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Mosè e il conflitto

mosè e il conflittoCi sono in atto delle trasformazioni nei processi aggregativi sociali che seppelliscono la tradizione del novecento. Le aggregazioni sociali oggi non sono plebiscitarie, dipendenti dal partito, dal leader di massa. Non esistono più le masse, le classi sociali come espressioni di interessi contrapposti tra dominanti e dominati: tutto è un brodo insipido senza un nome. 

Il culto della personalità, che ha dominato il secolo ventesimo con figure simboliche forti che hanno trascinato le folle a scontrarsi, a seminare distruzione e morte nel nome di una supremazia o di una razza in occidente come in Asia, fa parte dell’archeologia del passato. Il culto della personalità anche dopo la morte continuava a vivere come esaltazione eroica e onnipotentistica del potere.

In questo millennio, in alcune aree di questo pianeta, prevalgono lotte etniche, religiose dilatanti mosse da interessi economici nazionalistici, localistici, predatorie mascherate e giustificate da visioni messianiche. Le variabili giustificatorie dei conflitti, che nascondono sempre interessi economici e di potere, ruotano attorno a due inganni: nazionalismo e culto religioso.

Queste due variabili sono la risultante di uno scontro e di un fallimento della globalizzazione finanziaria ed economica.

Alcune comunità hanno messo in atto delle reazioni sociali difensive per evitare di cadere nel vortice dell’angoscia autodistruttiva con delle politiche sociali di tipo paranoideo dell’amico-nemico: è un modo per evitare e/o arginare il conflitto implosivo interno.

La logica paranoidea proietta nel capro espiatorio la responsabile del male, del pericolo ma non sempre ci riesce e spesso accade che dall’interno sorgano dei conflitti riguardanti l’individuo, i gruppi, le famiglie, la politica, il sociale. Quando la dinamica paranoidea tiene, e il conflitto è agito contro un nemico specifico, allora questa favorisce l’aggregazione e consolida l’apparato interno. Se questa dinamica (amico-nemico) cede, succede la disgregazione, lo scontro all’interno dell’individuo, del gruppo e del sociale generando conflitti che daranno origine a dei comportamenti inattesi.

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E’ quello che capita a Mosè in La Legge di Thomas Mann quando lascia il suo popolo per andare a scolpire le leggi nella roccia sul monte Sinai dettate dall’invisibile. Mosè affida al fratello Aronne e alla sorella Miriam il compito di accudire e salvaguardare quel popolo insicuro, incerto, disperso e senza regole. Quando torna trova un popolo dedito all’idolatria del vitello d’oro, a inenarrabili perversioni regressive, preedipiche, disgregative della comunità: la sua assenza determina un’implosione deformante e distruttiva. Mosè si scaglia contro il popolo e l’idolo con tutta la sua ira, rabbia e aggressività, dopo aver scagliato e frantumato le pietre della legge contro il vitello d’oro, ordina al fratello Giosuè di mettere ordine compiendo una strage, poi risale sul monte Sinai per confrontarsi con l’invisibile.

Mosè narra il sogno di una terra promessa che solo a lui è stato rivelato e libera il popolo dalla schiavitù, dall’oppressore. Si fa carico di realizzare questo sogno identificando e proiettando (conflitto paranoideo) nel Faraone il nemico. Mosè è convinto che basti togliere l’oppresso dall’oppressore per costruire una comunità generante di condivisione, alleanza tra parti.

Così non accade. Sono necessarie delle norme contenitive, regolative per consolidare una comunità per evitare che sia preda da impulsi distruttivi.

In questo periodo, sulla scena ci sono tanti Mosè che pensano di essere portatori di rivelazioni, di certezze e desiderano essere adorati. Anche per loro il rischio di scivolare è presente: Mosè non vedrà la terra promessa. 

 

 

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