La vendetta del NomosAmleto: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia».  Sugli spalti di Elsinore l’ufficiale Marcello chiede se sia di nuovo apparsa «la cosa». La «cosa», secondo Orazio non è altro che una nostra fantasia e non, invece, una vista orrenda, un’apparizione che già si è ripetuta due volte.

Lo spettro sfugge alla dimensione del pensiero razionale perché appartiene al mondo dell’indicibile e del vuoto che dà forma all’anfora di terracotta. E’ nel vuoto che abita il suono. Il suono è il prodotto della vibrazione di una striscia di molecole che toccandosi producono un polimorfico suono che è simile allo spettro che si aggira tra i merli delle mura del castello.

Lo spettro è il fantasma del padre di Amleto ucciso dal fratello Claudio, ora marito di sua madre Gertrude.

Non basta sentire il suono, vedere lo spettro per dipanare le ombre e le oscurità che stanno in cielo e in terra. Il polimorfismo sonoro è come la narrazione inconscia di un sogno che richiede di essere scomposta e interpretata per assumere una forma comprensibile con la parola. E’ l’inganno del suono che s’insinua nella mente di Amleto in contrapposizione a Orazio che sostiene che la «cosa» è il prodotto della sua e nostra fantasia. Amleto lo sconfessa dicendo che la filosofia, la ragione comprendono poco delle cose che stanno in terra e in cielo.

Il prevalere del suono polimorfico induce Amleto a costruire una catena di eventi consequenziali incontrollati che cagionano soltanto distruzione e rovine.

Il polimorfismo sonoro deforma e destruttura il Nomos (legge). Il Nomos è riportato come elemento primordiale dentro il vuoto dell’informe anfora che è incapace di contenere il delirio. Il Nomos fugge dall’anfora, si dilata e cerca un colpevole.

Questo è il Nomos delirante di Brenton Tarrante che, con quattro complici, spara e uccide quarantuno persone nella città neozelandese nella moschea di Al Noor di Christchurch.

Sulle due mitragliatrici usate per la strage, ci sono delle scritte in inchiostro bianco che evocavano antiche battaglie e recenti attacchi contro le comunità musulmane. Tra queste scritte c’è il nome Luca Traini che è l’autore dell'attacco contro migranti a Macerata.

Allo stesso modo è il Nomos delirante di Ousseynou Sy, che, dall’altra parte del globo terrestre in Europa, sequestra un autobus che guida con a bordo una cinquantina di studenti: gli dà fuoco (gli studenti si salvano) minaccia di uccidersi e grida: «Voglio farla finita, vanno fermate le morti nel Mediterraneo».

Questi eventi violenti potrebbero essere interpretati - in chiave bioniana - come elementi beta (primitivi e informi) non metabolizzati e “depurati” e trasformati in elementi alfa (coscentizzati).

Il processo è inverso.

La questione è che l’agito, l’atto distruttivo prende forma nel nome del Nomos. E’ attraverso l’esaltazione distruttiva del Nomos che il soggetto agente ‘suppone’ di raggiungere uno stato di benessere per ridare senso a una ipotetica verità.

E’ attraverso la vendetta che Amleto cerca, con l’atto ripartivo, di riappropriarsi della sua identità primordiale e profonda.

E’ nel nome di una verità identitaria di appartenenza idealizzata dell’individuo o del gruppo che prende spazio l’atto della vendetta. La vendetta è un processo proiettivo-identificativo dell’oggetto identificante (fede, patria, gruppo). Con quest’atto l’individuo o il gruppo si convincono di rigenerare lo spettro.