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Il Pifferaio Magico: infanzia dimenticata

il pifferaio magico infanzia negataL’infanzia nelle società avanzate come quelle europee è un continente sommerso che sta sotto la soglia del visibile.

Basta aggirarsi come Il pifferaio magico, trascritto dai fratelli Grimm, messo in poesia da Wolfgang Goethe e da Robert Browning, per accorgersi che i bimbi sono una piccola minoranza.

Il racconto narra che il borgomastro di Hamelin chiese al pifferaio di ipnotizzare migliaia di topi che occupavano la città; con il suo suono li sedusse a seguirlo fin dentro il mare, poi lì lasciò annegare; quando chiese il suo giusto e meritato compenso, il borgomastro disse che doveva domandarlo alla cittadinanza che si rifiutò di pagarlo, allora con il suo piffero incantò i bambini della città portandoli via con sé, la città rimase vuota.

Nella contraddittoria società del benessere, del consumo al primo posto c’è il Prodotto Interno Lordo, la finanza, il mercato, la moneta, l’accumulo, è forse per questo che i passeggini si aggirano con difficoltà tra marciapiedi distorti, tra le insidie di un traffico dissennato e frastornante, con pochi punti di ristoro.

La città è costruita su misura del mercato, del mondo adulto ed è anche mal curata; basta osservarla dall’alto, ponendo al centro un filo che, come un raggio, percorre fino alla periferia, per accorgersi che l’ambiente urbano peggiora come immobili, infrastrutture, sporcizia, degrado, insicurezza.

Per l’infanzia è la stessa condizione: meno servizi sociali-accuditivi, parchi, giardini, giochi urbani, controlli di vigilanza, abbandono, scuole mal ridotte. I bambini delle periferie però sono di più di quelli del centro: la natalità paradossalmente diminuisce dove c’è maggior benessere.

La città chiede di essere ripensata, necessita di luoghi di accesso sicuri, spazi per giocare, incontrarsi, vigilanza, sicurezza, strutture scolastiche accoglienti, accattivanti, luoghi modulati per età diverse.

I bambini sono costretti a vivere rinchiusi dentro spazi ristretti, tra contenitori accuditivi, costrittivi, limitanti.

L’offerta dei servizi prevale al centro e diminuisce nelle periferie. La cura è delegata alla rete parentale che è diversa in relazione alle situazioni sociali, psicologiciche, economiche. C’è uno stratificarsi in orizzontalità e in verticalità dei bisogni e delle opportunità che scivolano nella liquidità sociale e affettiva.

Il pifferaio suona il piffero ma i bambini sono scappati dalla città risentono di questa condizione, sono messi ai margini, sono spaventati dal PIL, dalla finanza, dalla retta dell’asilo nido troppo alta, dal traffico pericoloso: la città è vuota.

La decrescita della natalità è il prodotto dell’attuale civiltà che pone al centro lo sviluppo economico e materiale. La persona si sente sicura e in grado di affrontare il costo psicologico, sociale di un figlio solo se è convinta di avere a disposizione determinate condizioni economiche,.

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La decrescita potrebbe essere un’occasione per ripensare, riordinare una serie di agenzie accuditive e formative, potrebbe essere l’occasione per progettare ambiti urbani che mettano al centro spazi vitali per l’infanzia; ogni quadrilatero dovrebbe ospitare un ambito aperto attrezzato.

Il processo demografico a causa di molteplici fattori è sempre stato caratterizzato da crescita e decrescita, mai la natalità è in un continuo processo di crescita.

La città del benessere teme e fatica a confrontarsi con società povere con un tasso di natalità maggiore.

Secondo il report 2017 dell’ISTAT, la diminuzione di centomila nascite in dieci anni avviene fondamentalmente per due fattori: le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno numerose e mostrano una propensione decrescente ad avere figli; un altro parametro considerato è quello del calo dei matrimoni.

Le considerazioni addotte sono minimaliste, si rifanno allo strutturato antropologico della famiglia borghese. La natalità è l’espressione non soltanto della famiglia ma delle famiglie che vanno oltre la singola coppia genitoriale.

 

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