guerra e atto violentoSecondo l'antropologo Joyce Marcus, le incursioni e le razzie fra i primi villaggi messicani risalgono circa allo stesso periodo in cui gli abitanti cominciarono a dividersi in sottogruppi. E nei successivi 1200 anni la situazione ha avuto un'escalation fino a giungere a vere e proprie guerre su larga scala. Le scoperte di Marcus nella Valle d’Oaxaca, in Messico, sostengono la teoria che le predazioni, preludio della guerra, cominciarono nelle società segmentate con una grande disponibilità di risorse.

Già nella preistoria esisteva il conflitto, ma è stato difficile tracciare la sua evoluzione dagli omicidi individuali attraverso le razzie di gruppo fino alle vere e proprie guerre organizzate. Alcuni studiosi ritengono che i conflitti di gruppo abbiano avuto origine in ambienti marginali, dove la gente lottava per conquistare le poche risorse.

Secondo Raymond Kelly, collega di Marcus, la violenza di gruppo era invece rara nelle società di cacciatori-raccoglitori non segmentate. Il fattore cruciale per l'origine delle guerre sarebbe stata la divisione delle comunità in clan che agivano l'uno contro l'altro. Inoltre, questo sarebbe accaduto quando l'ambiente era "abbastanza ricco - spiega Kelly - da potersi permettere di avere i propri vicini come nemici.

 In questo caso la guerra, che è un contesto specifico in cui si manifesta la dis/umanità è il prodotto di un meccanismo di difensivo che salvaguarda una condizione socioeconomica legata alla sopravvivenza materiale.

Partendo dalla dimensione di base dell’aggressività, come condizione di base, e considerando la violenza come un artefatto della condizione umana, è possibile articolare il diversificarsi della violenza come fattore scatenante dell’aggressività.

L’atto violento etimologicamente definisce l’azione. L’atto è un’azione che implica un soggetto-agente e un oggetto: con atto violento si evidenzia la forza fisica, il modo incontrollato e impulsivo.

L’oggetto può essere elemento fisico, una persona, un animale. Nel caso del suicidio l’atto violento può ricadere sul soggetto-agente: in questo caso è il proprio corpo. L’intensità della violenza è determina dalla dimensione, dall’intensità, dallo strumento usato.

Greci attribuivano ai giochi e ai capricci divini la responsabilità dei delitti. Il crimine è sollecitato dal fato, dal destino ingannevole. Per i Romani l'individuo è responsabile del comportamento e dei crimini commessi. I Romani, spostando la responsabilità del crimine dal cielo all’essere umano, introducono la nozione di norma  (Norma = squadra, regola).   

Nel medioevo peccato/crimine si con-fondono: sono crimini la stregoneria, l'omosessualità, etc. E’ criminoso il danno fisico, personale ma anche tutto quello che offende Dio. La tortura come condanna è una vendetta, una punizione: punisce il corpo e scaccia il maligno. Nel Rinascimento domina la concezione demonologica. Con l'illuminismo viene messo al centro l'individuo e la società.

L’individuo, essendo razionale, è capace di scegliere il comportamento criminale da quello conforme alle leggi. Trova in Cesare Beccaria (1738-1794) il fondatore del pensiero giuridico.

Per De Greef sono due i momenti che precedono l’atto violento: la pericolosità, l’instabilità e il  passaggio all'atto. Per De Greef le tipologie omicidarie sono: utilitaristico e passionale. L’utilitaristico è ragionato, programmato e segue alcune sequenze. L 'omicidio utilitaristico si differenzia da quello passionale per la scelta della vittima e per i motivi che sottendono il delitto. L'omicidio passionale è più impulsivo, emotivo. Per Pinatel (1968) la personalità criminale  è egocentrica, labile, aggressiva e anaffettiva. Per Menninger l’atto violento è causato dal  discontrollo tra l’Io e il Sé. Per Williams vale il concetto di costellazione di morte: tutti coloro che commettono un omicidio sono già stati a contatto con l’esperienza traumatica della morte violenta. Williams elenca dei  fattori della costellazione di morte: predominio dell’odio sull’amore, invidia primaria molto intensa per costituzione, incapacità di fare a meno di una persona con funzioni di controllo, incapacità di crescere e di funzionare come contenitore, mancanza di figure buone, esperienze tragiche nell’infanzia, malattie dolorose e di lunga durata, essere stati spettatore di uccisioni, struttura di personalità narcisistica, arroganza e sottomissione ad un capo.

L’agito individuale e la guerra non sono mai eventi incontrollati, anzi necessitano di azioni organizzate/disorganizzate. Le azioni non  sempre sono organizzate e coerenti.

Altro elemento oggettuale è lo spazio in cui avviene l’evento: familiare, lavorativo, criminogeno, affettivo, casuale, territoriale.

Altro elemento è la circostanza. La circostanza è una condizione non specifica. La circostanza anche per la guerra fa emergere e risollecita condizioni predittive. L’analisi della circostanza permette di connotare i contesti emozionali, le motivazioni, le contraddizioni, gli squilibri ecologici  della situazione e quelle geopolitiche. L’altra variabile è quella dell’autore dell’evento.

L’autore è colui che compie l’azione. L’autore è il portatore di una storia personale con una identità all’interno di un contesto sociale sottoposto  ad un processo  di decostruzione-ricostruzione.

Un altro elemento oggettuale è la tipologia dell’atto violento. La tipologia dell’atto violento permette di identificare gli strumenti utilizzati, le finalità. La tipologia dell’atto non sfugge alla dimensione spazio/tempo, anzi si inserisce. La tipologia dell’atto violento permette di cogliere la dimensione causa-effetto: se è un acting out, se è sintomatico, se è finalizzato e pianificato. L’atto permette di cogliere la dimensione che entra in gioco con la sua dimensione crepuscolare, ambigua, onnipotente/dipendente, ambivalente tra distacco/attaccamento.

La tipologia del reato è l’altra variabile e permette di cogliere l’atto contro a chi è rivolto: patrimonio, persona, ambiente, istituzione. La classificazione dell’atto permette di codificare la dimensione della gravità.

I seguenti diagrammi raffigurano la dinamica dell’atto violento.

magni guerra figura1

Diagramma1: oggetti della violenza. La violenza può essere causata dall’individuo, dalla psiche, dai valori, dal sociale, dalla politica.

magni guerra figura2

Diagramma2: elementi oggettuali  dell’atto violento. Il diagramma raffigura gli elementi oggettuali che descrivono i contesti categoriali, concettuali in cui si manifesta l’atto. La dimensione spazio/temporale permette di storicizzare l’evento violento, in questo modo è possibile cogliere la dimensione di senso e di significato dell’atto, è possibile cogliere i significati e i significanti che sottendono all’atto violento.

 La dimensione dello spazio/tempo permette di dare una connotazione storica dell’accadimento. E’ il diversificarsi dell’atto nel tempo e nello spazio che è possibile cogliere il contenuto sotteso e antropostorico dell’accaduto.

Questi elementi oggettuali sono degli indicatori di riferimento che permettono di svolgere un’analisi semiologia dell’atto, ma anche di leggere il potere e la potenza che sottende un atto. L’atto violento è sempre la dimostrazione di un rappresentato, oltre che di forza, anche di potere. Il potere si manifesta inequivocabilmente sempre con il manifestarsi di un atto psicologico, criminogeno, politico.

magni guerra figura 3

Diagramma3: dinamica dell’atto violento. Sempre tenendo in considerazione la dinamica spazio/temporale è possibile cogliere la dinamica dell’atto violento Nella dinamica dell’atto violento va collocata la personalità del soggetto-agente. La personalità del soggetto-agente permette di costruire un profilo personologico, biologico e sociale.

L’atto violento è la risultante di elementi interagenti tra personalità, circostanza evento-causa.

L’interazione di queste componenti determina, da parte del soggetto-agente, l’atto violento.  La dimensione dell’atto violento va colloca in una dimensione antropostorica e va circoscritta nella dimensione contestuale.

L’atto violento, per manifestarsi, necessità dell’aggressività di base presente nella specie.

La contemporaneità è soggetta a mutevoli e molteplici scenari di circostanze, lo stesso autore può in uno stesso giorno, come nell’Ulisse di Joyce, cambiare in funzione del contesto che sta vivendo.

La circostanza è l’enigma della Sfinge che inganna Edipo. Edipo, al bivio di una strada, in preda ad un’angoscia accecante e accecata dal tormento di divenire un omicida, compie l’atto indesiderato. La strada, un vecchio infuriato, l’onnipotenza del potere, le nubi corrosive nel cielo, i roveti, l’odore del mirtillo, il fallico bastone travolgono il niente e lo trasformano in un luogo di morte.

Non serviranno le lacrime  sparse di Edipo e l’esilio a pacificarlo con Sé, con l’Altro e con il mondo.  

L’atto violento è la risultante di elementi interagenti tra personalità, circostanza, evento-causa.

L’interazione di queste componenti determina l’atto violento che va colloca in una dimensione antropostorica e circoscritta nella dimensione contestuale.

L’atto violento necessità dell’aggressività presente nella specie, che svolge una funzione vitale per lo sviluppo della specie: non va confusa con la violenza e con l’atto violento.

L’aggressività può escludere la violenza, la violenza necessità dell’aggressività.