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Femminicidio e Covid-19

femminicidio e covid 19Il virus oltre che infettare e imporre le sue leggi biologiche, sociali e psicologiche a livello globale, sollecita anche delle reazioni aggressive e violente. Sul piano sociale le violenze spesso si associano a questioni politiche e economiche che rispondono a criteri di condivisione/negazione del virus. La violenza sociale oltre a manifestarsi tra gruppi opposti per morivi apparentemente disconnessi sono  frutto di una condizione di frustrazione, restrizione, limitazione, deprivazione, dipendenza che limitano l'indipendenza.

La violenza per Menninger è una manifestazione di discontrollo tra l’Io e il Sé.  Secondo Williams la violenza è determinata da una mappa (costellazione di morte), costituita da fattori che riguardano l’odio sull’amore, l'invidia primaria, la dipendenza da una persona con funzioni di controllo, l'incapacità di contenere, la mancanza di figure buone, da esperienze tragiche infantili, da malattie dolorose, da essere stato spettatore di uccisioni, di essere una narcisista, arrogante e sottomissione ad un capo.

Non è un caso che durante la chiusura per l'emergenza sanitaria - limitazione, dipendenza, claustrofobia, costrizione dei bisogni vitali -  siano triplicati gli omicidi in ambito familiare, di coppia con al centro la donna con un femminicidio ogni due giorni. Negli 87 giorni di lockdown per l’emergenza coronavirus (9 marzo – 3 giugno 2020) sono stati 58 gli omicidi in ambito familiare-affettivo: 44 donne (il 75,9%) e 14 uomini. Nei 279 giorni di non lockdow sono stati 60 femminicidi su un totale di 104 omicidi familiari-affettivi, mediamente su base annua, uno ogni sei giorni. Il lockdown, il coronavirus  ha triplicato gli omicidi di donne.

L'omicidio non è mai un evento isolato di un individuo, al contrario, è al centro di un groviglio  di multiple azioni e ognuna svolge una parte precisa. 

La violenza spesso nasce da messaggi che normalmente preavvertono di una crescente tensione ma non vengono percepiti, interpretati dalla persona. Invece della normale de-escalation e della canalizzazione dell'aggressività tra i contendenti verso interazioni accettabili si ha l'opposto,cioè l’escalation della violenza.

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E' anche il prodotto di fattori soggettivi che riguardano la rimozione involontaria, da parte della vittima, di non vedere una serie di segnali pericolosi, oppure di coglierli ma di non avere uno spazio adeguato per evitarli. Ci sono delle connessioni tra la corteccia prefrontale, l'amigdala, l’ippocampo, la corteccia cingolata anteriore e altri specifici centri che sono coinvolti nel riconoscimento dei messaggi di allarme che annunciano eventi o atti violenti. 

La convivenza forzata, la limitazione del movimento, la sofferenza relazionale, l'impossibiltà di muoversi fuori dal contesto, in sostanza la dimensione situazionale limitata e inibente sono fattori che sollecitano reazioni aggressive.

All'interno del contenitore relazionale e ambientale si genera una regressione primaria che determina nella coppia uno stato simbiotico che obbliga l'attacamento, che impedisce il distacco, non favorisce la dipendenza, la separazione tra le parti e genera conflitto situazionale patologico che favorisce la costruzione della costellazione della morte.

L'ambiguità del virus è centrale in questa dinamica mortifica, oltre a evitare l'avvicinamento (abbraccio, calore, affetto) per il contagio, riesce a trasformare lo spazio amato in uno pericoloso, generando turbolenza e producendo, dentro il contesto famigliare e di coppia un atto violento, di terrore e di morte.

Le ragioni biopsicologiche che descrivono la complessità neurofisiologica, ormonale e genetica del comportamento primario e secondario o situazionali, come è quella prodotta dal COVID-19, non possono giustificare l’evento di un atto violento.

 

 

 

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