se qualcuno/a potesse suggerirmi qualche autore, qualche libro sull'argomento. Grazie.

p.s. So che la mia richiesta non è convenzionale. Ma la mia conoscenza della psicologia è limitata, molto limitata. E non conosco nessuno in grado di rispondermi. Per ringraziarvi posso rispondere a qualche domanda.

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Mein kampf di Hitler?

Non so, forse non e' riconosciuto notoriamente come psicologo... Ma secondo me ci andava molto vicino lavorando con la psiche altrui :P

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Ogni cosa inconsciamente viene fatta per sé stessi, quindi anche lo stesso sminuire o deprezzare gli altri viene fatto per trarne un beneficio proprio..qual'è il beneficio che ne potrà trarre chi lo esercita?? L'unico beneficio che ne trarrà e che lo svalutare qualcuno o qualcosa, tende a far aumentare il valore di sé stessi o dell'oggetto a cui si è interessati, questo nel passato i nostri antenati lo esercita vano nella conquista della donna con lo scontro fisico, quello che riusciva a sottomettere l'avversario aveva più possibilità di conquistare la donna, oggi questo non avviene con lo scontro fisico, ma con quello psicologico, deprezzando gli altri, si tende ad indurre psicologicamente le persone che ascoltano, a far aumentare il proprio valore, l'incapacità di esercitare quest istinti con etica societaria, porta le persone a considerarle psicologicamente deboli, ma in realtà sono quasi tutti molto forti psicologicamente quelli che esercitano il deprezzamento, perché quest'ultimo deriva istintivamente dalla capacità di essere superiore a gli altri o almeno nel tentare di esserlo, anche se non hanno capito che in realtà non è questo il modo per dimostrare il proprio valore, dovrebbero ascoltare meno gli istinti e usare di più l'intuito.

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Caro Angelo, la tua idea mi ricorda le idee di Dawkins, e ti ringrazio per la risposta. Purtroppo la politica non ha la minima considerazione per gli istinti delle persone, al politico, incluso il filosofo politico, interessa comprendere e utilizzare le capacità delle persone (inclusi gli istinti) per creare e disporre un qualche tipo di regime politico. Tuttavia la tua idea è interessante: ricordi, giustamente, che siamo animali con un complesso apparato culturale. Noi interagiamo all'interno del nostro ambiente coi nostri simili per ottenere vari tipi di risorse e relazioni - lavoro, sesso, cibo, benessere, soddisfazione - come fanno gli altri abitanti della terra. Ma, a differenza degli altri animali, noi siamo in grado di controllare, addirittura reprimere, alcuni istinti di base - pensa solo alla repressione degli istinti sessuali presso alcune culture. La politica, al pari di altre ideologie, ha bisogno di forme culturali complesse per svilupparsi nei sistemi sociali. Perciò la condivisione di un sistema etico è una condizione necessaria a qualsiasi tipo di regime politico, incluso l'anarchismo. In più l'uso di forme di comunicazioni non convenzionali, tipo alzare la voce e insultare, al di fuori dei loro contesti culturali, sono da considerarsi in contrasto con gli interessi individuali di chi le usa. Non vedremo mai una persona civile agire in maniera incivile per avere ragione su un'altra persona. O non vedremo mai un prete bestemmiare per convincere un fedele a rispettare le regole religiose. La maschera della società, la nostra identità, di tanto in tanto vacilla, e mostriamo disprezzo senza mostrare la minima "grandezza". Schopenhauer, per esempio, disprezzò Hegel e la sua filosofia all'interno dell'opera Il mondo come volontà e rappresentazione, ma associò il suo disprezzo alla creazione di un nuovo sistema filosofico; dimostrò la sua superiorità - è una superiorità relativa - attraverso la stesura di un'opera. La maggior parte delle persone non scriverebbe mai un libro di 800 pagine per disprezzare qualcuno e dimostrare qualcosa. In genere il disprezzante - disprezzante è colui che disprezza e disprezzato è colui che viene disprezzato dal disprezzante - non richiede il riconoscimento di una propria superiorità presso altri, ma tenta di appropriarsi della superiorità solo per mezzo del disprezzo, come se non esistessero altri mezzi, oltre al disprezzo, per ottenere una qualche superiorità sul disprezzato. Avere ragione su altri è sempre una bella soddisfazione personale, però dev'essere dimostrata in qualche modo. Mandare a quel paese le persone non ci rende "migliori" di loro. Pare quasi un bluff, una menzogna verso le proprie capacità e verso le capacità dell'avversario.

Potrei anche condividere, in linea di principio, la tua idea di egoismo biologico, di darwinismo sociale - non riesco a dargli una definizione esatta -, ma io ho bisogno delle opinioni di uno psicologo affermato. Ahimè.

Ti ringrazio e ti saluto.

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  • 5 months later...
 

Sembri avere un notevole bagaglio "culturale" relativo alla "diminuzione dell'altro" perchè non ci ragioni un po', fissi dei punti e usi la logica per dedurre e trarre le tue personalissime conclusioni? Poi le pubblichi e potrai così leggere tutti i confronti/approvazioni/disapprovazioni e critiche da parte degli addetti ai lavori e non.... Buon proseguimento

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