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Il Sogno del Faraone

Giuseppe e il sogno del Faraone RaffaelloLa narrazione mediatica attuale di questa quotidianità sembra essere tratta dal libro dell'Apocalisse: cadono ponti, si sbriciolano paesi a causa del terremoto, si inabissano terre sotto l'effetto di maremoti, tsunami si abbattono violentemente su spiagge affollate, piovono bombe su città desertiche abitate da migliaia di persone che vagano alla ricerca di un soffio d'aria.

E' come se il nuovo millennio avesse iniziato il suo cammino sotto il segno della profezia delle sette vacche  magre. Serve Giuseppe.

Giuseppe era il figlio prediletto di Giacobbe e fu venduto come schiavo agli egizi dai fratelli invidiosi. Il “Sogno del Faraone” con la metafora delle vacche grasse e magre   evidenzia la dimensione ciclica dell'evoluzione: progresso-regressione, recessione-sviluppo, pace-guerra, ricchezza-povertà, stabilità-precarietà, indigeno-straniero, amico-nemico. 

La narrazione neo, post, iper moderna, fluida, liquida sembra che sia caratterizzata da un demone invisibile che muove il caso, la necessità e esclude il soggetto agente. E' come se il soggetto, colui che agisce, governa, canalizza le azioni fosse innominabile e invisibile come la finanza cyber. Tutto è lasciato all'ombra della caverna platonica.

Giuseppe, figlio del Padre, viene rapito dalla confraternita per impedirgli di svelare le malefatte, gli imbrogli, gli interessi perversi sociali e psicologici. E' cacciato, è allontanato, deve tacere non è opportuno che faccia delle interpretazioni sulla realtà.

Giacobbe per salvaguardare il gruppo-famiglia e per non confliggere con la norma dell'appartenenza  nega dentro di sé la conoscenza. L'appartenenza è il riconoscimento, è la condivisione di convincimenti, regole, norme, valori: chi li mette in discussione è collocato fuori dall'esserne parte.

Giuseppe sa che i dolori, le disgrazie, gli accadimenti sono anche una concausa del comportamento e degli agiti causati dall'appartenenza. Nel nome dell'appartenenza si macinano silenzi, si tappano bocche, le parole si deformano, la sintassi si scompone  per evitare di essere messa al confine, alla porta. E' indispensabile sottostare alle convinzioni di riferimento ed esserne attori per appartenere al gruppo .

La prima regola dell'appartenere è quella di evitare di nominare l'oggetto o il soggetto,  è quella di stare nel possibile, nell'indefinito quando succede un evento sociale, naturale, economico o di altra natura. L'analisi interpretativa  dell'evento o dell'accadimento è  messa in un angolo. I connettivi del perché, del come, del come mai, del quando e di chi scompaiono dal narrato dell'appartenente.   L'immediato mastica con bulimia l'evento e lo cancella dalla pagina del giornale o dal cyber.

Il demone dell'invidia è il fantasma costante e stressante presente all'interno della comunità e costringe i condividenti a controllarsi a vicenda per evitare di essere considerati dei traditori, degli infiltrati. L'invidia li obbliga a combattere per raggiungere le mete luminose della riuscita e salire la scala gerarchia. L'alterità è bandita.

Il cammino dell'appartenenza inizia da lontano, dall'infanzia. Il bambino che non ottiene punteggi stabiliti dagli obiettivi è considerato un marginale: raramente  l'alterità è premiata, solitamente è favorito chi ottiene risultati predisposti dal programma.

L'Alterità sogna di essere premiata insieme all'appartenente. E' ora di riconoscere chi fa fatica, chi si sente estraneo alla scuola o fa il bullo. Giuseppe diventa importante nel momento in cui un nuovo Padre riconosce le sue capacità. 

 

 

Terapia estrema
Linguaggio del Corpo… Uomo-Donna
 

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