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La violenza politica

La violenza politicaLa violenza è un fenomeno multiplo che coinvolge l’aggressività individuale, di gruppo, sociale e politica. La violenza non è solo una questione genetica di alterazioni enzimatiche, di fattori traumatici individuali, di gruppo ma è anche un atto razionale. La violenza politica corrisponde proprio a questo criterio ed è un fenomeno presente nelle varie strutture sociali e si acuisce in alcune fasi di crisi. La violenza politica si esprime attraverso atti verbali, aggressioni individuali e/o di gruppo nei confronti di chi è percepito come oppositivo al marchio di riferimento.  

Violenza etimologicamente deriva da vis (forza), violare, allude non soltanto alla qualità (impeto e veemenza) ma anche al rapporto con l’oggetto, comporta sopraffazione e danno. La violenza è il prodotto secondario dell’aggressività distruttiva. L’aggressività è un elemento geneticobiopsichico; la violenza non è determinata dell’aggressività, è una conseguenza o una concausa delle radici biogenetiche, neurobiologiche, comportamentali.

L’esperienza, la situazione, l’ambiente, le circostanze sono dei fattori che possono giocare una loro parte nella violenza, ma non spiegano la violenza. La dimensione esperienziale è importante ma non decisiva nel produrre violenza; anche se è pur vero che condizioni come il gruppo, il club di squadra, l’alcool, la droga la facilitano. Le motivazioni che portano l’individuo alla violenza possono essere molteplici e sono strettamente espresse dall’individuo che la compie; in questo caso possono rientrare in questa specie violenze alla persona, al patrimonio, all’ambiente.

La violenza politica si fonda su convinzioni, interessi economici di tipo valoriale che si realizzano attraverso la dinamica inclusione esclusione.

Alcuni studiosi ritengono che i conflitti di gruppo abbiano avuto origine in ambienti marginali, dove la gente lottava per conquistare le poche risorse. Invece, secondo Raymond Kelly, collega di Marcus, la violenza di gruppo è rara nelle società di cacciatori-raccoglitori non segmentate. Il fattore cruciale per l'origine delle guerre è determinato dalla divisione delle comunità in clan che agiscono l'uno contro l'altro.

La violenza è la risultante di un processo specifico e articolato, gli obiettivi e i fini della violenza vanno ricollocati all’interno di una mappa concettuale dinamica. Non basta spiegare la violenza politica rifacendosi ai paradigmi etologici, neurobiologici, psicologici e sociali ma va analizzata e collocata dentro il tempo storico individuale del sociale di quello specifico momento.

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Un tratto della violenza politica è quello mascherato che prende spunto da disagi sociali per sollecitare reazioni psicologiche aggressive nell’individuo e nei gruppi. Un altro tratto forte è quello del richiamo al clan di appartenenza. Un altro tratto è la manipolazione che serve per sollecitare il disagio e la rivendicazione tra le classi sociali più disagiate e più marginalizzate. Un altro tratto è quello del contrapporre per sollevare la violenza tra aree diverse.

La violenza politica è un processo di atti finalizzati che persistono su obiettivi ben precisi per favorire condizioni di disagio e conflitto per alzare l’asticella della reazione e passare a una strategia superiore.

L’atto violento politico è la risultante di elementi interagenti tra personalità, circostanza evento-causa. La dimensione dell’atto violento va circoscritta dentro il momento storico sociale che è in atto. L’atto violento necessità dell’aggressività di base presente nella specie che si basa su meccanismi che si richiamano alle funzioni primitive vitali per lo sviluppo.

La violenza politica è strumentale, utilitaristica, finalistica e persegue uno scopo che è totalmente scisso dai paradigmi di riferimento dell’individuo e si muove con criteri di razionalità, strategia. Il tratto disseminativo attuale della violenza politica è funzionale a promuovere paura, terrore, timore e paranoia tra le comunità e nelle comunità.

 

 

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