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Catastrofe e solitudine

catastrofe e solitudineNella società attuale dell’iperconnessione c’è la necessità psicologica di rigettare tutto quello che evoca ansia, angoscia. Lo strumento dello smartphone, i social network permettono di canalizzare nell’immediato gli stati emozionali senza essere vagliati e valutati.

E’ come se scattasse nella testa un acting out (meccanismo mentale che cancella la riflessione, il pensiero) per passare all’atto. Per mezzo dell’oggetto tecnologico, l’atto comunicativo trasmette il proprio stato emotivo carico di frustrazione, rabbia, impotenza, insofferenza esistenziale nei confronti di un soggetto indefinibile, invisibile, non presente fisicamente sul quale rovesciare tutta l’energia psichica compressa.

Lo strumento è un grosso megafono o amplificatore impazzito che grida lo stato di disagio e di malessere individuale e sociale. La percezione che l’individuo prova sulla sua pelle, dopo aver gridato, è quella di non essere ascoltato, sentito, allora scatta un processo mentale rinforzante di gridare sempre di più che incoraggia l’automatismo di premere i tasti dello smart. L’individuo, inviando messaggi di ogni significato, è come se inconsapevolmente usasse la terapia dell’urlo per liberare tensioni che si sono accumulate anche a livello senso motorio: è una reazione regressiva per rimuovere la sua ansia esistenziale.

L’individuo nella società dell’immediatezza e solipsistica è cresciuto pensando di scrivere la storia universale solo con chi considera identici; quando accade qualcosa d’irreparabile, come un evento catastrofico, questa convinzione psicologica di essere il centro di sé e degli Altri, cade in un profondo smarrimento.

Il senso di smarrimento, d’incapacità nel contenere le ansie prodotte dall’evento catastrofico, è raffigurato dal suono afono e afasico prodotto dall’urlo disperato: è difficile coglierne la sequenza argomentativa, concettuale; la struttura della frase, pur grammaticalmente composta, si scontra con il senso e il significato della parola. Il suono afasico produce soltanto un lamento che è inascoltato; chi dovrebbe accoglierlo è confuso e riproduce un contro urlo controtransferale che altera e deforma ulteriormente quello che sta accadendo.

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La società solipsistica dell’immediato narra in modo egoico la storia del presente contemporaneo facendo illudere che ogni individualità sia il centro. L’illusione scema nel momento in cui accade un evento catastrofico; l’individuo e il sistema sociale implodono, si spaventano e rischiano di paralizzarsi di fronte al futuro: è l’espressione dell’angoscia della perdita della certezza.

Nella società iperconnessa c’è la convinzione illusoria che l’immediato è riparabile e aggiustabile nell’immediatezza, nell’adesso e subito attraverso un twitter, un messaggio su un qualsiasi social. L’immediatezza diminuisce la funzione dell’introiezione dell’accadimento; l’accadimento è vissuto per quel momento: più è forte l’emozione che solleva, più è consistente il bisogno di appartenere a quell’impulso virtuale.

La catastrofe porta indietro l’orologio del tempo, lo riporta dentro la dimensione della realtà che ordina le cose materiali, concrete fatte di fisicità, corpi che non sono prodotti dalla dimensione illusionale fantasmatica immaginifica e surreale: l’immediato virtuale si sbriciola con la dimensione materiale. I corpi e l’assenza dei corpi obbligano a riprendere contatto con la dimensione della quotidianità composta di gesti, parole, fatiche, affetti, relazioni, socialità. La perdita di un corpo coinvolge la dimensione del contatto fisico della carezza, della strattonata. La catastrofe richiama il dolore dell’assenza del corpo amico, del caro, dell’essere umano, sociale e della comunità.

C’è la necessità che qualcuno svolga una funzione contenitiva e interpretativa della catastrofe. E’ fondamentale che chi governa sia in grado di farsi carico del dramma e del dolore prodotto dalle macerie, altrimenti c’è il rischio di scivolare in un circuito dentro il quale i fantasmi, che stanno pressando il vaso di Pandora, fuoriescano e scompongano l’esistente.

 

 


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